Stefano Montefiori, Corriere della Sera 17/12/2011; Christopher Hitchens, ib., 17 dicembre 2011
2 articoli - HITCHENS, L’ATEO RIBELLE NEMICO DEI CONFORMISTI E AMATO DAGLI AVVERSARI — Christopher Hitchens è morto, e la fine di qualsiasi altro giornalista, scrittore o polemista che avesse scritto o detto metà delle sue frasi assassine (è un complimento) ispirerebbe ora probabilmente turbamento, in qualche caso sollievo, o silenzio
2 articoli - HITCHENS, L’ATEO RIBELLE NEMICO DEI CONFORMISTI E AMATO DAGLI AVVERSARI — Christopher Hitchens è morto, e la fine di qualsiasi altro giornalista, scrittore o polemista che avesse scritto o detto metà delle sue frasi assassine (è un complimento) ispirerebbe ora probabilmente turbamento, in qualche caso sollievo, o silenzio. Invece «Hitch» era talmente bravo da essere fino all’ultimo, e sempre di più, amato, ammirato, in malattia coccolato e — tra le persone meno vicine alle sue idee — ricoperto da quell’affetto incondizionato che si prova per un figlio forse impertinente, ma in fondo ricco di così tanto, tanto talento. Da quando il sito di «Vanity Fair» ha annunciato, ieri mattina, che il 62enne Hitchens, malato di cancro all’esofago, aveva chiuso gli occhi per sempre, lo stesso mondo che si appresta a celebrare il Natale piange per la perdita dell’uomo che se la prese violentemente e ripetutamente — tra gli altri — con la Chiesa cattolica, quella mormone, la festa ebraica della Hannukah, quella cristiana del Natale (appunto) e Madre Teresa di Calcutta (titolando il libro, con blasfema genialità, La posizione della missionaria), e si avventò contro lo scarso senso dell’umorismo delle donne, e poi attaccò Henry Kissinger, Bill Clinton, Fidel Castro, Cindy Sheehan (la mamma pacifista ostile alla guerra in Iraq, lui era a favore), Benedetto XVI, naturalmente gli «islamofascisti» e infine, con coerente e felice scelta di tempo, Dio. Christopher sarebbe probabilmente il primo a sorridere nel vedersi oggi così beatificato, lui che ha fatto dell’ateismo militante la sua ultima grande battaglia, e della lotta contro le religioni la naturale prosecuzione dell’insofferenza verso tutti i totalitarismi. L’ondata di emozione planetaria per «Hitch», l’ateo che rischia curiosamente di diventare un santo della laicità, ricorda in parte, almeno nei modi se non nei numeri, quella che accompagnò il 5 ottobre scorso l’addio a Steve Jobs. E come allora, la grandezza dell’uomo e del suo ruolo si ricostruiscono anche grazie all’affetto dimostrato nelle ultime ore dai compagni illustri e dagli sconosciuti. Il suo migliore amico Martin Amis, che Hitchens definì «la sola bionda di cui mi sono mai innamorato», in un dibattito sarebbe stato sempre dalla sua parte, sicuro di vincere, «anche contro Cicerone o Demostene». Salman Rushdie ha scritto ieri su Twitter: «Arrivederci mio grande amico. Una grande voce si è spenta, un grande cuore si è fermato». Fu in difesa di Rushdie contro la fatwa degli ayatollah che Hitchens fece il suo debutto retorico contro l’integralismo islamico e l’oscurantismo religioso, rimasti poi tra i nemici preferiti per tutta la vita. «Hitch» ospitò Rushdie nella sua casa di New York, e non ebbe dubbi nello schierarsi perché «era questione, se posso dirlo così, di tutto quello che odiavo contro tutto ciò che amavo — ha scritto poi nella sua autobiografia Hitch 22 —. Sotto la colonna odio: dittatura, religione, stupidità, demagogia, censura, prepotenza e intimidazione. Sotto la colonna amore: letteratura, ironia, humor, l’individuo e la difesa della libertà di espressione». In onore di Hitchens l’attore e scrittore Stephen Fry ha organizzato un mese fa a Londra una serata pubblica con il compagno di lotte anticlericali Richard Dawkins e l’altro grande amico Ian McEwan, in collegamento Internet con l’ospedale di Houston dove stava tenendo compagnia al malato; negli stessi giorni è circolato su YouTube un commovente video con decine di ragazzi che brindano «To Hitch», alla salute del loro eroe. Ian Buruma colse un aspetto fondamentale del personaggio quando scrisse sul «New Yorker» che «Christopher, più che essere un uomo di azione, è alla continua ricerca del momento decisivo, come lo fu per altri la Guerra di Spagna: il momento in cui decidi di stare dalla parte giusta, e di affrontare il nemico». Accanto a questa testardaggine nel distinguere continuamente tra male e bene, al romantico attaccamento alla verità terrena che gli fece abbracciare cause controverse — come la guerra in Iraq — pentendosene molto raramente (fu capace però di abbandonare il trotzkismo frequentato in gioventù), Hitchens è così amato forse anche perché era colto, severo e impegnato nelle cause importanti, e allo stesso tempo ironico, leggero e beffardo in faccia all’esistenza. «Hitchens — scrisse di lui Ian Parker, anni fa — conduce la vita che un tredicenne sveglio sognerebbe di fare una volta diventato adulto: si sveglia quando gli pare, lavora da casa, è sposato a una donna che porta scarpe leopardate con i tacchi e sta a chiacchierare con gli amici fino a notte fonda. Arrivo a casa sua poco dopo mezzogiorno, Hitchens mi accoglie decretando che "è l’ora di prendere un cocktail" e ne serve a entrambi una dose abbondante. I capelli gli cadono sugli occhi e li scosta con un leggero movimento della punta delle dita, dritte come quelle di un