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 2011  dicembre 17 Sabato calendario

IN SCENA L’ULTIMA RISSA TRA PARIGI E LONDRA

Invidie secolari. Guerre. Trattati di amicizia. A Nord della Manica, grandi guerrieri. A Sud, cantori dell’amore. È una relazione da psicoanalisi quella tra Francia e Inghilterra, insopportabile per ambedue i Paesi eppure ineluttabile. Senza l’una, l’altra nazione non esisterebbe. Ma ancora una volta nel Canale è burrasca.
Per Margaret Thatcher la moneta unica era l’avversata Europa federalista introdotta «by the back Delors». Gioco di parole che divertiva nei comizi - Delors al posto di door - con il quale la Lady di Ferro diceva ai cittadini del Regno che l’euro sarebbe stato la prima mossa per introdurre dalla porta sul retro, surrettiziamente, il progetto francese di Superstato europeo, simboleggiato da Jacques Delors, presidente della Commissione Ue di lungo corso. La rivalità tra i frogs (i francesi sulla stampa tabloid di Londra) e i roast-beef è antica, ma il culmine degli ultimi decenni l’ha toccato proprio sulla moneta unica e sull’idea di Europa. Qualche volta solo con battute feroci tra Calais e Dover, qualche altra cedendo alla tentazione atavica (e reciproca) del rogo in stile Giovanna d’Arco.
Il nervosismo francese, che nei giorni scorsi ha portato a una polemica pericolosa su quale sia, tra le due economie divise dalla Manica, quella messa peggio e meritevole di perdere il rating della Tripla A, somiglia più agli scontri del secondo tipo che a semplici scaramucce verbali. Vero, quando il governatore della Banca di Francia Christian Noyer dice — inusitatamente per un banchiere centrale — che Londra, non Parigi, dovrebbe essere declassata dalle agenzie di rating — seguito a ruota dal premier François Fillon e dal ministro delle Finanze François Baroin — fa un favore al governo di coalizione di David Cameron, che si è così potuto ricompattare dopo le divisioni interne sul rifiuto britannico di firmare il nuovo Patto di bilancio europeo. Ma c’è qualcosa che rende il tutto rischioso: il fatto che si tratti di una polemica incendiaria, condotta nel pieno di una crisi finanziaria fuori controllo, nella quale una scintilla di troppo può provocare disastri.
È che la relazione tra Gran Bretagna — ma forse sarebbe meglio dire Inghilterra — e Francia è un’onda che ha la cresta nell’essere indispensabile e il punto di minima nell’essere insopportabile. Con le guerre napoleoniche e con Waterloo, si chiuse una fase distruttiva tra le due potenze europee durata un millennio ed ebbe inizio l’epoca della Entente cordiale, della comprensione cordiale: termine usato per la prima volta nel 1844 e diventato poi un rapporto formalizzato da un accordo siglato a Londra nel 1904. L’Inghilterra terminava così un secolo di «splendido isolamento» in Europa e la Francia acquisiva un alleato fondamentale per cercare di contenere la nascente potenza tedesca. Da allora non tutto è stato cordiale, naturalmente. Per un certo periodo, ad esempio, Winston Churchill e Charles De Gaulle furono vicini, nella guerra al nazismo. Ma nemmeno vent’anni dopo il generale francese fu tra i primi a capire come stesse cambiando l’Europa e come Londra non fosse più centrale nei nuovi equilibri del Vecchio Continente che si stavano costruendo attorno al rapporto tra Francia e Germania: tenne così il Regno Unito fuori dalla Comunità europea, al freddo come si diceva allora, per anni.
La polemica di questi giorni sulla Tripla A solleva dunque una domanda, per la sua virulenza ma soprattutto per il significato che assume in un passaggio decisivo per l’Europa. Stiamo andando verso la fine di quella fase iniziata con la Entente cordiale e a un ritorno dello splendido (si fa per dire) isolamento britannico? E chi spinge di più in questa direzione, Londra o Parigi? Oppure prevarrà l’indispensabilità della relazione tra i due Paesi che più si invidiano in Europa?
Danilo Taino