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 2011  dicembre 18 Domenica calendario

L’EFFETTO SUPERMARKET NON UCCIDE LE BOTTEGHE — È

tempo di bilanci per la Grande Distribuzione: quello del 2011 rischia di essere uno dei più difficili degli ultimi dieci anni, a causa della crisi che ha determinato un calo delle vendite pari allo 0,7% dall’inizio dell’anno. E adesso si punta tutto sul Natale, anche se la manovra appena varata non lascia sperare in una ripresa dei consumi, nemmeno durante le festività.
Liberi esercizi
È il caso di ricordare che, nel frattempo, in tema di commercio il governo Monti ha introdotto importanti novità: è stata estesa a tutti gli esercizi commerciali, siti in tutto il territorio nazionale, la libertà di non rispettare gli obblighi degli orari di apertura e di chiusura, della chiusura domenicale e festiva, nonché quello della mezza giornata di chiusura infrasettimanale. Inoltre è stata sancita la libertà di apertura di nuovi esercizi commerciali sul territorio senza contingentamenti, limiti territoriali o altri vincoli di qualsiasi altra natura, esclusi quelli connessi alla tutela della salute, dei lavoratori, dell’ambiente e dei beni culturali. Alle Regioni e agli enti locali sono stati concessi 90 giorni per adeguare i propri ordinamenti alle nuove prescrizioni.
Dopo la «lenzuolata»
Ma, in attesa che gli effetti di queste novità si rendano visibili, è possibile tracciare un altro bilancio, quello della precedente riforma, varata ormai 13 anni fa, dall’allora ministro del Commercio, Pierluigi Bersani. Si è poi davvero realizzata la tanto paventata desertificazione, quell’effetto svuotamento delle città tutta a favore dei grandi esercizi commerciali? Sul punto offre una risposta abbastanza sorprendente la ricerca condotta da TradeLab per Federdistribuzione, l’organismo che rappresenta quella che viene chiamata, con termine un po’ antico, la Distribuzione Moderna.
«Sia per la componente alimentare che per quella non alimentare — spiega Luca Pellegrini, presidente di TradeLab — la modernizzazione della rete distributiva non ha portato a una riduzione del numero di punti vendita disponibili per il consumatore».
Più precisamente, fra il 2000 e il 2010, i punti vendita in sede fissa nel loro complesso sono passati da 721 mila a 776 mila (+7,7%). Ad essi si possono aggiungere 171 mila esercizi ambulanti (erano 156 mila circa nel 2004). Quanto ai punti vendita tradizionali, nel decennio, segnano un aumento in numero del 6,1%, a fronte di un aumento del 34,7% della grande distribuzione.
Certo il trend di sviluppo è ben diverso, ma «in ogni caso — osserva Pellegrini — non c’è quell’arretramento del numero dei negozi tradizionali che ci si sarebbe aspettato». L’unica differenza è, semmai, che nel biennio in cui la crisi è cominciata, il 2008-2009, è iniziata una contrazione del numero dei punti vendita tradizionali: dai 728 mila del 2007 ai 723 mila del 2008 e 719.300 dell’anno successivo, mentre per la grande distribuzione la svolta negativa non c’è ancora stata.
Dietro al banco
Quanto all’occupazione, tra il 2000 e il 2010, secondo la ricerca, nel commercio al dettaglio c’è stato un aumento pari all’1,6% dei lavoratori (con un rallentamento tra il 2008 e il 2010) che certo ricomprende anche molti contratti precari ma meno di quanto non si pensi, visto che il numero dei lavoratori dipendenti è passato dal 46,1% del 2000 al 56,3% del 2010.
Interessante appare anche il raffronto tra l’Italia e le altre maggiori economie europee: Germania, Francia, Gran Bretagna e Spagna. La densità della rete tradizionale italiana è paragonabile solo a quella spagnola, mentre è quasi doppia rispetto a quella francese e più di tre volte superiore a quella tedesca e britannica.
Il focus sulla rete alimentare presenta una maggiore divaricazione tra le due realtà considerate. Sempre nell’arco del decennio considerato, il commercio tradizionale ha subito una diminuzione del numero degli esercizi pari al 3%, mentre il calo è stato del 6,5% per quanto riguarda gli ambulanti. È cresciuta invece del 26,3% la rete della distribuzione moderna che, secondo Pellegrini «ha saputo sviluppare un nuovo concetto di "vicinato", allineato ai bisogni dei consumatori, magari affiliando in franchising qualche dettagliante con un negozio più prossimo al centro».
Reagire alla crisi
Un altro fenomeno è quello della crescita dei negozi di «piccole catene», come le pasticcerie e le panetterie con lo stesso marchio, che in questo modo hanno mostrato di sapere reagire alla crisi. Nel decennio considerato la crescita di questa micro-distribuzione è stata considerevole, pari al 110%.
Proprio le panetterie hanno saputo innovare, cominciando a trattare merci fresche al taglio (salumi e formaggi) per estendere l’offerta con prodotti a elevato livello di servizio e anche per soddisfare la domanda di consumi fuori casa. In tutte le tipologie di punti vendita alimentari tradizionali sono aumentate le proposte di soluzioni di piatti pronti.
È il caso delle salumerie e delle macellerie che presentano un’offerta gastronomica particolarmente ampia. Sempre più spesso, inoltre, a questi prodotti si affianca la disponibilità di spazi per il consumo in loco, che permette di servire, oltre alla domanda di take away, anche quella di consumazioni fuori casa. Si tratta di uno sviluppo nuovo del commercio tradizionale.
Non solo «food»
Tornando alla ricerca, e con riferimento al commercio non alimentare, qui si avverte un arretramento minimo (-0,7%) del tradizionale che però si confronta con uno sviluppo esponenziale della grande distribuzione (+44,1%) e delle piccole catene (+66,4%), favorito dall’avvento dei prodotti tecnologici e informatici.
Tuttavia la capillarità della rete non alimentare italiana non ha eguali in Europa: anche la Spagna presenta un indice di densità inferiore a quello italiano. Se nell’alimentare la Germania è il Paese con la più bassa densità, nel non alimentare lo è invece la Gran Bretagna: una rete quattro volte meno densa di quella italiana.
«Il sistema distributivo — commenta Giovanni Cobolli Gigli, presidente di Federdistribuzione — ha ormai raggiunto un livello di sviluppo in cui distribuzione moderna e piccolo commercio di vicinato svolgono ruoli diversi. Ciò che è necessario ora per il commercio è poter continuare questo cammino con maggiore libertà di movimento per le imprese».
Antonella Baccaro