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 2011  dicembre 19 Lunedì calendario

ALL’ALBA DI NASCOSTO L’ADDIO ALL’IRAQ - E’

del tutto normale che la retroguardia di un esercito in partenza faccia del suo meglio per coprirsi le spalle, ma il segretissimo viaggio notturno dell’ultimo reparto Usa che lasciava l’Iraq ha finito per rappresentare come meglio non si poteva le incertezze e i pericoli che l’America si lascia alle spalle dopo nove anni di guerra.
Barack Obama, certo, mantiene la sua promessa di uscire dalla trappola irachena entro la fine del 2011. Potrà vantarsene, nella campagna elettorale per la Casa Bianca ormai alle porte. E potrà continuare a sostenere, come ha sempre fatto, che quella voluta da George Bush (e da Tony Blair) è stata per l’America e per il mondo una guerra sbagliata. Al suo attivo è giusto mettere l’abbattimento di un tiranno feroce come Saddam Hussein. Ma sull’altro piatto della bilancia ci sono 5.000 morti tra le truppe alleate e decine di migliaia (alcuni dicono centinaia di migliaia) di morti iracheni. Oltre a una montagna di miliardi di dollari. Oltre, soprattutto, all’autostrada gentilmente aperta all’espansionismo regionale dell’Iran e alle sue ambizioni di potenza.
Eppure un verdetto definitivo ancora non c’è. Perché a scriverlo, a partire da oggi, dovranno essere gli iracheni. Senza americani, eccezion fatta per i 157 soldati che rimarranno di guardia all’ambasciata Usa. Senza nemmeno quel presidio di qualche migliaio di uomini che in verità Obama voleva lasciare sul posto a titolo di garanzia, e che il premier Nouri Al Maliki ha di fatto rifiutato negando a Washington la concessione di privilegi giurisdizionali. Nulla di preciso viene detto sui «contractors» (i moderni mercenari al servizio delle multinazionali della sicurezza) che forse continueranno a vigilare sulla Zona Verde della capitale assieme ai regolari iracheni. Ma non sarà la loro eventuale presenza a modificare i termini della sfida: se la guerra dell’Iraq è stata vinta o almeno non è stata persa, da oggi scatta il conto alla rovescia per dimostrarlo sul campo.
Le premesse non sono incoraggianti. E’ indubbiamente una conquista che la vita politica irachena faccia perno su un Parlamento eletto. Ma la democrazia formale che i soldati statunitensi si lasciano alle spalle è tanto fragile da far temere un vuoto di potere, e da non riuscire a superare questioni da sempre ritenute fondamentali per la stabilità del Paese. A cominciare dalla ripartizione dei proventi petroliferi, dal momento che i sunniti, contrariamente ai curdi del Nord e agli sciiti del Sud, non possiedono giacimenti nelle loro regioni. E’ diffuso tra gli stessi iracheni il timore che, partendo dalle ricchezze male o punto distribuite, finiscano per riaffiorare le inimicizie etnico-religiose che Saddam aveva affogato in un bagno di sangue e che gli Usa hanno dovuto combattere a caro prezzo. Al Qaeda potrebbe trarne vantaggio. L’Iran non mancherebbe di approfittarne rafforzando la sua già considerevole influenza sul vicino non più nemico ora che a dirigerlo sono i fratelli sciiti. E poi c’è da tenere d’occhio la mattanza siriana, che contagiando l’Iraq contribuirebbe non poco al rimescolamento già in atto degli equilibri geopolitici del Medio Oriente. Obama, c’è da giurarci, terrà a lungo le dita incrociate.
Franco Venturini