modello». Negli ultimi mesi «Hitch» non ne aveva più, di capelli, per colpa della dolorosissima chemioterapia ricevuta a «Tumortown», come chiamava l’ospedale di Houston dove è morto e dove — nonostante gli auspici di tanti — non si è convertito all’ultimo momento. L’autore di Dio non è grande ci ha lasciati; e se per caso si fosse sbagliato e ora si trovasse in cielo, non vorremmo essere nei panni del padrone di casa. Stefano Montefiori LO STRANO DESTINO DELL’AMERICA: RITROVARSI SEMPRE DALLA PARTE GIUSTA - Alla fine del XVIII secolo un piccolo gruppo di colonie riesce a staccarsi da un grande impero. Lo Stato che ne risulta non sarebbe probabilmente più di un Cile del Nord Est, una lunga striscia di costa tra le montagne e l’oceano, se non potesse avvantaggiarsi delle contese tra imperi, che danno alla nuova repubblica l’opportunità di accrescere rapidamente la sua influenza. Quando uno degli imperi in lotta cade in gravi difficoltà finanziarie, gli cede a buon mercato un’ulteriore porzione di territorio, che ne raddoppia la dimensione. Le nuove terre, ricche da tutti i punti di vista, sono anche dotate di un vasto bacino interno di fiumi navigabili che, quando verrà esplorato, permetterà di arrivare sulla riva di un altro oceano attraversando terre che contengono vasti giacimenti di minerali preziosi, tra cui l’oro. Credo proprio che si possa dire, quindi, che gli Stati Uniti abbiano beneficiato di una certa fortuna, o destino favorevole. Ci fu chi, anche tra i loro padri fondatori più laici, pensò che si trattasse di qualcosa che andava oltre la semplice realpolitik. Thomas Paine era affascinato dall’idea di un nuovo paradiso terrestre e di un nuovo inizio, e furono le sue parole a essere in seguito citate da Ronald Reagan quando disse che secondo lui l’umanità aveva trovato la forza di far ripartire il mondo da capo. Naturalmente, quando c’è un Eden ci sono anche un serpente e un peccato originale. Per quanto riguardava l’America, Thomas Paine sapeva esattamente di che si trattasse. La detestabile macchia della schiavitù era presente ovunque e corruppe gli ideali della nuova repubblica fin dall’inizio. Alla fine questo crimine storico portò a una guerra in cui gran parte della ricchezza accumulata dagli schiavisti fu dilapidata. Ma quella stessa guerra civile portò al trionfo del capitalismo e di uno Stato espansionista, e la nuova repubblica divenne ben presto un impero di fatto, se non di nome, per le Filippine, Cuba, Haiti e Portorico. Un po’ alla volta, fu inevitabile che politici come Albert Beveridge esprimessero l’idea di un «destino manifesto» e del diritto naturale degli americani ad avere un ruolo dominante. C’è chi pensa che debba essere la fiducia in sé stessi su cui si fonda questa idea — o meglio, la perdita di questa sicurezza — l’argomento della prossima campagna presidenziale. Un candidato deve aspettarsi che gli venga chiesto di confermare o di negare che gli Stati Uniti siano la città in cima al monte, la luce che illumina dall’alto i meno fortunati. Laddove inizia ad assomigliare a un giuramento di fedeltà, credo che il punto qui sottinteso dovrebbe essere liquidato come avventato o stupido o entrambe le cose. Gli Stati Uniti sono stati «scelti da Dio e incaricati dalla storia perché costituissero un modello per il mondo?». Chiunque sostenga di avere una risposta a questa domanda, come sembrava fare George W. Bush, sarebbe uno sciocco. Ben pochi dei sopravvissuti dell’Impero romano avrebbero potuto prevedere che gli abitanti delle gelide e arretrate isole britanniche sarebbero stati tra i futuri costruttori di un sistema globale, ma così è stato. E non c’era dubbio che i britannici, specie i fondamentalisti protestanti, credessero di aver Dio dalla loro parte. Non conosco, peraltro, nessuno Stato europeo che non abbia un mito nazionale del genere. Il problema è che non tutti questi miti possono essere validi allo stesso tempo. Idee di lunga portata come quella di «destino» non sono facilmente compatibili con la contingente tristezza per la perdita di potenza e prestigio dell’America. È un fatto strano che nell’attuale stagione politica sia apparentemente la destra a nutrire il maggior scetticismo sulla potenza americana. Personalmente lo trovo curioso: eppure ancora una volta gli Stati Uniti sono riusciti a collocarsi dalla parte giusta in occasione di un enorme cambiamento storico — la primavera araba — che dapprincipio non avevano «interpretato» in maniera corretta. La maggior parte dei commenti fatti dagli aspiranti alla nomination repubblicana sono però stati di tono acido o riluttante. Ricordo che nelle prime fasi della guerra in Iraq, alla quale era contrario, Bernard-Henri Lévy disse che l’America aveva avuto sostanzialmente ragione a combattere il fascismo e il nazismo e a opporsi costantemente alle varie forme di comunismo, e che tutto il resto erano solo chiacchiere. Qualcosa del genere sembra verificarsi anche nella situazione presente, sia nei recenti sviluppi in Birmania e in Vietnam che in Libia e in Siria. Le folle appaiono contente che ci sia una superpotenza americana, non fosse che per controbilanciare il cinico potere di Mosca e Pechino. Forse, se non ci fosse Obama alla Casa Bianca, la nostra destra sarebbe più pronta a vedere e apprezzare questo aspetto. Christopher Hitchens (Traduzione di Maria Sepa)