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 2011  dicembre 19 Lunedì calendario

I PROFESSORI DEL SAN RAFFAELE

Sulla prima pagina del Corriere di ieri, Aldo Grasso insinua nei confronti dei professori dell’Università San Raffaele un’accusa di omertà. « Forse » anche loro « sapevano » . Sapevano cosa? Che i vertici dell’ospedale ricevevano mazzette dai fornitori come condizione per lavorare? Che c’era un « losco traffico con il Brasile » ? Che la Fondazione, cioè l’Ospedale, foraggiava i politici per averne in cambio finanziamenti ingiustificabili? Questa accusa di mafiosità si spinge fino a far parlare in prima persona plurale il collettivo indifferenziato di questi mafiosi e omertosi: « Abbiamo taciuto perché la missione giustifica i mezzi. Crediamo così di avere la coscienza pulita per il solo fatto di non averla usata » . Poiché la responsabilità morale e penale è personale, ne segue che Aldo Grasso mi sta accusando in prima pagina, non solo di aver « taciuto » (?), ma anche di avere così giustificato questo supposto silenzio. Ebbene, di questa accusa gli chiedo ragione di fronte a tutti i lettori del Corriere, e gli chiedo di rispondermi a viso altrettanto aperto: e come a me, di rispondere a tutte le persone che in questa Università ricercano e insegnano, e alle quali la verità e il rigore stanno a cuore non meno nella loro disciplina che in materia morale e civile. Aldo Grasso del resto non sembra molto informato sulla separazione amministrativa di Università e Fondazione, e neppure sull’assoluta e dimostrabile estraneità a qualunque origine delittuosa dei fondi per la ricerca, che sono vinti in competizioni nazionali e internazionali. Né sembra informato sulla circostanza che dal giorno dopo il suicidio di Cal è in corso nell’Università una riflessione i cui risultati sono pubblici, consegnati ai verbali dei consigli tenuti dalle tre facoltà, in uno dei quali si avanza nei confronti del Rettore don Verzé una motivata richiesta di dimissioni. Chiariti questi punti preliminari, vorrei affermare con la stessa chiarezza e decisione che, qualora alla volontà di rinnovamento della sua direzione, che l’Università ha già espresso nelle sue riunioni plenarie, non seguissero, nei tempi richiesti dalle procedure secondo le regole vigenti, azioni e fatti corrispondenti, allora il giudizio della società civile sulla nostra Università avrà la ragion d’essere che l’insinuazione di Aldo Grasso ancora non ha. Perché una cosa è disconoscere che al Fondatore di questa Università dobbiamo alcuni valori e principi ispiratori del nostro lavoro: questa sarebbe soltanto viltà. Tutt’altra cosa è rifiutare ogni e qualunque gesto di sottomissione a una dirigenza che ha rischiato di infangare l’onore e la vita di tutti noi.
Roberta De Monticelli

Francamente, la reazione di Roberta De Monticelli mi pare del tutto sproporzionata. Nessuno l’accusa di omertà o di mafiosità. La prima persona plurale con cui chiudo il pezzo non è una generica chiamata a correo del « collettivo indifferenziato » ; più semplicemente mi ci metto anch’io in quella zona grigia che ha permesso a don Verzé e ai suoi dirigenti di comportarsi come si sono comportati. E comunque, per rispondere a viso aperto, come chiede, vorrei solo dirle: conosco professori che, chiamati anni fa da don Verzé o da qualche suo adepto, hanno gentilmente declinato l’invito. ( a. g.)