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 2011  dicembre 17 Sabato calendario

Notizie tratte da: Eva Cantarella, I supplizi capitali. Origine e funzione delle pene di morte in Grecia e a Roma, Universale Economica Feltrinelli, pp

Notizie tratte da: Eva Cantarella, I supplizi capitali. Origine e funzione delle pene di morte in Grecia e a Roma, Universale Economica Feltrinelli, pp. 448, 13 euro.

• 31 sui 50 degli Stati Uniti d’America attualmente ammettono la pena di morte. (p. 12)

• Socrate, per bocca di Platone, espone una tesi […] "chi è ingiusto è infelice in tutti i casi: ma è certo più infelice se, commettendo ingiustizia, non sconti la pena e non venga punito, mentre è meno infelice se sconta la pena della sua colpa ed è punito dagli dei e dagli uomini" (472 b).
L’ingiustizia e la malvagità, spiega Socrate, sono malattie morali. Dunque, esattamente come chi è malato nel corpo va dal medico, chi soffre di mali morali deve andar dai giudici, per scontare la pena. (p. 18)

• […] Secondo una regola in vigore già ai tempi di Crono, racconta il mito, al momento della morte le anime di coloro che avevano vissuto bene andavano nelle Isole dei Beati, dove vivevano felici e immuni dai mali; chi aveva vissuto male invece andava a espiare nel Tartaro. Senonché, quando a Crono successero Zeus, Poseidone e Plutone, Plutone e i custodi delle Isole dei Beati andarono da Zeus, denunziando che tanto nel Tartaro quanto nelle Isole Felici giungevano anime che avrebbero dovuto avere altra destinazione. Zeus spiegò perché questo accadeva: le persone venivano giudicate ancora vestite, in quanto vive, e poiché molti, pur avendo anime malvagie, erano vestiti di corpi belli, i giudici, a loro volta vivi e vestiti, venivano influenzati dal rivestimento dei corpi. Dunque, concluse Zeus, si rendevano necessari due provvedimenti: gli uomini non dovevano più prevedere quando sarebbero morti (sino ad allora lo prevedevano) e dovevano venire giudicati nudi, vale a dire dopo la morte, da giudici anch’essi morti e nudi. A giudicare le anime sarebbero stati i suoi tre figli, Minosse, Radamante ed Eaco, che avrebbero emesso le loro sentenze stando su un prato da cui partivano due vie, una diretta al Tartaro, l’altra all’Isola dei Beati. Radamente avrebbe giudicato le anime dell’Asia, Eaco quelle dell’Europa, e Minosse avrebbe risolto le eventuali controversie tra i due (523 a-524 a). (pp. 19-20)

• [Nelle Leggi] Esistono, dice Platone, due tipi di medici. Alcuni, di stato servile, curano per lo più altri schiavi, e lo fanno prescrivendo le cure senza dare o ascoltare alcuna spiegazione della malattia, passando da un paziente all’altro come superbi tiranni; altri medici, invece, quelli liberi, che curano quasi sempre i liberi, studiano la malattia del paziente, la tengono sin dall’inizio sotto osservazione, informano l’ammalato e per quanto è possibile lo istruiscono. Ovviamente sono medici migliori (IV, 720 a-e). (p. 21)

• Tommaso d’Aquino (1225-1274) […] scriveva che "il bene comune vale più di quello di un solo individuo. Pertanto, se la vita di alcuni delinquenti è contraria al bene comune, vale a dire all’ordine della società umana, questi potranno essere uccisi [...]. Come quando il medico taglia giustamente e utilmente la parte malata quando l’infezione minaccia l’intero corpo, allo stesso modo il Principe, giustamente e senza peccare mette "a morte i delinquenti, temendo il turbamento della pace sociale" [Summa contra Gentiles III, 146]. […] Quindi se un uomo con i suoi peccati è un pericolo per la società, e può disgregarla, sopprimerlo è lodevole e salutare per la conservazione del bene comune" [Summa teologica IIa, quaestio 64, nella quale si trovano anche i passi che seguono]. […] "[…] uccidere un uomo che pecca può essere un bene, come uccidere una bestia. Infatti un uomo cattivo [...] è peggiore e più nocivo di una bestia." (pp. 27-28)

• Scriveva nel 1516 Tommaso Moro, nella sua Utopia "Iddio ha proibito di uccidere chicchessia, e noi ammazziamo con tanta facilità solo per quattro soldi rubati? Se poi qualcuno interpreta il divieto nel senso che per volontà divina non è lecito dare la morte ove la legge degli uomini non stabilisca di farlo, cosa ci impedirebbe di istituire fra noi delle norme che consentano in certi casi lo stupro, l’adulterio, lo spergiuro?" [T. Moro, L’Utopia o la miglior forma di repubblica, Bari 1963, p. 44]. (p. 29)

• Blaise Pascal (1623-1662) scrive "È necessario uccidere per impedire che ci siano dei malvagi?". La risposta è: "Questo significa farne due invece di uno" (Pensieri 558). [De verbo rum significazione libri quattuor, Lugduni 1548]. (p. 38)

• [Pena di morte] Secondo i dati di Amnesty International, aggiornati al 28 marzo 2011, gli Stati che l’hanno completamente abolita sono novantasei. Nove l’hanno abolita salvo che in tempo di guerra o per crimini previsti dal codice militare; altri trentaquattro, pur continuando a prevederla, non la applicano da almeno dieci anni. Riassumendo, gli Stati che l’hanno abolito, di diritto o di fatto, sono centotrentanove. Quelli che continuano a prevederla o ad applicarla sono cinquantotto. [I dati si trovano nel sito http://www.amnesty.org/en/death-penalty/numbers]. (p. 35)

• Alcuni paesi (Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti, Iran, Pakistan e Sudan) hanno ignorato i divieti internazionali e hanno emesso condanne a morte per reati commessi da minori di diciotto anni. (p. 36)

• La Mongolia (uno dei paesi in cui la pena capitale è ancora un segreto di Stato) ha annunciato una moratoria sulla pena di morte e il numero complessivo delle esecuzioni ufficiali registrato da Amnesty International è calato da almeno 714 nel 2009 ad almeno 527 nel 2010. (p. 36)

• Franklin E. Zimring in The Contradictions of American Capital Punishment […] Secondo Zimring, la pena di morte sarebbe ancora in vigore negli Usa perché sarebbe una manifestazione dell’american exceptionalism, vale a dire della "peculiarità" americana, ovverosia quell’insieme di princìpi, credenze, pratiche e valori che danno alla cultura americana una sua particolare fisionomia, che la distingue dalle altre. La pena capitale, in particolare, si ricollegherebbe ai valori che ispiravano la vigilante tradition, vale a dire la cultura dei vigilantes, che specie negli Stati del Sud prospettava l’idea del farsi giustizia personalmente, e che, nella sua forma estrema si esprimeva nella pratica del linciaggio. Non a caso – dice Zimring - gli Stati nei quali nell’Ottocento avevano luogo più linciaggi sono quelli nei quali, negli anni novanta del Novecento, è stato attuato il numero più alto di esecuzioni. (p. 47)

