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 2011  dicembre 16 Venerdì calendario

La stagione aurea dell’anarchia

BRESCIX
«CRISPI È PARSO a me che fosse l’uomo più felice della terra, mentre io sono il più infelice, e perciò attentai alla sua vita»: così si giustificò Emilio Caporali, il giovane disoccupato pugliese che il 13 settembre 1889, a Napoli, ferì il presidente del consiglio Francesco Crispi. Un attentato dalla dinamica a noi vagamente familiare. Dal ciglio della strada, un uomo s’avvicina d’improvviso al calesse su cui viaggia Crispi, sale sul predellino (!) e colpisce il volto del premier con una pietra affilata di oltre mezzo chilo. Sangue, per fortuna senza ferite mortali. Ma anche in quell’occasione fiorì un vivace dibattito sulla natura dell’attentatore – congiurato o mattoide? – e sui possibili mandanti. Alla fine il giovanotto verrà prosciolto per incapacità mentale e internato in un manicomio. Il suo era stato un gesto isolato, forse però influenzato dal clima dell’epoca (Crispi era un leader cesarista e carismatico) e dalla propaganda di repubblicani, socialisti e anarchici (i «nemici interni»). È questa soltanto una delle numerose storie raccontate da Erika Diemoz in un libro dedicato alla stagione aurea dell’anarchia, a cavallo fra Otto e Novecento, quando in Italia, in Francia, in Spagna, in Svizzera e persino negli USA i capi di Stato e di governo cadevano come birilli sotto i colpi sferrati da attentatori ben più motivati di Caporali, quasi sempre italiani (il più celebre resterà Gaetano Bresci, l’anarchico di Prato emigrato nel New Jersey e ritornato in patria per uccidere nel luglio 1900 a Monza, con tre pistolettate, Umberto I). Un libro originale e puntiglioso, che dice molto sul movimento anarchico (da Errico Malatesta a Camillo Berneri sino agli esponenti meno noti, di cui vengono ricostruite le avventurose biografie attingendo anche ad archivi esteri); ma ancor più dice sulle classi dirigenti, che cavalcano la «politica della paura», approfittandone per varare provvedimenti restrittivi e leggi-bavaglio contro la stampa. In verità, l’anarchismo ottocentesco è una costellazione di microcosmi isolati, e gli attentati sono spesso il frutto d’iniziative individuali. Ma ai governanti fa comodo evocare una fantomatica congiura planetaria (un po’ come oggi con la «minaccia islamica»).
Lo spontaneismo anarchico, va da sé, è anche figlio d’una società chiusa e arretrata. «L’Italia ha gli anarchici che si merita», sentenziava l’Economist, che rintracciava le cause del sovversivismo nell’«ingiustizia sociale» e nel «sistema vizioso di spese pubbliche». E infatti quando, all’alba del ’900, il riformatore Giovanni Giolitti cercherà d’integrare le masse nello Stato, il pugnale e la rivoltella lasceranno il posto a forme di lotta più legalitarie. Salvo poi registrare un ritorno di fiamma sotto Mussolini, anche se tutti gli attentati progettati contro il duce (da Gino Lucetti a Michele Schirru) falliranno miseramente.
Ma erano veri terroristi gli anarchici? In un articolo del ’47, Gaetano Salvemini distinguerà fra il terrorismo bombarolo, «compiuto contro ignoti, senza discriminare fra innocenti e colpevoli», e l’attentato individuale, che «prende di mira una persona determinata», scansando tumulti e devastazioni. Gli anarchici, in realtà, colpivano quasi esclusivamente le incarnazioni supreme del potere – re, presidenti e primi ministri – in una sorta di cavalleresca resa dei conti, da «uomo a uomo» (Giovanni Ansaldo). Anche se coronato da successo, il loro era un atto comunque disperato, con un solo sbocco: o il linciaggio o la pena di morte. Per questo l’epos anarchico ammaliò fior di conservatori, da Longanesi a Montanelli, conquista-ti dall’«idealismo» sacrificale di questi personaggi picareschi sconfitti dalla Storia.
E tuttavia, al di là della leggenda, non bisognerebbe mai dimenticare che anche la violenza più “progressista” non soltanto resta degradante, ma ha pure un effetto reazionario: puntella quel potere autoritario che sogna d’abbattere ed eleva al rango di martiri figure spesso modeste ed incapaci (com’era in fondo lo stesso Umberto I). Sic semper tyrannis?