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 2011  dicembre 16 Venerdì calendario

DA COLPEVOLI PERFETTI A «RAGAZZI MODELLO» I NUOVI AMANDA E RAF


A leggere le motivazioni con le quali i giudici d’appello hanno assolto Amanda Knox e Raffaele Sollecito dall’accusa di omicidio, c’è da rimanere di sale. Soprattutto ci si sente in dovere di riavvolgere il nastro, per cancellare tutto quello che dal 2 novembre 2007 abbiamo registrato dalla bocca chi ha fatto le indagini e dalle carte dei giudici che in assise avevano condannato i presunti assassini di Meredith Kercher. Resettare e fare marcia indietro. Un obbligo, almeno fino al pronunciamento della Corte Suprema.
Amanda l’americana e Raffaele il pugliese sono due bravi ragazzi. Altruisti, sensibili verso il prossimo e così diversi (per storia, umanità o disumanità) da quel Rudy Guede, da non avere avuto alcuna ragione di affiancarlo quando egli ha commesso il male. Sì, perché l’ivoriano condannato in via definitiva a 16 anni, è un assassino. Anzi è l’assassino, forse. Secondo il collegio giudicante che in 143 pagine scrive le ragioni dell’assoluzione duplice arrivata lo scorso 3 ottobre, infatti, non è affatto dimostrato che la studentessa inglese sia stata sgozzata a più mani. Che l’ivoriano abbia ucciso in concorso, resta soltanto un’ipotesi mera.E anche qualora questa ipotesi fosse stata debitamente corroborata, non è per niente provato che i suoi complici siano proprio Amanda e Raffaele. Di sicuro, ammesso che complici esistano, non era certo compito della Corte d’appello individuarli. Nulla dimostra la responsabilità di Amanda e dell’ex fidanzato Raffaele. Essi non avevano un movente per uccidere, a differenza di Rudy che invece ha alle spalle un’esistenza tribolata e dissoluta. Però Amanda ha mentito nel fornire il suo alibi. E allora? Questo non sposta niente per i giudici d’appello, perché una cosa è la «non veridicità» dell’alibi e altra e contestabile ai fini del delitto sarebbe invece la «falsità» dello stesso. E Amanda si è certamente comportata secondo la prima modalità. Dunque non va condannata per questo. Sì, ma lei aveva ingiustamente incolpato un innocente, oltretutto un nero, come il vero omicida. Verissimo, infatti l’americana è stata condannata per tale reato.Ma esso non è affatto riconducibile all’omicidio. Amanda ha mentito e basta. Anzi, è possibile lo abbia fatto in quanto pressata dalla polizia, dagli interrogatori incalzanti e dalla scarsa conoscenza della lingua italiana. Sarà, ma Rudy Guede aveva chiamato in correità i due ragazzi assolti. Sicuramente, i giudici però nei loro motivi replicano così: «Va osservato che dalle risposte date in udienza dall’ivoriano, risulta che egli non ha indicato in Knox e Sollecito i responsabili del delitto per averli visti personalmente nell’atto di commetterlo, ma solo perché questo è ed è sempre stato un suo pensiero». Inoltre suppongono (è il caso di dire) i magistrati: «L’ivoriano lo avrebbe detto di sicuro al suo amico di Perugia: quello con cui lui parlò in una chat quando era scappato in Germania, subito dopo l’omicidio». E si aggiunge nel freddo linguaggio togato: «Vi è insussistenza materiale degli elementi sui quali la Corte di primo grado aveva basato la condanna. Insussistenza che viene prima ancora della equivocità degli stessi elementi». Tradotto: di prove non ce ne sono e in primo grado li hanno condannati nonostante non ve ne fossero. Indizi? Macché: «Tutti gli altri elementi sono venuti meno nella loro materialità: così è per l’ora della morte accertata in assise dopo le 23 e individuata in appello intorno alle 22.15; così è per le indagini genetiche effettuate dalla polizia scientifica e per l’analisi delle impronte e delle altre tracce rilevate nella casa del delitto». L’arma poi: non è provato essa sia il coltello di Sollecito, come invece si era ritenuto. Mentre la simulazione del furto, inscenata per depistare, non è certo sia opera di Amanda e Raffaele. Ma allora di chi? Chiudono le toghe: «Una volta esclusa la sussistenza della prova di colpevolezza a carico degli attuali imputati, non spetta a questa Corte prospettare quale possa essere la soluzione del caso».
Nessuna meraviglia dai pm Manuela Comodi e Giuliano Mignini, che per gli ex fidanzati avevano chiesto l’ergastolo: «Dalle motivazioni emerge più o meno quanto ci aspettavamo. Ora non è nostro compito fare ricorso in Cassazione, ma della Procura generale di Perugia, che sicuramente lo farà». Ieri, mentre alla cancelleria del Tribunale arrivavano le carte dell’assoluzione, Raffaele ritirava la pergamena della laurea. Prima di ripartire per Giovinazzo, è andato davanti alla casa del delitto: «Mi sono fatto il segno della croce» ha dichiarato a Studio Aperto. E incalzato dal giornalista ha aggiunto: «Sì, l’ho fatto in segno di rispetto per Meredith».

Cristiana Lodi