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IN GRECIA

• Nella società omerica, […] i supplizi […] non venivano inflitti nella piazze, ma nelle case. (p. 53)

• Il capofamiglia (non a caso detto anax oikoio, il "sovrano della casa" [Hom., Od. 1, 397]), titolare di una potestà personale assoluta e illimitata sugli appartenenti al gruppo, tutti indistintamente sottoposti a un potere disciplinare che comprendeva il diritto di mettere a morte chi non rispettava la sua autorità. (p. 54)

• In Grecia l’impiccagione è morte tipicamente femminile. E non solo quando […] è inflitta come punizione, ma anche quando è decisa dalle donne stesse, come scelta di morte. (p. 58)

• Nel Corpus Hippocraticum leggiamo di un particolare tipo di epilessia che colpisce le vergini e che è caratterizzato da un effetto singolare: le fanciulle colpite da questo male hanno una spiacevole e incontrollabile tendenza a impiccarsi. Senonché, fortunatamente - specifica il testo-, da questa epilessia si guarisce facilmente: essa è causata dall’astinenza sessuale, che nel caso delle vergini in questione si è spinta oltre il limite. Esse sono ormai fanciulle da marito e il loro male deriva dal rifiuto di celebrare le nozze: non appena si sposeranno la loro malattia scomparirà. [Corp. Hipp. VIII, 464-471] (pp. 62-63).

• Dondolarsi su un’altalena era considerato fin dall’età più antica un rito di fertilità [Ch. Picard, Phédre “à la balançoire” et le symbolisme des pendaisons, in “Revue archèologique”, 28 (1928), pp. 47 sgg] (p. 63)

• In Grecia le donne non morivano solo impiccate, ma anche sepolte vive, abbandonate a se stesse in luoghi sotterranei e oscuri. (p. 64).

• […] In epoca più avanzata gli assassini infliggeranno al cadavere delle loro vittime, nel corso della pratica denominata “maschalismos”: dopo aver tagliato al morto mani, piedi, genitali, naso e orecchie, l’assassino legava le parti recise con una corda che, passata sotto le "ascelle" del morto (maschalai, appunto), faceva ricadere le parti recise dietro il suo collo. Il suo simbolismo non lascia dubbi: essendo stato mutilato, il morto perdeva la sua forza, e quindi non poteva più vendicarsi facendo del male al suo assassino. (p. 68)

• Prometeo aveva rubato il fuoco agli dei, una colpa così grave da determinare due diverse punizioni divine: una collettiva e una personale. […] Quale fu la pena inflitta a tutto il genere umano è cosa ben nota. Tra gli uomini, che fino a quel momento erano vissuti felici, Zeus mandò Pandora, la prima donna, "terribile flagello" (pema mega), appositamente costruita da Efesto a immagine di una casta vergine, piena di "grazia" (charis), di "desiderio struggente" (pothos argaleos) e di "affanni che fiaccano le membra" (gyioboroi meledonai): i doni che le erano stati fatti da Afrodite, la dea dell’amore. Ma, accanto a questi, Pandora aveva ricevuto anche altri doni, completamente diversi: una "mente sfrontata" (cuneo noos), un’"indole ambigua" (epiklopon ethos), un "cuore pieno di menzogne" (pseudea) e "discorsi ingannatori" (logoi aimylioi). Così era stata costruita Pandora, il "male così bello" (kalon kakon), "la trappola alla quale non si sfugge" (dolos amechanos), da cui - dice Esiodo - discende il "genere maledetto, le tribù delle donne". (pp. 72-74)

• Uno dei supplizi capitali in uso ad Atene era chiamato “apotympanismos”. […] Questo supplizio sarebbe consistito in una sorta di crocifissione. […] I condannati a morte […] erano stati issati e immobilizzati, con il collo e gli arti chiusi nel cerchio di ferro e nei ramponi. L’apotympanismos, se ne deduce, veniva realizzato in questa forma: attaccati saldamente a un palo, i condannati erano abbandonati a una lunghissima agonia, destinata a cessare solo quando la morte poneva finalmente termine agli atroci tormenti provocati dai ferri che li stringevano, dalla fame, dalla sete, dalle intemperie e dai morsi delle bestie che dilaniavano il corpo indifeso. […] A due categorie di delinquenti ai quali era riservata la crocifissione: i traditori e i cosiddetti "malfattori" (kakourgoi). Ad Atene infatti venivano definiti kakourgoi, per legge, i "ladri" in generale (kleptai), […] ladri […] specializzati, […] i "trafficanti di schiavi". (pp. 77-79)

• Atene. Il reato di moicheia […] indicava tutti i rapporti eterosessuali al di fuori del matrimonio e del concubinato con donna nubile o coniugata […]. Il moichos sorpreso sul fatto potesse essere ucciso impunemente dal marito, dal convivente, dal padre, dal fratello o dal figlio della donna alla quale si era unito. (pp. 82-83)

• Il processo contro Frine, cortigiana di straordinaria bellezza […]. Frine era stata accusata di "empietà": i fatti […] consistevano […] in un […] semplice bagno in mare che, a quanto pare, Frine aveva preso a Eleusi, presso il tempio di Poseidone. E per di più, prima di entrare nelle acque, ella si era denudata […]. Anche Frine, in giudizio, ebbe un difensore di qualità. […] al momento del bisogno accanto a lei stava Iperide, il logografo che la voce popolare voleva fosse perdutamente innamorato di lei […]: vedendo che la posizione processuale di Frine era tutt’altro che semplice, con un vero e proprio coup de théâtre Iperide tolse la veste alla sua cliente, consentendo ai giurati di ammirare lo straordinario spettacolo e - inutile dirlo - inducendoli così ad assolverla da ogni accusa.[Athen., 590 d; Hyper., fr 174]. (p. 85)

• I colpevoli di "empietà" venivano "precipitati", vale a dire morivano sfracellandosi al suolo dopo il lancio da un’altura, che ad Atene era il famosissimo Barathron. (p. 87)

• Pubblicamente, dinanzi agli sguardi di tutti, morivano solamente gli uomini. (p. 87)

• Nella società omerica […] La vendetta era un dovere sociale. […] Chi non si vendicava era un vile, un essere spregevole del quale nessuno, neppure le donne, poteva avere la benché minima considerazione (pp. 91-95)

• In un passaggio dell’orazione di Eschine Contro Timarco, il primo accusava il secondo di essersi prostituito. […] Timarco, secondo Eschine, non aveva diritto di parlare nei tribunali. Egli si era prostituito e una legge della città faceva divieto a chi si era prostituito di esercitare pubbliche funzioni e di partecipare alla vita pubblica. […] La legge sulla prostituzione […] prevedeva che il prostituto non potesse più partecipare alla vita pubblica. La pena di morte poteva essergli inflitta – dice di seguito della legge – solo se, dopo la condanna, egli avesse violato uno dei predetti divieti (pp. 107-108)

