Raffaello Masci, La Stampa 20/12/2011, 20 dicembre 2011
Se veramente il sindaco di Vittorio Veneto, Gianantonio Da Re, volesse procedere alle vie di fatto e non far pagare l’Imu, incapperebbe in due inconvenienti
Se veramente il sindaco di Vittorio Veneto, Gianantonio Da Re, volesse procedere alle vie di fatto e non far pagare l’Imu, incapperebbe in due inconvenienti. Primo, avrebbe alle calcagna la Corte dei Conti, che gli contesterebbe il fatto di aver agito in una materia come quella fiscale che esula dalle sue competenze. Secondo, si darebbe la zappa sui piedi come primo cittadino, perché se è vero che priverebbe lo Stato di una entrata importante, è altrettanto vero che negherebbe una non meno rilevante entrata al suo Comune. La contestata imposta, infatti, genera un gettito complessivo di circa 22 miliardi, quasi il doppio di quanto non generasse prima l’Ici (che si applicava a tutti gli immobili eccetto la prima casa) che incassava 9,7 miliardi. Di questo gettito complessivo, la metà va allo Stato, e da qui la protesta dei sindaci leghisti, ma l’altra metà non va tutta ai comuni. Lo Stato centrale e romano, infatti, ha deciso di fare due operazioni che erodono le entrate degli enti locali: la prima è una riduzione del trasferimento ordinario di 1,4 miliardi, e la seconda è un prelievo di altri 2 miliardi proprio dall’extra-gettito che i comuni possono ottenere dall’Imu. La somma che potrebbe comunque restare ai comuni non è indifferente in termini assoluti, e la legge consente ai primi cittadini (leghisti o no, del Nord ma anche del Sud e delle Isole) una «manovrabilità» (si chiama così) sull’esazione, cioè la possibilità di alzare o abbassare le aliquote. Quando si pagava l’Ici, l’aliquota di riferimento era del 5 per mille del valore catastale. Oggi, con la manovra Monti, gli estimi catastali verranno rivalutati in media del 60% e su questo valore si applicherà l’Imu a partire da un’aliquota base del 7,6 per mille (del 50% più alta, quindi, della vecchia Ici). Ma con alcuni sconti: l’aliquota da applicare alla prima casa viene abbattuta, per legge, al 4 per mille, con una detrazione inoltre - di 200 euro, per cui le prime case più modeste o dei piccoli centri di provincia, in moltissimi casi non pagheranno nulla. C’è poi una ulteriore agevolazione di 50 euro per ogni figlio a carico che abbia meno di 26 anni (con un tetto di 400 euro). Rispetto a queste agevolazioni, i sindaci hanno poi «manovrabilità» di due punti, in meno (facendo pagare solo il 2 per mille) o in più (portando l’aliquota al 6 per mille). Poi ci sono le seconde e terze case, ma anche gli immobili commerciali e industriali, ai quali - invece si applica il salasso del 7,6 per mille. E anche qui i sindaci hanno una «manovrabilità» che arriva addirittura ai tre punti, portando l’Imu da un minimo del 4,6 per mille a un massimo del 10,6. Un bel prelievo, indubbiamente. Il sindaco Da Re può essere molto generoso con i suoi concittadini optando per le aliquote più basse tra quelle consentite, deve però avere un bilancio in ordine e soldi sufficienti per attivare i servizi municipali di base. Altrimenti a pagare le conseguenze delle sue impennate antiromane, saranno i suoi stessi amministrati.