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 2011  dicembre 21 Mercoledì calendario

IL RE (MAGIO) DEL GOL - INTERVISTA A EDINSON CAVANI

A volte, e soprattutto nel calcio, i grandi amori non si somigliano. La prima volta che Napoli si è innamorata erano gli anni Ottanta e lui ne incarnava tutti i vizi. Diego Armando Maradona era argentino, edonista, poligamo, incontrollabile, si allenava poco, parlava molto. La seconda volta è oggi e lui si chiama Edinson Cavani: è uruguaiano, sobrio, devoto, morigerato, monogamo. Di Cristo ha preso la fede, le opinioni e anche un po’ le fattezze. Tutta l’aneddotica extracalcistica di Cavani si nutre di sessioni di preghiera via Skype con il suo pastore, un crocifisso in scala uno a uno nella sua casa, una conversione giovanile e una fede incrollabile. Il campo invece parla di una tifoseria che, dopo un anno e mezzo, è pazza di lui, dei suoi gol, della sua generosità. Edinson Cavani ha 24 anni, ha una moglie (Maria Soledad), un figlio nato 9 mesi fa (Bautista). Per Natale, assieme alla squadra ha posato in una sorta di presepe vivente, causa calendario. Ma la sua Napoli non è Betlemme, e Edinson ha dovuto cambiare casa, dopo un furto nella sua villa sul lago di Lucrino. Non è l’unico episodio, le mogli (o fidanzate) di quattro suoi compagni sono state rapinate in città negli ultimi mesi. Ci sono voci che lo vorrebbero lontano, verso squadre più ricche e città più sicure, ma Edinson (scoperto dal Palermo di Zamparini) è monogamo e per lui questa storia d’amore è appena iniziata. Maradona, dal 1984 al 1991, a Napoli ha vinto due scudetti, una Coppa Uefa, una Coppa Italia, una Supercoppa. Una montagna di trofei. In Spagna, il 7 dicembre, il Napoli di Cavani ha iniziato a scalarla qualificandosi agli ottavi di Champions League: non succedeva da quando il presidente del Consiglio era Andreotti e a Sanremo vincevano i Pooh. «A un certo punto, l’obiettivo era troppo grande, e abbiamo avuto paura di non farcela», racconta il giorno dopo Cavani.