• […] Pratica, diffusa in molte città, di uccidere i pharmakoi: dei malaugurati tenuti in vita e nutriti a spese pubbliche allo scopo esclusivo di essere sacrificati, all’occorrenza, per espellere il male dalla città. Ad Atene i pharmakoi venivano lapidati. (p. 112)

• Paride “gynaimanes”, “maniaco delle donne”: così, con disprezzo, Ettore apostrofa più di una volta colui che ha provocato alla sua città mali senza fine. (p. 114)

• Secondo Platone, il Barathron si trovava lungo la strada che portava al Pireo. (p. 127)

• A partire dal V secolo, i condannati per reati politici venivano uccisi in carcere con la cicuta. […] La morte dolce, la morte col veleno, altro non fu che un privilegio concesso a poche persone. (p. 129)

• Il koneion era una varietà della cicuta, quella oggi chiamata dai naturalisti conium maculatum. […] Il suo veleno è potentissimo. Il suo stelo raggiunge i due cubiti, circa novanta centimetri. La foglia è simile a quella del prezzemolo di montagna. I suoi fiori sono simili a bianchi ombrelli e velenosissimi, ma la concentrazione massima di sostanze tossiche sta nel suo seme, un po’ più grande e più bianco di quello dell’anice. La cicuta cresce sia al caldo sia al freddo […] la qualità più ricercata […] era quella proveniente da Susa; e, in territorio greco, da Creta, da Chio e soprattutto dalla Laconia, zona tradizionalmente di farmaci […]. La cicuta veniva spesso usata anche per scopi terapeutici: in particolare, si riteneva che essa curasse malattie quali le infiammazioni oculari e che avesse effetti antiafrodisiaci. Ippocrate e Galeno la prescrivevano, ma quasi esclusivamente per uso esterno: ingerirla […] comportava notevoli rischi […]. La preparazione del farmaco mortale era semplicissima. Frantumando il seme in un mortaio si otteneva una pozione che conduceva alla morte lentamente e - si dice - in modo indolore. Più avanti nel tempo la preparazione cambiò: il seme veniva sbucciato, il nocciolo veniva liberato dal tegumento, polverizzato e infine filtrato con un po’ di acqua. Ma gli effetti, ovviamente, erano gli stessi: in ogni caso, la cicuta dava la morte raffreddando la temperatura corporea. […] Attendibile […] la credenza che il vino, riscaldando la temperatura corporea, fosse un antidoto al koneion. Gli alcolizzati, si diceva, usavano assumere piccole quantità del veleno per neutralizzare l’effetto del vino. Coloro che si recavano a rubare nei templi, racconta Plutarco, ingerivano una dose di cicuta sufficiente - se venivano arrestati - a dar loro la morte sottraendoli al carnefice. Ma portavano con sé una fiasca di vino: se il furto andava a buon fine, bevendolo avevano salva la vita e festeggiavano il successo dell’impresa. […] Così agiva la cicuta, raffreddando il corpo dai piedi fino al cuore (pp. 130-132).

• La cicuta era un’alternativa concessa solamente ad alcuni condannati: più precisamente, ai condannati per crimini politici e per "empietà". […] Il koneion infatti doveva essere pagato dal condannato. Il racconto della morte di Focione, condannato alla pena capitale per crimini politici nel 318 a.C., non consente dubbi: dopo la condanna egli era stato condotto in carcere. Il carceriere aveva preparato il veleno. Ma Nicocle, uno degli altri condannati, aveva chiesto di poterlo bere per primo, consumando l’intera quantità disponibile. Il carceriere allora si era rifiutato di portare a Focione un’altra porzione, dicendo che lo avrebbe fatto solo se gliene fosse stato pagato il prezzo, vale a dire dodici dracme; Focione, amareggiato, aveva commentato: "Ad Atene, ormai, non si può neppure morire senza pagare questo privilegio". […] Focione […] denuncia quella che a suo giudizio è un’ingiustizia del sistema. Solo chi può pagarsela ottiene la morte dolce. […] Le dodici dracme richieste dal carceriere sono esplicitamente "quanto il peso (di una dose) costava" […]. (p. 135)

• Chi si agita e si muove troppo prima di ingerire il veleno - dice il carceriere - è costretto a berne una dose doppia, se non tripla. Se il veleno fosse stato a carico della città, ben difficilmente si sarebbe consentito al condannato di gravare sulla spesa pubblica, duplicando o triplicando il costo di un’esecuzione comunque dispendiosissima. La cicuta, come sappiamo, era rara ad Atene e di conseguenza assai costosa: dodici dracme la dose […]. Facciamo un calcolo […]: in quel periodo il prezzo di un medimno di grano era cinque dracme. Dodici dracme, dunque, era il prezzo di due medimni e mezzo, all’incirca. Considerando che il consumo annuale pro capite di grano (elemento fondamentale dell’alimentazione ateniese) era di sette medimni per gli uomini, cinque per le donne e tre per i bambini, dodici dracme erano all’incirca il costo dell’alimentazione di un uomo per quattro mesi, di una donna per sei mesi e di un bambino per quasi un anno. (p. 136)

• […] Socrate […] il popolo, che aveva votato la colpevolezza del filosofo con una piccola maggioranza, lo condannò a morte, scrive Diogene Laerzio, con ottanta voti di più di quelli che lo avevano dichiarato colpevole. Mentre la sua colpevolezza era stata dichiarata con 280 voti contro 220, la pena di morte fu scelta da 360 giudici contro 140 […]. (pp. 138-139)

***
ROMA

• La poena cullei, la celebre "pena del sacco". Subito dopo la condanna, i piedi del reo venivano calzati con zoccoli di legno e il suo capo veniva coperto da una pelle di lupo. Al momento stabilito per l’esecuzione egli veniva fustigato con delle speciali verghe dette sanguineae, veniva chiuso in un sacco ermeticamente sigillato con la pece insieme a un cane, un gallo, una vipera e, in età più tarda, una scimmia. Infine, sempre chiuso nel sacco, veniva caricato su un carro trainato da buoi neri e, in compagnia dei suoi feroci e malcapitati coinquilini, veniva gettato nel più vicino corso d’acqua. (p. 143)

• Paragonata alle altre morti di Stato, la "decapitazione" (securi percussio o decollatio) era una morte fortunata: che dire infatti […] di condanne teoricamente non capitali, ma tali nei fatti, come la castrazione o la tortura - introdotta dal cristiano Costantino -, che consisteva nel versare piombo fuso nella gola del condannato? [NOTA: La castrazione era riservata agli omosessuali passivi. Il piombo fuso era riservato alla gola delle nutrici che, con i loro discorsi, avevano indotto una fanciulla a fuggire con un uomo diverso da quello che i genitori le avevano destinato] (p. 145)

