Francesco De Dominicis, Libero 17/12/2011, 17 dicembre 2011
LE BANCHE FANNO SOLDI MA NON LI DANNO
Crescita o recessione, crisi o ripresa, le banche italiane – alla fine della giostra – ridono sempre. Il 2011 è stato drammatico per l’economia del nostro Paese (e non solo). E le previsioni dicono che l’anno prossimo, complice la manovra del Governo di Mario Monti da 30 miliardi di euro, andrà peggio. Tuttavia ci sono alcune eccezioni. Gli istituti di credito non sentiranno gli effetti della bufera internazionale e macineranno utili. Nonostante tutto, i bilanci saranno chiusi con dati positivi e in crescita. Tutto questo mentre continuano a esserci segnali assai negativi sul fronte del credito erogato sia alle famiglie sia alle imprese.
Come dire che di denaro ne gira sempre meno e gli istituti se lo tengono stretto per ingrassare i loro conti. Gli ultimi dati riservati dell’Abi parlano chiaro. A dicembre di quest’anno tutti gli indicatori di bilancio avranno davanti il segno «più». Sorpresa? Forse. Sta di fatto che le banche italiane chiuderanno il 2011 con gli utili in un aumento del 3,6% rispetto al 2010. Un ritmo di crescita che l’anno prossimo farà un balzo all’8,9%. Vanno bene anche i ritorni da investimenti, quel roe (return on equity) che è il vero termometro dell’industria finanziaria. Nel rapporto dell’Assobancaria non ci sono i dati dei singoli gruppi. L’analisi di settore dice, comunque, che il roe degli istituti del Paese sta crescendo del 2,8% e fra 12 mesi aumenterà del 3,1%. Brillanti risultati che le aziende bancarie italiane raggiungeranno anche grazie a una profonda riduzione dei costi sia quelli generali (-0,8% e -0,1%) sia quelli del personale (-0,4% e - 0,3%). Di fatto i banchieri puntano sulle trattative in corso per il rinnovo del contratto di lavoro proprio per risparmiare un po’ di quattrini. C’è da scommettere, comunque, che ai sindacati del settore saranno stati illustrati scenari catastrofici. Il solito gioco delle tre carte per tentare di stangare le buste paga dei 340 mila lavoratori.
L’altra strada imboccata per tenere su i conti, come accennato, è quella della tagliola sulle linee di credito. Gli istituti, in buona sostanza, preferiscono correre meno rischi e stanno chiudendo i rubinetti dei prestiti. La Banca d’Italia, seppur con toni felpati, lo segnala da un po’: «Nel terzo trimestre del 2011 i criteri di erogazione dei prestiti alle imprese hanno registrato un irrigidimento superiore a quello osservato nelle due precedenti rilevazioni» si legge in un documento di via Nazionale. Il calo dei finanziamenti va ricavato anche dall’andamento degli interessi praticati allo sportello, cresciuti parecchio: i tassi minimi sui prestiti alle famiglie sono arrivati al3,57%a ottobre di quest’anno (erano al 2,70% a ottobre 2010) e quelli sui finanziamenti alle imprese hanno raggiunto il 3,59% (2,58%).
Le banche aumentano il costo dei finanziamenti (facendo leva sui tassi di interesse) quando intendono ridurre la quantità di denaro da concedere alle imprese. Poi chiedono maggiori garanzie e diminuiscono la durata del finanziamento, facendo crescere la rata. A livello territoriale, la riduzione dei prestiti è stata spalmata su tutta la Penisola anche se la “botta” è stata un po’ più accentuata nel Meridione. Ma di quattrini ne girano sempre meno pure al Nord. Ne sanno qualcosa gli imprenditori che alzano bandiera bianca. Quando non ricorrono a gesti estremi.
Francesco De Dominicis