Rossella Bocciarelli, Il Sole 24 Ore 16/12/2011, 16 dicembre 2011
ITALIA IN RECESSIONE: -1,6% IL PIL 2012
L’Italia è entrata in recessione prima ancora che la gelata europea si delineasse, come sta facendo ora sull’intero continente. La stima del Centro studi Confindustria è che il 2012 non sarà davvero un bell’anno per l’Italia e per l’Europa. Non per le profezie dei Maya, ma perché la crisi di fiducia, innescata dalle tensioni sui titoli sovrani ed entrata in corto circuito con i debiti bancari di Eurolandia, ha già cominciato a trasmettersi all’economia reale. E anche perché nel mondo la dinamica del commercio internazionale rallenta fino ad azzerarsi, per effetto delle conseguenze di politiche di bilancio restrittive avviate congiuntamente in quasi tutti i Paesi europei e negli Stati Uniti che, come si sa, sono il principale consumatore mondiale.
Il risultato è che l’anno che sta per arrivare porta con sé, secondo le stime presentate ieri a viale dell’Astronomia, una contrazione del Pil pari all’1,6 per cento per noi italiani (sarà meno 0,5% anche nell’Eurozona) ma la caduta effettiva dell’attività produttiva sarà di due punti percentuali di Pil tra l’estate del 2011 e la primavera prossima. Per l’Italia si tratta della «quinta recessione dal 1980» e di una preoccupante ricaduta dopo il -5,1 per cento del 2009. La nuova flessione del Pil, dopo «un progresso di appena lo 0,5%» quest’anno è stata registrata dagli economisti di Confindustria già nel terzo trimestre del 2011, si è accentuata nel quarto e raggiungerà la maggiore intensità nel primo 2012. Le manovre varate dal Governo hanno effetti restrittivi, ma senza sarebbe andata molto peggio, ha sottolineato ieri il direttore del CsC, Luca Paolazzi. Se tutto andrà bene e le decisioni europee saranno correttamente implementate in modo da ripristinare la fiducia, la ripresa potrebbe instaurarsi già all’inizio dell’estate e dare luogo in tal modo a un incremento dello 0,6 per cento nel Pil già nel 2013. In ogni caso, le conseguenze sul mercato del lavoro saranno rilevanti: la disoccupazione salirà fino al 9,0% a fine 2012 con una perdita di 0,6 punti percentuali nell’occupazione. L’occupazione, spiega infatti il CsC, «scenderà dello 0,6% l’anno prossimo e dello 0,2% in quello seguente, che si chiuderà con 957mila unità di lavoro e con 800mila persone occupate in meno rispetto all’inizio del 2008».
La sfida essenziale, secondo Paolazzi, «è preparare oggi le condizioni per avere la ripartenza tra un semestre, in modo da far tornare il segno positivo nella variazione del Pil nel 2013. La politica in Europa e anche in Italia ha cominciato a dare risposte adeguate». Per gli economisti di viale dell’Astronomia, «il lieto fine per l’Italia non può consistere solo nello scampato pericolo del dissolvimento della moneta unica, cui il Paese può fornire l’innesco, ma dal ritorno all’alta crescita» che si stimola con una «breve e fitta stagione di riforme». Rimuovendo infatti le sole carenze infrastrutturali, ricorda il Csc, si potrebbe avere un incremento del Pil del 12% in 10 anni. Invece, la pressione fiscale in Italia raggiungerà livelli record: tra due anni quella effettiva, che esclude il sommerso, supera abbondantemente il 54%. E questo «rende ancora più impellente utilizzare ogni strumento di contrasto all’evasione fiscale». Intanto, caleranno i consumi dell’1% nel 2012 per tornare allo 0,4% nel 2013.
«Le famiglie - osserva Paolazzi - continueranno a difendere lo standard di vita, accentuando gli acquisti in offerta, modificando le abitudini di spesa e rinviando il rinnovo di beni semidurevoli e durevoli». Gli spazi per un’ulteriore erosione del risparmio «appaiono, invece, ristretti: la propensione alla parsimonia ha raggiunto all’inizio del 2011 il minimo storico, l’11% del reddito disponibile lordo». Naturalmente, in questo momento bisogna soprattutto essere consapevoli del fatto che l’Europa «è a un bivio»: o sceglie il dissolvimento dell’euro o imbocca un rientro in tempi brevi dalle insostenibili tensioni sui titoli sovrani per spingere la ripresa per metà 2012. «Non ci sono mezze misure» e sono «inconcepibili vie intermedie». L’ottimismo della volontà, in questa fase, è un dovere anche perché l’alternativa, secondo le cifre di alcune simulazioni ricordate ieri, riguardanti le quattro maggiori economie dell’Eurozona è agghiacciante: nel primo anno il Pil crollerebbe tra il 25 e il 50 per cento, svanirebbero tra sei e i nove milioni di posti di lavoro in ciascuna di esse i deficit e i debiti pubblici raggiungerebbero «valori da immediata insolvenza perfino in Germania». In pratica, ci troveremmo a vivere un incrocio fra l’immediato dopoguerra e la crisi dell’Argentina.