• Una delle più antiche leges regiae, attribuita da Dionigi di Alicarnasso a Romolo, si preoccupò di stabilire in quali casi il marito poteva uccidere la moglie. Scrive infatti lo storico greco: "Romolo stabilì che la moglie fosse punita con la morte dai parenti in caso di rapporto sessuale illecito (phthaora somatos) e in caso avesse bevuto vino. […] Che l’adulterio fosse punito con la morte, infatti, non può destare alcuna meraviglia. Come in Grecia, anche a Roma una delle prime preoccupazioni della città fu quella di garantire un’ordinata riproduzione dei cittadini, controllando rigorosamente il comportamento femminile. Ma […] punire con la morte un comportamento a prima vista innocente come quello di bere del vino. […] Su quale terreno cercare la spiegazione di una tale severità? Forse su quello della magia? Il vino, è stato sostenuto, conteneva secondo i romani un principio di vita non diverso da quello contenuto nel seme maschile. La donna che lo beveva, di conseguenza, ammettendo in sé un principio di vita estraneo, compiva un atto che metteva in pericolo la purezza del sangue, esattamente come l’adulterio. […] Analizzando le regole religiose, si è pensato che non tutto il vino fosse vietato alle donne, ma solamente il temetum, il vino speciale riservato ai sacrifici, che avrebbe conferito potere divinatorio. Chi lo beveva, in altre parole, avrebbe acquistato la capacità di vedere il futuro. E poiché fare vaticini non era compito femminile, ecco chiarita la ragione di un divieto che, comunque, avrebbe garantito anche da un altro rischio: quello che le donne - cosa temibilissima - prendessero a parlare, in modo meno solenne di chi faceva vaticini, ma nondimeno foriero di conseguenze pericolosissime. Incapaci di controllarsi, le donne - se bevevano - potevano svelare segreti familiari, dire cose disdicevoli e creare situazioni imbarazzanti e deprecabili. (pp. 153-155)

• Nel racconto di Valerio Massimo, un tal Ignazio Mecennio, cavaliere, avendo visto la moglie bere vino, la "uccise a bastonate" ("fusti percussam inter°emit") e questo "non solo non suscitò accuse, ma nemmeno gli procurò biasimo, perché tutti giudicarono che ella avesse pagato il fio della violazione della sobrietà nella misura più esemplare". (p. 155).

• Le sacerdotesse di Vesta erano vincolate da un voto di castità trentennale. Selezionate, tra i sei e i dieci anni di età, tra le fanciulle più nobili, al momento della consacrazione uscivano dalla potestà paterna ed erano le uniche donne sui iuris (vale a dire non sottoposte al potere di un pater familias) […]. Nel caso infrangessero il voto di castità, comportava la loro condanna a morte. […] La morte delle Vestali era terribile […] venivano murate vive. […] la convinzione dei romani che la saldezza e la prosperità dello Stato venissero messe in pericolo dal comportamento licenzioso delle donne. (pp. 157-158)

• A Roma infatti, così come in Grecia, una donna non commetteva reato solo se veniva meno alla fede coniugale, ma più in generale, indipendentemente dal fatto che fosse sposata, ogniqualvolta intratteneva un rapporto sessuale al di fuori del matrimonio. […] i rapporti sessuali extramatrimoniali (definiti stuprum, anziché adulterium) fossero sempre illeciti, anche se intrattenuti da una donna nubile, e che fossero reato che spettava al padre della donna punire. "Verginitas non tota tuast, ex parte parentumst," scriveva Catullo, rivolgendosi a una vergine: "La verginità non è tutta tua, in parte è dei tuoi genitori". E quindi spiegava: "Un terzo è di tuo padre, un terzo di tua madre. Solo un terzo è tuo". […]il diritto esclusivo di mettere a morte la figlia che aveva perso la verginità spettava al padre. (pp. 158-159)

• Per i romani […] suicidarsi era una scelta di libertà moralmente encomiabile. […] il primo posto nella graduatoria dei suicidi onorevoli spettava indiscutibilmente alla spada, l’arma virile per eccellenza. Se un uomo costretto a scegliere tra morte e disonore esitava a impugnarla, toccava alla sua donna ricordargli quale fosse il suo dovere. Quando nel 42 d.C. il marito Peto cadde in disgrazia, coinvolto in una congiura di palazzo, Arria, la moglie che aveva a più riprese dato prova della fermezza del suo carattere, impugnata la spada, si trafisse il petto assicurando: "Peto, non fa male" ("Pete, non dolet"). Anche se non sappiamo se e fino a che punto Peto fu rincuorato dal gesto della moglie […]. Il romano non doveva consentire ad altri di ucciderlo. Doveva piuttosto suicidarsi […]. (pp. 162-163)

• Alcune forme di suicidio […] onorevoli. […] Oltre il dissanguamento, la morte per inedia e il veleno. Ma il dissanguamento e l’inedia davano una morte molto lenta. A volte era necessario togliersi la vita in pochi istanti e non sempre la spada o il veleno erano a portata di mano: in questi casi ecco apparire il laqueum, piccolo, leggero, poco ingombrante. La soluzione perfetta. Nascosto nelle vesti ed estratto al momento opportuno, […] consentendo a chi lo utilizzava di togliere ai suoi nemici la soddisfazione di ucciderlo. […] era in previsione di questa eventualità che Eliogabalo portava sempre con sé un laccio. (p. 164)

• […] a Roma i rapporti omosessuali erano consentiti solo con gli schiavi. (p. 165)

• L’omicidio, come l’adulterio, era un reato che a quanto pare le donne romane commettevano con una certa frequenza […]: le donne romane, sembra, amavano far ricorso ai veleni. Racconta Livio che, nel 331 a.C., accadde un fatto clamoroso: durante il consolato di M. Claudio Marcello e C. Valerio Potito morirono misteriosamente molti personaggi illustri. Denunciate da una schiava, alcune matrone furono accusate di averli avvelenati, e nelle loro case furono trovati dei “venena”, che esse dissero essere dei medicamenti. Invitate a berli, alcune matrone accettarono la sfida e morirono avvelenate. Al termine del processo furono condannate centosessanta donne: niente, rispetto all’esito di un processo che si celebrò nel II secolo. Vi erano state altre morti misteriose e, ancora una volta, erano state accusate delle donne. Questa volta il processo terminò con ben duemila condanne […]. (pp. 166-167)

• […] le donne ben raramente venivano giustiziate in pubblico. […] lo strangolamento […] aveva luogo nelle case (pp. 167-168).

