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 2011  dicembre 17 Sabato calendario

Un po’ più poveri, molto più curiosi - Rispetto al Natale di tre anni fa, ci sono 600 mila disoccupati in più: per il 40% hanno meno di 30 anni, ma è alta la percentuale dei 30-40enni con famiglia che se la stanno passando veramente male, al punto di aver intaccato anche quella fascia di «consumi non comprimibili» per definizione, che sono poi il cibo e le bevande

Un po’ più poveri, molto più curiosi - Rispetto al Natale di tre anni fa, ci sono 600 mila disoccupati in più: per il 40% hanno meno di 30 anni, ma è alta la percentuale dei 30-40enni con famiglia che se la stanno passando veramente male, al punto di aver intaccato anche quella fascia di «consumi non comprimibili» per definizione, che sono poi il cibo e le bevande. Ieri mattina l’Istat ha presentato l’Annuario 2011 e il dato più allarmante dell’Italia di oggi è questo: lavoro carente e sempre più introvabile, spettro della povertà, emarginazione giovanile, fenomeni particolarmente accentuati al Sud e nelle grandi aree urbane. E poi l’Annuario - che è una fotografia obiettiva e impietosa della società italiana - dice anche tutto il resto: e cioè che i consumi ristagnano, che si fanno ancora meno bambini, che sono in crisi anche gli immigrati, che alla migliore salute complessiva si associa una ripresa dei «vizi», a cominciare dal fumo. Ma, al di là delle statistiche che rilevano fatti abbastanza noti anche per l’esperienza diretta di ciascuno, emergono fenomeni culturali che ci si aspetterebbe di meno. Tra questi - per esempio - la crescita dei consumi culturali proprio in questo frangente di crisi (chissà se c’è un nesso tra le due cose?) con una precisazione che deve essere fatta: non la cultura tradizionale cercano gli italiani, fatta di libri e carta stampata (in faticosa tenuta), ma quella legata a strumenti più «passivi» e immateriali, come spettacoli, eventi, mostre ma - soprattutto - il Web. Una sete di sapere, dunque, ma anche di novità. Per cui aumenta la frequentazione di mostre e musei: quasi il 30% degli italiani ne ha visitato almeno uno nell’ultimo anno, e il 23% si è recato in un sito archeologico o monumentale. I biglietti venduti sono stati 37 milioni, cioè 5 milioni in più che nell’anno precedente. Oltre due terzi degli italiani inoltre (che diventano il 70,9% tra gli uomini) si è recato a vedere uno spettacolo fuori casa. Quanto a Internet, sta conoscendo lo stesso successo che in anni recenti ha avuto il telefono cellulare. L’Istat aveva già annunciato che era stata superatala soglia di metà popolazione connessa, ma ora la cosa si sta spingendo ancora oltre: ha una connessione Internet la quasi totalità dei ragazzi in età scolare (l’89% tra i 15 e i 19 anni) ma cresce anche quella dei nonni internauti (il 15% degli oltre 65 anni). In questo quadro di completo sovvertimento dei tradizionali percorsi di acquisizione della conoscenza e dell’informazione, a soffrire sono i soggetti tradizionalmente a questo deputati: i libri e la scuola. A leggere libri erano 47 italiani su 100 lo scorso anno, e sono diventati 45, a informarsi sui giornali erano 55 e sono diventati 54. Erosione minima ma costante. Con una possibilità di redenzione, però: emerge di anno in anno la folla dei nuovi lettori, cioè i ragazzi tra 11 e 17 anni che stanno diventando la parte più dinamica dei «consumatori» di carta stampata. Si avverte poi sia pur timidamente - una disaffezione verso l’università (1.200 iscritti in meno) così come verso la scuola secondaria (3 punti percentuali in meno di passaggio medie-superiori), a indicare da una parte la sfiducia nel binomio più studio uguale più lavoro, ma anche il desiderio di sperimentare nuove forme di acquisizione della formazione anche professionale. RAFFAELLO MASCI *** LA SORPRESA ARRIVA DAGLI IMMIGRATI - C’ è l’Italia che ti aspetti nella fotografia dell’Istat, quella che invecchia sempre più, e che per questo spende la fetta maggiore delle sue risorse per pagare le pensioni, che fa sempre meno figli e che sta ore su Internet, e c’è l’Italia della crisi. Quella che conosciamo tutti bene, quella del lavoro che manca (153 mila posti fissi bruciati in un anno), della disoccupazione che si impenna (2.102.000 persone senza lavoro), dell’industria che arretra a scapito del terziario. Delle famiglie che faticano a fare la spesa e dei giovani. Sempre più senza prospettive, visto quasi la metà di loro non trova lavoro da più di un anno. Poi c’è l’Italia che ti sorprende. Quella degli immigrati. Sempre di più (oltre 4,5 milioni, il 7,5% della popolazione), in larga parte europei (29,2% Ue, 24% Europa centrale) e Nordafricani (14,9%). Giovani (quasi la metà ha un’età compresa tra i 18 ed i 39 anni) e già ben integrati. Se l’Italia cresce - siamo diventati 60 milioni e 626 mila - lo si deve a loro: in un anno sono aumentati di 311 mila unità a fronte di un saldo naturale che ancora una volta fa segnare un dato, -25mila. Non solo, ma fanno lavori che gli italiani rifiutano. Tanto che nonostante la crisi generale gli occupati stranieri sono 183 mila in più rispetto ad un anno prima, il 9,1% del totale contro l’8,2 del 2009. PAOLO BARONI