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 2011  dicembre 16 Venerdì calendario

CHIRAC CONDANNATO A DUE ANNI MA IL NEMICO SARKÒ NON GODE


Non è la prima volta che un capo di Stato francese è condannato, e tutto sommato rispetto alla ghigliottina che Luigi XVI ebbe nel 1793 o alla fucilazione commutata in ergastolo di Pétain nel 1945, con i due anni di carcere e sospensione della pena che il tribunale di Parigi gli ha dato Jacques Chirac se l’è cavata con un danno minimo. È vero che pure l’accusa era di ben più infimo spessore: non la «cospirazione contro la libertà pubblica e la sicurezza generale dello Stato» o il collaborazionismo con i tedeschi dei suoi due sfortunati predecessori, ma una vicenda più terra terra di appropriazione indebita e abuso di fiducia che peraltro non risale neanche ai 12 anni di Presidenza tra 1995 e 2007 o ai due periodi da primo ministro del 1974-67 e del 1986-88, ma al mandato di sindaco di Parigi del 1977-1995.
Chirac aveva infatti creato 21 posti di lavoro finti presso il Comune, apposta per poter pagare con denaro pubblico altrettanti stipendi di persone che lavoravano invece a tempo pieno per il suo partito. Avrebbe potuto avere anzi fino a 10 anni. Ma l’ex-presidente ha 79 anni, ha vuoti di memoria e al momento della sentenza non era neanche presente in tribunale, proprio per motivi di salute. Insomma, i giudici non hanno voluto infierire. Hanno però tenuto a confermare il principio che l’ex-presidente andava punito: anche perché lo stesso Chirac aveva fatto consacrare nella Costituzione il principio secondo cui i procedimenti contro il capo dello Stato sono sospesi per tutto il periodo in cui rimane all’Eliseo come pure la prescrizione, e il tutto riprende dopo la fine del mandato.
C’è comunque anche un ulteriore cognome di presidente di mezzo: quello di Jean de Gaulle, nipote del generale, che è tra gli altri sette sodali di Chirac condannati. A sei di essi, compreso Jean de Gaulle, è stata però sospesa la sentenza. Per la stessa vicenda anche l’attuale ministro degli Esteri Alain Juppé ebbe nel 2004 14 mesi con la condizionale. Ha potuto tornare in politica solo perché in appello i 10 anni di ineleggibilità che gli avevano appioppato come pena accessoria sono stati ridotti a uno solo.
I fatti incriminati sarebbero avvenuti tra 1992 e 1995, e va detto che a settembre il pubblico ministero Michel Mas aveva deciso di ritirare le accuse. Ma gli altri giudici hanno insistito. «Jacques Chirac ha violato il dovere di onestà richiesto ai pubblici ufficiali, a detrimento del pubblico interesse dei parigini», ha detto il giudice Dominique Pauthe. «Una pena troppo severa» ha commentato invece la figlia adottiva di Chirac Anh Dao Traxel. L’ex-presidente si era difeso dicendo di aver dovuto assumere la responsabilità morale di quanto fatto da suoi sottoposti in quanto «capo». In attesa se farà o no ricorso, il candidato presidenziale centrista Bayrou commenta «dura lex sed lex»; quella ecologista Eva Joly chiede a Chirac di dimettersi dal Consiglio Costituzionale, di cui gli ex-presidenti fanno parte di diritto. Jean-Marie Le Pen, che fu sconfitto da Chirac al ballottaggio presidenziale del 2002, parla di «raggio di sole nel cielo oscuro degli scandali», ma anche di un condannato «acchiappato all’ingresso nel cimitero». E questa idea di un giudizio che arriva «troppo tardi» è comune anche al candidato presidenziale socialista Hollande e al primo ministro Fillon: anche se il primo per paventare l’affermarsi di un «sentimento di impunità» di cui peraltro il principale beneficiato è stato finora il suo compare di partito Strauss-Kahn, mentre il secondo in tono di difesa. Suo ex-ministro ma poi suo accanito rivale e comunque a sua volta nei pasticci per una vicenda di fondi neri saltata fuori nel caso Bettancourt, Sarkozy si è invece rifugiato nel «no comment», anche se ha invitato a «non dimenticare l’impegno costante di Jacques Chirac al servizio della Francia». C’è di mezzo la rielezione e un collega di partito, anche se suo avversario da sempre, condannato per corruzione è un brutto segnale all’elettorato.

Maurizio Stefanini