• I giudizi domestici, infatti, erano sottratti al controllo pubblico. I padri, in altre parole, valutavano la gravità della colpa e stabilivano la pena in base ai loro personali criteri. […] Il padre poteva decidere di uccidere il figlio senza consiglieri, senza testimoni, senza istruttorie. Nessuno poteva impedirglielo. Tutt’al più, di lui si poteva dire che era un padre severo […]. (pp. 171-172)

• La lex horrendi carminis. […] Esisteva dunque una legge che stabiliva come i traditori dovevano essere uccisi. […] al condannato, essa dettava, "venga velato il capo. Sia sospeso all’albero infelice e sia fustigato sia nel pomerio sia fuori del pomerio". […] Infelix, per i romani, in opposizione a felix, era in primo luogo l’albero che non portava frutti, o che portava frutti selvatici e non commestibili […]. Quando la classificazione era ispirata a preoccupazioni magico-religiose (e non a interessi agricoli o botanici), arbor felix, infatti, era l’albero di buon auspicio, arbor infelix quello di cattivo augurio. E quali fossero le arbores rispettivamente appartenenti alle due categorie riferisce Macrobio, secondo il quale erano infelices le arbores sotto la protezione degli dei infernali: più specificamente il linterno (alaternus), il sanguine o canna sanguinea (sanguis), la felce (filix), il fico nero (ficus ater), gli alberi che portano bacche o frutti neri, l’agrifoglio (agrifolius), il pero selvatico (pirus silvaticus), il pungitopo (ruscus), il lampone selvatico (rubus) e i rovi (sentes) con cui conviene che si brucino i portentci e i cattivi prodigi (prodigia mala). (pp. 195- 196)

• Gli alberi infelix […] oltre a quelli che lo erano per natura, esistevano alberi che lo diventavano per circostanze esterne e sopravvenute. […] Se una persona si impiccava nei dintorni di una vigna, l’intera vigna diventava impura e il vino che essa produceva non poteva essere usato per i riti religiosi; i boschi i cui alberi erano stati colpiti dal fulmine non potevano essere usati per i sacrifici. (p. 196)

• A Roma, l’impiccagione era una morte maledetta: le anime degli impiccati, non trovando riposo nell’aldilà, continuavano ad aggirarsi tra i vivi ed erano morivo di terrore invincibile. […] gli antichi avrebbero creduto che l’anima dimorasse nel respiro e che con questo dovesse abbandonare il corpo. […] gli impiccati […] esalavano l’ultimo respiro sospesi nell’aria. E questo, per i romani, era un fatto gravissimo: per loro, morire significava tornare alla terra, e a essa si tornava solo se il corpo, nell’attimo estremo, giaceva a contatto con l’elemento originario, sede del regno nel quale abitavano i defunti. (p. 199)

• "Cremare," scrive Plinio, "non fu usanza antica dei romani [...] essi destinavano il cadavere alla terra". E quindi aggiunge che l’abitudine di cremare si diffuse per timore della violazione dei sepolcri. […] Quando cremavano un cadavere i romani, prima di darlo alle fiamme, usavano tagliargli un dito, che quindi seppellivano gettandovi sopra tre manciate di terra. Il dito tagliato (os resectum), che rappresentava simbolicamente il cadavere distrutto dal fuoco, consentiva evidentemente il ritorno del defunto al luogo d’origine. […] Isidoro conferma: "Un tempo, ciascuno veniva seppellito in casa sua. Ma poi questa usanza fu vietata dalle leggi, perché il fetore non contagiasse i viventi". (p. 200)

• La crocifissione non era un supplizio riservato agli uomini liberi […]. A Roma la morte sulla croce era riservata agli schiavi […]. Plauto allude al fatto che i condannati non sempre venivano issati sulla croce; talvolta erano costretti a salirvi da soli. (pp. 204-205).

• […] la morte sulla croce di un uomo libero, quando eccezionalmente veniva stabilita, era un fatto che provocava nei romani sconcerto e sgomento […]. quando, nel 71 a.C., i seimila schiavi sopravvissuti all’ultimo scontro con Crasso vennero inchiodati ad altrettante croci che costellarono la strada da Capua alle porte di Roma l’opinione pubblica romana, a quanto pare, non ne fu particolarmente turbata. Assai più sconvolgente per loro fu, appunto, la crocifissione di Publio Gavio, civis romanus, messo a morte per ordine di Verre a Messina, con lo sguardo rivolto alla patria che aveva tradito. L’idea di un cittadino romano appeso alla croce era inaccettabile […]. (p. 206)

• Il supplizio di Attilio Regolo. Nel corso della Prima guerra punica, nel 255 a.C., Attilio Regolo, generale romano, cadde prigioniero dei cartaginesi. Allo scopo di ottenere il rilascio dei loro compatrioti prigionieri in cambio della sua libertà e di concludere con Roma un trattato di pace, i cartaginesi, nel 249, inviarono Regolo a Roma, incaricandolo di riferire al Senato le loro condizioni. Ma Regolo, che poneva la gloria di Roma al di sopra della sua vita, esortò il Senato a resistere a ogni pressione, e per non venir meno al giuramento di tornare a Cartagine, fatto al momento del rilascio, tornò eroicamente in terra nemica. […] Regolo morì dunque per mano dei cartaginesi: secondo parte della tradizione, inchiodato a una croce. […] Nel racconto di Tuberone, giurista e annalista dell’età di Cesare (sempre riportato da Gellio), Regolo fu invece sottoposto a un diverso supplizio: dopo essere stato chiuso in un luogo completamente oscuro, venne improvvisamente esposto in pieno giorno alla luce accecante del sole, con le palpebre cucite sia verso l’alto sia verso il basso. (pp. 206-208)

• La croce romana era composta di due legni separati tra loro, che venivano uniti e assumevano la forma di una croce solo nel momento finale dell’esecuzione. Questi due legni erano detti “stipes” e “patibulum”. Lo stipes era la parte verticale della croce: un tronco, un palo di legno, abitualmente, anche se non necessariamente, infisso nella terra in modo permanente […]. A seconda dei casi, questi pali erano di altezza diversa. Di regola erano poco più alti di un uomo, così che i piedi del condannato si venivano a trovare a pochi centimetri dal suolo. In questo caso, gli stipites (successivamente congiunti al palo orizzontale detto patibulum) davano luogo alle croci dette humiles, che esponevano i condannati, tra gli altri tormenti, ai morsi dei lupi famelici che ne straziavano le carni, cui si aggiungevano le beccate degli avvoltoi attratti dall’odore del sangue. […] Tra i divertimenti turpissimi cui Nerone amava abbandonarsi, narra Svetonio, stava per esempio quello di avvolgersi nella pelle di una fiera, di farsi spingere fuori da una gabbia e di avventarsi all’inguine dei malcapitati (uomini o donne che fossero) precedentemente crocifissi a stipites […] lo stipes […] giungeva sul luogo del supplizio insieme al condannato, o meglio caricata sulle sue spalle e avvinta ai suoi polsi con delle corde. […] Solo nel momento finale dell’esecuzione, dunque, la croce prendeva forma (pp. 209-211)

