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 2011  dicembre 21 Mercoledì calendario

CALPESTATI DA PAPA’ - INTERVISTA AD ALEX CASTRO

«Da bambino mi piaceva giocare ai soldatini, li costruivo di cartone e plastilina, ero arrivato ad averne tremila. Una sera tutto era pronto per la battaglia ma mi venne sonno e andai a dormire. Quella notte mio padre rientrò tardi e venne in camera nostra per assicurarsi che io e i miei fratelli dormissimo. Entrò nella stanza senza accendere la luce. La mattina dopo, quando mi svegliai, trovai tutti i soldatini abbattuti: papà nel buio li aveva calpestati. L’unica figurina rimasta in piedi era quella del fotoreporter di guerra. Lo considerai un segno del destino».

Alex Castro Soto Del Valle è il secondogenito di Fidel Castro, il leggendario e discusso padre di Cuba, ultimo ancora in vita tra gli storici leader comunisti. Ha 48 anni e di professione fa, appunto, il fotoreporter. In questi giorni è in Italia con una mostra dal titolo Il cubano che parla con gli occhi, 63 fotografie che raccontano la sua cultura, la sua città – L’Avana – e suo padre: da cinque anni infatti Alex è fotografo ufficiale di Fidel. La mostra è il primo passo di un progetto più ampio che comprende un libro fotografico (uscirà a Cuba il 15 gennaio) e un film autobiografico, diretto dall’italiano Ettore Pasculli.
Lo incontro al bar dell’hotel Principe di Savoia a Milano, accompagnato dalla moglie-manager Marila e da diverse guardie del corpo. Ha l’aria imbarazzata di chi non è abituato allo sfarzo: al cameriere ordina solo un bicchiere d’acqua.

Ha sempre lavorato come fotografo?
«No. Da ragazzo ho studiato Ingegneria chimica nell’ex Unione Sovietica e, per qualche anno, ho lavorato in un’azienda informatica. Poi sono diventato cameraman per la televisione cubana. Ma la passione per la fotografia l’ho sempre avuta da quando, avevo otto anni, mio padre mi regalò la mia prima macchina fotografica».
Che infanzia ha avuto?
«Relativamente normale. Con i miei cinque fratelli (il primogenito è Fidelito, ingegnere nucleare, ndr) e mia madre (Dalia Soto Del Valle, ndr) abitavamo in una casa colonica poco fuori città. Andavo alla scuola pubblica, dove non avevo privilegi. Anzi, alcuni insegnanti erano con me più esigenti proprio per il cognome che portavo. O almeno così mi sembrava, anche perché ero parecchio vivace, preferivo fare scherzi ai compagni che stare chiuso a studiare. Del resto, papà ci diceva sempre che dovevamo essere di esempio per gli altri».
Che tipo di padre è stato?
«Non ha mai mescolato la vita pubblica con quella privata: proteggeva la sua famiglia. Di politica in casa si parlava, ma nessuno di noi figli se ne è mai appassionato, e lui questo lo ha accettato. L’unica sua richiesta era che non restassimo con le mani in mano».
Non sarà stato molto presente.
«Non ha mai dormito più di quattro ore per notte. Ma non era un padre assente: se nel fine settimana stavamo giocando a baseball e lui sentiva le nostre voci in giardino, scendeva a giocare. Ricordo che quando ci vide concentrati sulla prima console di videogame, si avvicinò e disse: “Voglio provare anch’io”. Ma non ci ha abituati a vivere nel lusso. Da ragazzi non avevamo la macchina: andavamo in bicicletta».
Negli anni Novanta, crollata l’Unione Sovietica che vi finanziava, e con l’embargo americano che continuava, le condizioni di vita a Cuba sono molto peggiorate: il sistema comunista voluto da suo padre è entrato in crisi. Come avete vissuto quel momento?
«Non potevo più permettermi la spensieratezza. Andai, come tutti gli altri, a raccogliere patate nei campi. Un giorno si fece avanti una coppia di giovani: mi invitarono al loro matrimonio, mi chiesero di fare le foto e di portare la torta. Inutilmente tentai di spiegare che io stesso a malapena avevo i soldi per i rullini. Venne il giorno della cerimonia e mi presentai con una torta favolosa, ma quando lo sposo fece per tagliarla il rumore metallico paralizzò i presenti: avevo costruito la struttura con un calderone da cucina, avevo trovato qualche uovo in un pollaio e chiesto al cuoco della mensa dei lavoratori del campo di rivestirlo con un sottile strato di meringa».
La situazione, oggi, com’è?
«Molto migliorata. Ci sono state aperture economiche che la gente ha chiesto scendendo in strada. Del resto, la crisi ha colpito tutto il mondo».
Sua moglie le fa da manager. Come vi siete conosciuti?
«Lavoravamo entrambi a Mundo Latino, la televisione cubana, io come cameraman, lei come assistente di produzione. È nato l’amore e, otto anni fa, ci siamo sposati».
Avete figli?
«Due, ma sono nati da precedenti relazioni: lei ha una bimba di 12 anni, io un ragazzo di 21».
Lei è diventato fotografo ufficiale di suo padre nel 2006, proprio quando Fidel Castro si è ammalato. Che effetto le fa vederlo invecchiare?
«Non è bello, certo. Ma almeno posso stargli più accanto. E sono orgoglioso che mi abbia scelto per documentare questa fase della sua vita».
Oggi il Paese è guidato da suo zio Raúl?
«Sì, però mio padre viene costantemente consultato. La sua esperienza è immensa: non c’è nessuno come lui».