Questo sito utilizza cookies tecnici (propri e di terze parti) come anche cookie di profilazione (di terze parti) sia per proprie necessità funzionali, sia per inviarti messaggi pubblicitari in linea con tue preferenze. Per saperne di più o per negare il consenso all'uso dei cookie di profilazione clicca qui. Scorrendo questa pagina, cliccando su un link o proseguendo la navigazione in altra maniera, acconsenti all'uso dei cookie Ok, accetto

 2011  dicembre 19 Lunedì calendario

GRANDEZZA DI UN POETA CHE S’INVENTO’ PRESIDENTE

Ho incontrato una sola volta Václav Havel, allora presidente della Cecoslovacchia, a Capri, in un’occasione più culturale che politica.
Aveva, come sempre, l’espressione fraterna, sanguigna e malinconica di un uomo fatto più per l’anarchia della letteratura che per l’ordine e le responsabilità della politica; più per i caffè e le taverne di Praga che per il Castello della Presidenza e del potere, ma capace, come pochi altri, di sacrificare, credo non senza dolore e disagio, le bizzarrie e i fantasmi della fantasia ai doveri elementari della difesa della libertà e della dignità di ognuno, della Polis, della comunità.
Non è un caso che la Praga magica e bislacca abbia portato al potere non un intellettuale infarcito di ideologia, bensì un poeta nato piuttosto per la stravaganza delle compagnie scioperate. Ma un poeta libero da ogni culto narcisista della letteratura, un uomo che è stato capace di sacrificare la libertà personale ed anche il lavoro letterario a valori umani più alti e al bene del proprio Paese. In questo senso, l’Occidente intellettuale ha molto da imparare da una Mitteleuropa umana prima che politica e culturale, di cui Havel è un figlio esemplare. Assumendo la responsabilità di rappresentare il suo Paese finalmente libero dal regime, Havel ne ha assunto, non senza fatica, tutto il peso di tante cose a lui ostiche: l’ufficialità rappresentativa, il necessario grigiore amministrativo e burocratico, tutta la prosa quotidiana così invisa a chi vorrebbe vivere in poesia. Non ha civettato con la «immaginazione al potere» cara a tanti libertari occidentali pronti a manifestare, ma senza pagare dazio. Sapeva che, in politica, l’autentica immaginazione consiste nella parziale, noiosa, creativa ricerca del bene comune e non nelle pose eclatanti.
Havel ha pagato un duro prezzo alla lotta per la libertà nelle prigioni comuniste della sua Praga, senza cedere di un millimetro e senza atteggiarsi ad eroe né lasciarsi trasportare ad atteggiamenti estremisti, consapevole com’era delle difficoltà oggettive del suo Paese. Non ha concesso nulla al potere comunista, ma sapeva che esso non era certo l’unico male. In una bellissima pagina, descrivendo il viso di un annunciatore della televisione di Stato che d’improvviso sembra sfaldarsi quando si accorge della menzogna che sta dicendo e che in quel momento viene smentita dai fatti, Havel coglie l’irresistibile forza devastante della verità. È in questa forza che ha creduto ed è essa che gli ha permesso di resistere. In quella pagina, condannando le menzogne del regime comunista, egli dice che esse sono pure un memento di ciò che presto avverrà in Occidente. Si rendeva conto del processo di universale falsificazione, comunista e non solo comunista, che stava avvolgendo il mondo come una ragnatela e nella quale infatti ora viviamo.
Si è dimostrato generoso con i suoi persecutori ed anche con la minoranza tedesca che ha pagato indiscriminatamente per il prezzo delle atrocità naziste in Cecoslovacchia. Gli anni della presidenza sono stati per lui soprattutto malinconici, segnati da sconfitte che era forse politicamente impari ad affrontare, come la secessione della Slovacchia o l’avvento di un anticomunismo diverso dal suo; pure la sua vicenda personale ha avuto degli aspetti patetici e la malattia sembra quasi il simbolo di una generosa vitalità castigata.
Ma anche tutto questo lo ha vissuto con dignità e responsabilità. Spero abbia potuto frequentare abbastanza le sue amate birrerie e osterie. Non era certo un «compagno» nel senso partitico, ma era altrettanto certamente un buon compagno, cosa non meno importante dell’essere un presidente.
Claudio Magris