• L’iconografia abbonda di immagini del Redentore con i chiodi piantati nel mezzo del metacarpo. La Sacra Sindone sembra invece indicare che i chiodi non venivano infissi nella mano, bensì nel mezzo del carpo, vale a dire nella linea di flessione del polso. Dimostrare che i chiodi venissero piantati nel carpo, dunque, significava avvalorare l’autenticità della reliquia. Ma come dimostrarlo? Per quanto incredibile possa sembrare, con una serie di inauditi e macabri esperimenti su cadaveri, condotti dal dottor B. Barbet ed esposti nel libro La passione di N.S. Gesù Cristo secondo il Chirurgo. […] Gli unici dettagli anatomici relativi alla tecnica del supplizio e gli unici macabri esperimenti in materia che a noi possono in qualche misura interessare sono quelli volti a mostrare che le braccia venivano inchiodate al patibulum con due chiodi infissi non nel metacarpo bensì nella linea di flessione dei polsi: cosa, questa, che fu in effetti dimostrata da Barbet. Le mani trafitte dai chiodi, egli dimostrò, non reggevano il peso del corpo, ma si laceravano trascinando con sé il cadavere nella caduta. I polsi, invece, reggevano perfettamente: il chiodo, inserito nello spazio di Destot, veniva saldamente bloccato dalle ossa circostanti questo spazio (capitato, uncinato, semilunare, piramidale), nonché dal legamento anulare anteriore, e costituiva un punto d’appoggio solidissimo. (pp. 213-214)

• Il prodigium non era l’atto che offendeva gli dei, era l’evento portentoso che denunciava la rottura della pax deorum. L’ermafrodito e il neonato mostruoso, per esempio, erano considerati dei prodigia, e come tali andavano immediatamente e drasticamente eliminati. Ma la loro eliminazione non avveniva mediante la fustigazione a morte. Essi venivano affogati nelle acque del mare o dei fiumi, nel corso di solenni cerimonie. (p. 223)

• A Roma, ogni anno, il 15 febbraio, durante una festa chiamata Lupercalia, i Luperci correvano per le strade coperti da un perizoma, fustigando quelli che incontravano; le donne adulte, scrive Plutarco, non cercavano di sottrarsi alle frustate, perché credevano che questo favorisse la gravidanza. (p. 229)

• Vivicombustione. […] In età imperiale alcune sentenze capitali venivano eseguite bruciando vivi i condannati. […] Nel 390, una costituzione di Teodosio I stabilì che venissero bruciati vivi coloro che commettevano "l’infamia di condannare il corpo virile, trasformato in femmineo, a sopportare pratiche riservate all’altro sesso": in altre parole, gli omosessuali passivi; più specificamente solo quelli che si prostituivano nei bordelli della capitale ("virorum lupanares"). La decisione di estendere la pena a tutti gli omosessuali passivi fu presa nel 438 da Teodosio II. (p. 233)

• A Roma, “ambustus” era chi, indiziato di un delitto che comportava la pena di morte, era uscito dalle indagini senza essere né condannato né assolto. […] Ma la reputazione di chi non veniva condannato, ma neppure assolto, non poteva che soffrirne: ed ecco che ambustus assume il significato di "bruciato" nel senso - ancora attuale - di compromesso, squalificato, fuori del gioco. (p. 243)

• La giovane Tarpea, figlia di Spurio Tarpeo, guardiano del Campidoglio, recandosi un giorno ad attingere acqua fuori dalle mura della cittadella, vide il re dei sabini, Tito Tazio, alle cui braccia brillavano splendidi monili d’oro. Presa da un desiderio irresistibile di possedere quelle gioie, Tarpea promise al re nemico che, se gliene avesse fatto dono, gli avrebbe aperto la porta della rocca. E Tazio accettò. Ma in cambio del tradimento non diede a Tarpea i lucenti, agognati monili: appena penetrato nel Campidoglio, scagliò su di lei lo scudo e, obbedendo al suo ordine, la stessa cosa fecero i suoi soldati. Tarpea morì miseramente, sepolta dalle armi nemiche. Così racconta Tito Livio, […]. Molto più credibile quindi, secondo Dionigi, la versione fornita da un altro annalista, L. Calpurnio Pisone: Tarpea non aveva tradito. Astutamente, in cambio del tradimento, aveva chiesto a Tito Tazio quello che il re portava al braccio sinistro, come tutti i soldati sabini, vale a dire lo scudo: e così i nemici, entrati nel Campidoglio disarmati, sarebbero stati sorpresi dai soldati di Romolo, avvertito da un suo messaggero. Ma il messaggero aveva tradito. Entrato nella rocca, quindi, Tazio aveva punito Tarpea ordinando ai suoi soldati di seppellirla sotto gli scudi. […] La circostanza non fa che rafforzare il valore dell’insegnamento: il tradimento è atto così infame che anche chi ne trae vantaggio disprezza il traditore al punto di metterlo a morte. (pp. 246-248)

• Sul Campidoglio (intendendo con questo nome il colle composto di due cime, il Capitolium propriamente detto, a sud-est, e l’Arx, a nord-ovest) esisteva una rupe detta saxum Tarpeiurar, o rupes Taipeia. (p. 248)

• Tarpea […]. La rupe da cui venivano precipitati i traditori aveva il suo nome non solo perché ella era morta ai suoi piedi, ma anche e soprattutto perché vi era morta della stessa morte riservata ai traditori. (p. 265)

• La pena del sacco. Nel linguaggio della vita quotidiana il culleus era un banalissimo contenitore di cuoio a tenuta stagna, destinato a conservare o a trasportare derrate alimentari. Nel lessico dei supplizi, invece, era lo strumento dell’esecuzione riservata ai parricidi. Un’esecuzione singolarissima, […] descritta da un passo di Modestino: i colpevoli di parricidio - dice il testo-, dopo essere stati percossi con delle “virgae sanguineae”, debbono essere cuciti in un “culleus” insieme a un cane, un gallo gallinaccio, una vipera e una scimmia, e debbono essere gettati in mare. Altre fonti specificano: o nel più vicino corso d’acqua. […] immediatamente dopo la condanna, il reo veniva tradotto in carcere in attesa dell’esecuzione: al parricida, dicono le fonti, venivano fatti calzare degli zoccoli di legno e attorno al suo volto veniva legato un cappuccio di pelle di lupo. […] Le verghe […] dovevano essere sanguineae, vale a dire "color rosso sangue”. […] I compagni di viaggio del parricida dilaniavano il suo corpo, rendendo particolarmente straziante la sua morte. (pp. 266-267)

• Gli antichi […] il cane, per loro, non era necessariamente fedele. Nell’Odissea, è vero, il cane Argo muore finalmente felice solo dopo aver riconosciuto Odisseo, il padrone amatissimo tornato in patria dopo venti lunghi anni di assenza. Ma singoli episodi di fedeltà canina, per quanto celebri, non sono sufficienti a bilanciare la pessima fama di cui l’animale godeva, sia in Grecia sia a Roma. […] E i romani non la pensavano diversamente dai greci: se Plinio dice che il cane è l’amico più fedele dell’uomo, Virgilio definisce le cagne "oscene" ("obscenae"), e Orazio considera il cane "immondo" ("immundus"). Plinio, senza alcuna simpatia per le vittime, riferisce che ogni anno alcuni cani venivano appesi vivi a una forca di sambuco tra il tempio della Giovinezza e quello di Summano: alla specie, infatti, non si era mai perdonato di non aver difeso il Campidoglio. Secondo Giovanni Crisostomo il cane è "l’animale più vile" e "coloro che vivono in inguaribile empietà e non hanno alcuna speranza di redimersi" altro non sono che cani. In Agostino leggiamo che il cane, "disprezzabile e ignobile", è"l’ultimo degli uomini e delle bestie". (p. 271)

