il Fatto Quotidiano 16/12/2011, 16 dicembre 2011
IL DIRITTO AL SUICIDIO INDIVIDUALE
Sono d’accordo con Zagrebelsky quando sostiene che non avrebbe senso un diritto al suicidio assistito, in quanto è dovere della società rimuovere le cause del suicidio. Aggiungo che il suicida è colui in cui si è consumata ogni fiducia nella possibilità di cambiare con l’aiuto degli altri e che proprio questa totale sfiducia, a mio parere, rende morale il suo gesto estremo. Quindi sarebbe per lui stesso un controsenso chiedere di farsi uccidere da un altro. Non sono d’accordo, invece, nel negare l’esistenza di un diritto al suicidio individuale, in quanto esso coincide con il diritto a non soffrire (fisicamente e/o psichicamente) quando un uomo sia convinto che non ci sia alcun altro modo per non soffrire più. Personalmente, farei di tutto per convincerlo del contrario ma, se non vi riuscissi, non potrei che rispettare la sua scelta, perché il giudizio sulla propria sofferenza personale e sull’impossibilità di porvi rimedio non può che essere della singola persona. Negare il diritto che possa uccidersi equivarrebbe a comminarle legalmente una forma di tortura. In questo senso il diritto al suicidio individuale è per me parte integrante del sommo diritto alla libertà individuale. In tedesco, suicidio si dice Freitod, cioè "morte libera", che suona ben diverso da "suicidio", imparentato strettamente con "omicidio". La nostra lingua inconsapevolmente ci dispone a concepire il suicidio come un atto criminoso, perché antisociale. Ma non è così, perché, da un lato, è giustificato proprio dalle colpe della società e dall’altro è una denuncia di queste colpe e dunque uno sprone a migliorare la società fino a quando nessuno desidererà più suicidarsi.
Saverio Tassi