Mario Bernardi Guardi, Libero 16/12/2011, 16 dicembre 2011
COCCO BILL A CAVALLO DELL’OCEANO I CORSARI SOTTO IL SEGNO DI JAC
Il più grande disegnatore surrealista italiano? Benito Jacovitti. Uno che non faceva quadri, ma fumetti. Uno che non se la tirava, atteggiandosi a dinamitardo intellettuale, ma che tirava fuori contenuti, forme e linguaggi di dirompente, provocatoria originalità, senza chiedere l’imprimatur a nessuno, men che mai a sinistra. Uno che, per carità, il suo bel successo lo ha avuto e lo ha, ma così come è capitato a Totò, con gli intellettuali progressisti che prima esibiscono la faccina schifata, avvertendo la puzza dello spirito libero, dunque del reazionario, poi, di fronte alla piena di una genialità irriverente, si decidono per la scoperta. Col seguito di addottorate esegesi e paragoni con Andrea Pazienza.
Ma ecco quel guastafeste di Jacovitti che viene a dirti che l’esplosione del vero fumetto avanguardistico è roba sua e che si può essere dannati senza bisogno di tuffi programmatici all’Inferno, ma solo ridendo e irridendo. E così, tutti pazzi per Benito. Grazie anche all’opera meritoria dei libertari doc di Stampa Alternativa-Nuovi Equilibri, che attingono alla ricca produzione dell’umorista di Termoli per le loro strenne di fine anno. Ci si fanno d’oro i vecchi lettori del Vittorioso e quelli, anche loro ormai ben oltre gli anta, per cui il Diario Vitt era una sorta di arma impropria per sparare contro la scuola ingessata dei pedanti e dei parrucconi; e lo scoprono i giovani e i giovanissimi che magari con libri e fumetti trafficano poco, e che dunque vanno sorpresi, scioccati, conquistati.
Bene, in quest’arte, Jac era maestro. E lo vediamo in questi due variopinti album freschi di stampa: Pirati, briganti e carambate (a cura di Gianni Brunoro, introduzione di Luca Raffaelli, pp. 230, euro 26) e Pinocchio (postfazione di Gianni Brunoro, pp. 258, euro 26).
Il primo ripercorre 24 anni di invenzioni e intemperanze jacovittiane, da Alì Babà e i 40 ladroni del 1942 al Corsaro Cocco Bill del 1964. C’è l’orfanello Mustafà che scopre un paio di pantofole magiche; ci sono i briganti esotici e quelli ottocenteschi con il cappellone, il tabarro e l’archibugio; c’è l’eredità, riveduta e (s)corretta della jungla salgariana e dei moschettieri di Dumas; ci sono pirati feroci e pirati pre-fantozziani, un veliero che si chiama “Fifa dei Mari”, un mozzo timido e mite, Giacinto, che diventa comandante per caso e siccome vuole emulare i suoi eroi (il Corsaro Rosso, il Corsaro Nero...), si fa di volta colorare con tinte diverse, trasformandosi così in “Giacinto il Corsaro Dipinto”; c’è il pirata Gamba di Quaglia (può accadere: perdi una gamba in battaglia e un veterinario ti innesta quella che trova a portata di mano...); c’è un corsaro molto anomalo come Cocco Bill, e cioè un cowboy dislocato dai cavalli del West ai cavalloni dell’Oceano, senza peraltro perdere la faccia, anche quando affronta un famelico pescecane...
Ma Jacovitti è da subito Jac, con i suoi sperperi visionari e allucinati, in un profluvio di vermi, pesci, lische, salami, ossa ecc.? È da subito lo Jac che non sopporta gli spazi bianchi e li riempie con il di tutto e di più di un estro incontenibile? Ovviamente no, e queste storie ci raccontano anche il percorso da un segno acerbo a uno pieno, sovrabbondante, da fantasista in stato di perenne ebbrezza.
Quanto a Pinocchio, siamo di fonte a un classico, e possiamo ben scomodare, per i confronti, Mazzanti, Chiostri, Mussino, Bartolini, con le loro patenti di disegnatori illustri, con tanto di scuola alle spalle. Il Pinocchio di Jacovitti è sogno, incubo, delirio: se preferite, è il surreale che sgomita per entrare in una fiaba- racconto di formazione, e ci piazza dentro tutte le sue effervescenze tenere e crudeli.
Mario Bernardi Guardi