• Il gallo - dice Plinio - è un animale talmente battagliero da terrorizzare persino i leoni. […] Il gallo cucito nel culleus, come specificano le fonti, era il "gallo gallinaccio", vale a dire il cappone, […] nell’antichità era considerato particolarmente feroce. (p. 272)

• La vipera: un animale che, secondo Plinio, se femmina, partoriva una piccola vipera al giorno, "in totale, circa venti. Le altre quindi, spazientite dall’attesa, escono dal fianco della madre, uccidendola". [Plin., N.H. 10, 82, 170]. (p. 273)

• La scimmia. Secondo Plinio, le scimmie amavano a tal punto i figli neonati da soffocarli nel loro abbraccio. [Plin., N.H. 8, 80, 216]. (p. 273)

• Cicerone: "La scimmia è un uomo che non vale un soldo". [Cic., Ad fam. 5, 10, 1]. (p. 273)

• In età postclassica inoltre, per volere di Costanzo e Costante, si stabilì che nel culleus venissero cuciti i condannati per adulterio: […] si è pensato che nel culleus dell’adultero venisse cucito un mugile, pesce notissimo per la sua mordacità e per questo tradizionalmente utilizzato dai mariti romani per infliggere una sorta di atroce contrappasso a chi aveva attentato alle virtù delle loro mogli. La cosiddetta "pena del mugile" (in realtà un semplice atto di vendetta privata) […]. (p. 274)

• […] i monstra […] erano esseri la cui deformità era tale da indurre a considerarli "prodigi funesti" (prodigia mala). […] I monstra erano esseri che non avevano quasi sembianze umane e che, come dice Ulpiano, erano più simili a un animale che a un uomo. Era la disumanità quel che segnalava il pericolo, non la semplice deformità […]. Per evitare la diffusione del contagio che era in loro, i monstra dovevano essere allontanati dal consorzio umano e civile in modo definitivo e irreversibile. Più precisamente andavano sommersi, esattamente come gli androgini, considerati mostri per eccellenza. (p. 283)

• Catullo, […] affermava con disprezzo che la giusta fine degli Annali di Volusio, spregevole "cacata carta", era quella di bruciare su "infelicia ligna" [Cat., 36,8]: pessima al punto di essere mostruosa, l’opera del nemico non meritava altra sorte. (p. 284)

• La pratica della vendetta era profondamente radicata nella cultura romana. […] La coscienza sociale, del resto, considerava la vendetta una pratica nobile e valutava la sua attuazione come prova del coraggio e dell’onore di chi vi aveva fatto ricorso, anche quando la sola vendetta consentita era ormai quella legale, ottenuta attraverso la pubblica esecuzione di una sentenza capitale. Non a caso dunque Catone il Censore, avendo incontrato nel Foro un concittadino che aveva così vendicato la morte del padre, gli strinse la mano in segno di elogio, ricordando che i Mani dei parenti non dovevano essere propiziali con agnelli e con capretti, ma con le lacrime e le condanne dei nemici. (p. 302)

• Se accadeva che qualcuno si facesse vendetta di propria mano, senza ricorrere alla mediazione della civitas, non mancava chi riteneva questa vendetta assai più onorevole di quella legale. C’è chi dice, scrive Seneca, che "non è solo malvagio, ma anche vile vendicarsi legalmente, facendo condannare l’offensore all’esilio, non osando affrontarlo con le armi". […] Il desiderio di vendetta […] Chi aveva nobiltà d’animo non poteva essere insensibile a questo desiderio […]. (p. 303).

• La lex Iulia de adulteriis di Augusto, del 18 a.C., aveva stabilito che a determinate condizioni il padre e il marito potessero uccidere l’amante della figlia e della moglie senza incorrere in alcuna sanzione […] quel che è certo è che molti mariti, se non arrivavano a uccidere il complice della moglie, si abbandonavano a vendette diverse, attuate infliggendo a chi li aveva offesi delle torture certamente vietate dalla legge, ma consentite dalla prassi. […] Grazie alla testimonianza di autori diversi, come Orazio, Marziale, Valerio Massimo, Quintiliano, Apuleio o Aulo Gellio, veniamo a sapere di ardenti e baldanzosi amanti sottoposti alla terribile e infamante pena del rafano e del mugile, di seduttori più o meno professionali la cui carriera era stata messa a serio rischio dal taglio del naso, e con frequenza tutt’altro che indifferente siamo informati di altri malcapitati, definitivamente e drasticamente privati della virilità. […] Secondo la lex Iulia, il marito poteva uccidere l’amante della moglie solo se lo sorprendeva in flagrante all’interno della sua casa, e solo se l’amante era schiavo o appartenente alle classi sociali più basse. Infine, qualora sussistessero tutte queste condizioni, la legge subordinava l’impunità maritale a un adempimento successivo all’uccisione: entro tre giorni dalla medesima, il marito doveva informare dell’accaduto il magistrato territorialmente competente. (p. 305).

• Narra Tuditano, riportato da Aulo Gellio, che, quando a Roma si venne a sapere della morte di Attilio Regolo, il Senato consegnò i più nobili tra i prigionieri cartaginesi ai figli di costui, perché ne vendicassero la morte. E vendetta fu fatta, senza pietà: secondo la versione trasmessa da un estratto di Diodoro, per mano della vedova dell’eroe. Ricevuti gli ostaggi cartaginesi in consegna, costei avrebbe legato uno di questi, Amilcare, ancora vivo, al cadavere del compagno Bodostare. […] Virgilio ne attribuisce l’invenzione a Mezenzio, re dei ceriti: “osò persino congiungere con cadaveri i vivi, le mani alle mani le bocche alle bocche accostando (tale strazio) e colanti di marcia putredine, in macabro abbraccio così li faceva di lunga morte morire” [Verg., Aen. 8, 485-488]. Valerio Massimo, invece, ritiene si trattasse di un supplizio etrusco: "Neppure gli etruschi," egli scrive, "furono poco feroci nell’escogitare la pena: dopo avere legati e stretti gli uni agli altri corpi di persone vive a cadaveri, così che le singole parti delle membra coincidessero perfettamente, li lasciavano marcire, odiosi carnefici al tempo stesso della vita e della morte"[Val. Max., 9, 2, 10]. (pp. 309-310)

• Interessante è il racconto di Gellio. […] Attilio Regolo era stato sottoposto a una tortura realizzata cucendo le sue palpebre, esponendolo ai dardi del sole più accecante e lasciandolo morire straziato dalla mancanza di sonno. (p. 310)

