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 2011  dicembre 21 Mercoledì calendario

CAPPUCCINO CALDO. ANZI, FREDDISSIMO

Niente racconta meglio lo spirito del New Yorker delle sue celebri vignette. Disseminate a casaccio per tutta la rivista, è come se dessero il sound. Mai violente, mai scurrili, neppure così clamorosamente divertenti. Freddure, si sarebbe detto una volta, che ti lasciano un piacere prolungato, un brividino alla spina dorsale che sa di disincanto, intelligenza, cinismo e sprezzatura. Non è forse questa la griffe del famoso New Yorker?
Harold Ross, fondatore nonché primo direttore della rivista, riuniva la redazione tutti i martedì per scegliere, commentare e, se necessario, stravolgere le vignette. Pare che Ross, in tali circostanze, si distinguesse per una perniciosa pedanteria.
A David Remnick, l’attuale direttore, piace sentirsi erede della gloriosa tradizione inaugurata quasi un secolo fa da Ross: «Non è sicuramente cambiato il fatto che le vignette costituiscono una componente essenziale del New Yorker. Sono quelle che i lettori leggono per prime. (Non mentite. Sapete che è vero). Stabiliscono il tono della rivista, ne sono l’emblema. E, per quanto ne so, sono il genere di comicità popolare più radicato nella storia americana».
Così scrive Remnick, nell’introduzione a un librone, grande come un codice medievale, solennemente intitolato The New Yorker. Tutte le vignette umoristiche (in uscita questi giorni per Rizzoli). E devo dire che in qualche misura Remnick ha ragione. Scorrere tutte queste vignette, una dopo l’altra, è un ottimo modo di guardare dal buco della serratura l’american way of life.
La cosa straordinaria è che raramente ci trovi riferimenti diretti all’attualità. È come se la sfida fosse tutta lì: spiegarti ogni cosa senza spiegare niente. Ecco ciò che accomuna artisti diversissimi tra loro come Peter Arno o Helen E. Hokinson, come George Price o William Steig. Sono loro che hanno decorato il New Yorker dai tempi della sua fondazione a oggi. E il dato sorprendente è che le loro vignette, rapide ed essenziali, appaiono straordinariamente consustanziali ai lunghi dotti brillanti articoli ospitati dalla rivista, peraltro sottoposti alla feroce mannaia del leggendario fact checking – il controllo di accuratezza – compiuto dalla redazione.
In un articolo del 1937 apparso sulla Partisan Review Dwight Macdonald se la prese con il New Yorker – con i suoi articoli e con le sue vignette – per quel tono ostinatamente disimpegnato. Tra l’altro scrisse: «In un’epoca come la nostra, c’è qualcosa di mostruosamente disumano nel culto sistematico dell’insignificante». Temo che Macdonald si sbagliasse. Perché niente più del «culto sistematico dell’insignificante» può regalarti un punto di vista originale e indipendente. Vorrei offrirvene alcuni esempi.
C’è una vignetta molto famosa di Peter Arno (4) che dà conto di quanto dico. È una delle prime, risale al remoto 1925. Ritrae un uomo vestito da sera con tanto di tuba e bastone che, in una gelida notte newyorkese, si china su un operaio che sta uscendo fuori da un tombino tutto sporco di fuliggine, e gli chiede: «Mi scusi, ma per caso laggiù non ha trovato un rossetto dal colore incantevole?». C’è in questa vignetta qualcosa del famoso (e peraltro falso) aneddoto di Maria Antonietta e delle brioche da regalare al popolo. Ma in realtà c’è molto altro. È come se Arno volesse raccontarci, in un modo elegante e surreale, il classismo della società americana durante la cosiddetta «età del Jazz», i cui effetti devastanti si sarebbero chiariti solo negli anni della grande depressione. Proprio così: è come se Arno, nello spazio di una sola vignetta, avesse messo assieme Scott Fitz­gerald e Dos Passos.
Alan Dunn, una ventina d’anni dopo, in piena seconda guerra mondiale, non si mostra meno cinico e surreale di Arno. La sua vignetta (5) dei soldati americani appostati vicino a mulini a vento con le pale a forma di svastica, e il loro svagato commento: «Collaborazionisti, probabilmente», rendono a perfezione la sensazione di straniamento dei soldati americani al fronte a combattere una guerra che non appartiene loro e che in fondo non capiscono.
Spostandoci di qualche anno, atterriamo nel 1952, alla soglia della prospera puritana contraddittoria era Eisenhower. È in questo contesto che Frank Modell ambienta la sua vignetta (1). C’è un padre che sta guardando in Tv la diretta delle elezioni presidenziali. Proprio in quel momento viene affiancato dal figlioletto evidentemente intenzionato a cambiare canale per guardare qualcosa di più divertente. Ed ecco che il padre gli dice: «Melvin, a papà piace questo programma. Dopotutto succede soltanto una volta ogni quattro anni». È una vignetta geniale che descrive in modo garbato non solo la conquista della televisione nelle famiglie americane, ma ancor più lo stravolgimento dei rapporti di potere tra padri e figli nell’America degli anni ’50. Vedo già il piccolo Melvin, una quindicina d’anni dopo, abbracciare entusiasta la causa sessantottina.
E, a proposito di progresso dei costumi e di ’68, c’è una vignetta molto bella (3): mette in scena una madre moderna in minigonna che, con una certa brutalità, dice alla figlia piccola avvinghiata al suo peluche: «Quante volte ti ho detto di non portare a casa quei giocattoli brutti vecchi e mielosi che papà ti dà quando vai a trovarlo?».
Venendo ai nostri tempi, vorrei chiudere questa breve carrellata con una vignetta (2) del grande Steve Duenes, che non ha bisogno di parole per descrivere la grande crisi depressiva (sia economica che emotiva) seguita all’Undici Settembre. Duenes mette in fila i bicchieroni di carta di Starbucks in cui gli americani dei nostri tempi sono soliti bere il cappuccino. Per tutti gli anni ’90 quei bicchieroni non fanno che diventare più grandi. Ma ecco che nel 2001 subiscono un radicale ridimensionamento. Credo non esista un’immagine più efficace per ritrarre la peculiare nevrotica poetica volatilità del capitalismo americano.