• Nel racconto di Demostene […] a Locri, ove per le lesioni personali vigeva la legge del taglione, si stabilì per legge che, se un monocolo avesse privato di un occhio un concittadino, non lo si potesse privare dell’unico occhio di cui disponeva. Così facendo, infatti, gli si sarebbe fatto subire un male maggiore di quello da lui provocato. [Dem., 24, 139]. […] Demostene accusa i suoi concittadini di aver preso la pessima abitudine di fare troppe leggi: e il caso di Locri è citato agli ateniesi come esempio di saggezza. In questa città, scrive infatti Demostene, vigeva la regola che colui che proponeva una legge lo facesse stando in piedi con un cappio al collo. Se la proposta veniva approvata, il cappio veniva sciolto; in caso contrario, veniva stretto al collo del proponente. E, così stando le cose, a Locri Epizefiri, in duecento anni, venne fatta una sola legge: quella proposta dal monocolo, appunto. (p. 312)

• "Quando si parla di crudeltà," scrive Vevne, "è difficile assegnare primati a una particolare civiltà" [P. Veyne, Humanitas: romani o no, cit., p. 413]. (p. 327)

• I supplizi capitali, sia in Grecia sia a Roma, possono essere raggruppati in tre categorie, a seconda che rispondessero a una fra queste tre diverse funzioni: castigare, espiare, vendicare. (p. 328)

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RIDUZIONE -

PENA DI MORTE. Stati che hanno completamente abolito la pena di morte: 96. Nove l’hanno abolita salvo che in tempo di guerra o per crimini previsti dal codice militare; altri trentaquattro, pur continuando a prevederla, non la applicano da almeno dieci anni. Riassumendo, gli Stati che l’hanno abolito, di diritto o di fatto, sono centotrentanove. Quelli che continuano a prevederla o ad applicarla sono cinquantotto (dati Amnesty International, aggiornati al 28 marzo 2011).

I PHARMAKOI. In molte città della Grecia si usava tenere in vita e nutrire a spese pubbliche un pharmakos, un povero malcapitato (e innocente) da sacrificare all’occorrenza, per espellere il male dalla città.

LA CICUTA. Considerata come una morte dolce, era un veleno potentissimo concesso a pagamento solamente ad alcuni condannati: più precisamente, ai condannati per crimini politici e per "empietà". Stelo di novanta centimetri, foglia simile a quella del prezzemolo di montagna, fiori come bianchi ombrelli, seme un po’ più grande e più bianco di quello dell’anice, dava la morte raffreddando il corpo dai piedi fino al cuore.

DRACME. Costo di una dose di cicuta: dodici dracme. All’incirca il costo dell’alimentazione di un uomo per quattro mesi, di una donna per sei mesi e di un bambino per quasi un anno.

ANTIDOTO. Il vino, riscaldando la temperatura corporea, era considerato un antidoto alla cicuta. Coloro che si recavano a rubare nei templi, racconta Plutarco, ingerivano una dose di cicuta sufficiente - se venivano arrestati - a dar loro la morte sottraendoli al carnefice. Ma portavano con sé una fiasca di vino: se il furto andava a buon fine, bevendolo avevano salva la vita e festeggiavano il successo dell’impresa.

VINO. Secondo Dionigi di Alicarnasso, in una delle più antiche leges regiae «Romolo stabilì che la moglie fosse punita con la morte dai parenti in caso di rapporto sessuale illecito e in caso avesse bevuto vino». Il vino, secondo i romani, conteneva un principio di vita non diverso da quello contenuto nel seme maschile. La donna che lo beveva, di conseguenza, ammettendo in sé un principio di vita estraneo, compiva un atto che metteva in pericolo la purezza del sangue, esattamente come l’adulterio.

VERGINI. A Roma, come in Grecia, i rapporti sessuali extramatrimoniali erano sempre illeciti, anche se intrattenuti da una donna nubile. Un padre aveva il diritto esclusivo di mettere a morte la figlia che aveva perso la verginità. Catullo: «La verginità non è tutta tua, in parte è dei tuoi genitori. Un terzo è di tuo padre, un terzo di tua madre. Solo un terzo è tuo».

PADRE SEVERO. Il padre poteva decidere di uccidere il figlio senza consiglieri, senza testimoni, senza istruttorie. Nessuno poteva impedirglielo. Tutt’al più, di lui si poteva dire che era un padre severo.

LA POENA CULLEI. O pena del sacco. Era riservata ai parricidi: il colpevole, dopo essere stato percosso con delle “virgae sanguineae”, veniva chiuso in un “culleus” (sacco) sigillato con la pece, insieme a un cane, un gallo gallinaccio, una vipera e una scimmia, e gettato in mare. I compagni di viaggio del parricida dilaniavano il suo corpo, rendendo particolarmente straziante la sua morte.

VENDETTA. Nella società omerica, come a Roma, la vendetta era un dovere sociale. Chi non si vendicava era un vile, un essere spregevole.

DA SOLI. A Roma, i condannati alla crocifissione non sempre venivano issati sulla croce; talvolta erano costretti a salirvi da soli.

CROCIFISSIONE. La crocifissione era un supplizio riservato solo agli schiavi. Nel 71 a.C., seimila schiavi vennero inchiodati ad altrettante croci che costellarono la strada da Capua alle porte di Roma. L’opinione pubblica romana, a quanto pare, non ne fu turbata. Assai più sconvolgente fu, la crocifissione di Publio Gavio, civis romanus. L’idea di un cittadino romano appeso alla croce era inaccettabile.

IL SUPPLIZIO DI ATTILIO REGOLO. Nel racconto di Tuberone, Attilio Regolo, dopo essere stato chiuso in un luogo completamente oscuro, venne improvvisamente esposto in pieno giorno alla luce accecante del sole, con le palpebre cucite sia verso l’alto sia verso il basso.

TORTURA. Esempio di tortura ai tempi di Costantino: versare piombo fuso nella gola del condannato.

VIVICOMBUSTIONE. Nel 390, una costituzione di Teodosio I stabilì che venissero bruciati vivi coloro che commettevano «l’infamia di condannare il corpo virile, trasformato in femmineo, a sopportare pratiche riservate all’altro sesso»: in altre parole, gli omosessuali passivi.

OMOSESSUALI. A Roma i rapporti omosessuali erano consentiti solo con gli schiavi.

UNA SOLA LEGGE. A Locri, scrive Demostene, vigeva la regola che colui che proponeva una legge lo facesse stando in piedi con un cappio al collo. Se la proposta veniva approvata, il cappio veniva sciolto; in caso contrario, veniva stretto al collo del proponente. E, così stando le cose, a Locri Epizefiri, in duecento anni, venne fatta una sola legge.

CRUDELTÁ. «Quando si parla di crudeltà è difficile assegnare primati a una particolare civiltà» (Paul Veyne)