Come si reagisce alla paura?
«Quando sei in campo, la paura non è sbagliata, è il modo giusto di affrontare le partite. È come quando sei bambino, qualcuno ti sta correndo dietro e tutto quello che devi fare è correre più veloce di lui. In campo è la stessa cosa, la paura ti aiuta ad affrontare gli avversari più forti, ad anticipare tutte le difficoltà».
E alla paura fuori dal campo? Ne ha avuta dopo il furto in casa?
«Lì non devi avere paura, devi solo fare quello che è giusto per te e la tua famiglia. Grazie a Dio, né io né Sole con Bautista eravamo in casa, quando è successo. Io non ho grandi sogni e sono una persona tranquilla, ma pretendo che le persone che amo stiano bene, e sono pronto a tutto per proteggerle. Per questo abbiamo deciso insieme di cambiare aria e lasciare Lucrino, dove pure avevamo stretto tanti legami bellissimi, e ci siamo mossi verso il centro di Napoli, dove ci sentiamo più tranquilli, più al sicuro».
La moglie di Hamsik e la fidanzata di Lavezzi sono state rapinate: avete temuto che ci fosse qualcosa contro la squadra?
«Dobbiamo attenerci alla realtà, non andare oltre. È vero, ci siamo sentiti smarriti perché diamo tanto a questa gente. Ma sappiamo che non sono tutti uguali e che qui per noi c’è soprattutto tantissimo amore. È troppo facile sparare su questa città, dire rapina e pensare: “Certo, è Napoli”. Queste cose succedono dappertutto, in tutta Italia e in tutto il mondo».
E in cosa è diversa Napoli?
«Napoli è bellissima. Per me in questo momento è tutto, la città che mi fa stare bene, mi nutre, mi rende felice. Ho imparato a guidare nel traffico, a mangiare i suoi fritti e a capirla».
La difende come solo chi ci è nato.
«Perché io non mi sento più straniero, perché non mi hanno mai fatto sentire uno straniero qui. E io ho capito che l’unico modo per vivere questa città è appartenerle, essere napoletano, altrimenti non puoi farcela».
Può un posto così soffocare per troppo amore?
«Ci sono momenti in cui ti spaventi, tanta è la gioia che ti viene addosso e la voglia di trasmettertela in ogni momento che hanno i tifosi. Quando sono sul campo, Napoli mi travolge con l’amore, e lì posso ricambiarlo in pieno. Però qui vivono di calcio, la partita non finisce in quei 90 minuti, e questo mi impedisce di vivere Napoli, di visitarla, di scoprirla come vorrei. Mi piacerebbe avere un po’ di privacy, non lo nego, soprattutto per la mia famiglia, ma in fondo questo lavoro è così e io sono felice».
La nascita di Bautista, suo figlio, a Napoli, ha rafforzato il legame?
«Mio figlio è napoletano. Io l’ho visto come un segno. Ovunque andremo nel mondo, i suoi documenti diranno che lui è nato in questa città. Anche quando avrò finito di giocare, e torneremo a casa, in Uruguay, Bautista sarà sempre napoletano».
Che padre è con lui?
«Quando lo guardo, è ancora così piccolo. Il mio desiderio è crescere insieme. Voglio fare tanta strada accanto a lui. Più che un padre, per Bautista mi piacerebbe essere come un compagno di squadra, qualcuno di cui fidarti a occhi chiusi».
È questo che è la squadra: fiducia?
«La squadra ti accoglie nel momento più difficile della tua vita, quando cominci a fare sul serio e non sai dove arriverai. Stai vivendo un sogno, ma è anche un momento difficile, sei strappato alla tua famiglia, alla tua terra, alla tua cultura. La squadra è il porto dove trovi la fiducia per crescere».
Lo sradicamento è anche il motivo per cui i calciatori si sposano presto?
«Ci sposiamo presto perché non abbiamo una vita normale e allora vogliamo almeno una casa normale. È tutto accelerato, abbiamo un’esistenza che va a una velocità incredibile. E allora vuoi qualcuno con cui programmare con calma il futuro, la sera a casa, succhiando mate da una cannuccia. O guardare la Tv. Fare cose normali. Non chiedo altro».
E i sogni?
«I sogni sono un’altra cosa. Sono quello che fa la differenza. La fede in Dio l’ho trovata a un certo punto della vita, grazie a un amico che mi ha portato a un incontro evangelico e mi ha fatto conoscere la parola. Ma i sogni sono lì da prima, da quando ero piccolo. Sognavo cose incredibili, ora mi stanno succedendo tutte».
Com’è stata la sua infanzia?
«Mio padre era un calciatore, lo chiamavano el Gringo, perché era fortissimo di testa. Quando era all’apice della sua carriera, io ero troppo piccolo per apprezzare il suo modo di giocare. Ma ancora oggi, ogni volta che qualcuno parla del Gringo, racconta quei colpi di testa bellissimi che faceva».
È stato lui a darle il pallone la prima volta?
«Io nel calcio ci sono cresciuto dentro, grazie a lui. Tra i miei primi ricordi, c’è la felicità che provavo quando mi portava agli allenamenti e i suoi compagni mi chiamavano il Gringo piccolo. Ero così contento, così immerso nel mondo dei miei desideri, che mi addormentavo buono buono negli spogliatoi aspettando che finissero di allenarsi».
Che cosa sarebbe stato Edinson senza il pallone?
«Voglio dirlo, perché è una cosa a cui tengo: non avrei avuto paura di dover fare un altro mestiere. Tutti mi guardano e pensano: che fortuna, fa il calciatore. E hanno ragione. Ma se non ce l’avessi fatta, avrei svolto il mio lavoro, quale fosse stato, giorno dopo giorno, nello stesso modo in cui gioco a calcio. Correndo e dando tutto quello che ho».
Ha mai immaginato che cosa avrebbe fatto?
«Mio padre ha una piccola azienda, si occupa della pulizia dei boschi, forse avrei fatto quello. L’importante è tenere la fede, e andare a dormire tranquillo».
Non abbiamo ancora parlato della fede.
«Tutti vogliono sapere della fede, della conversione, ma non c’è molto da dire, io sono una persona normale. Ho soltanto delle risposte alle quali indirizzare i miei pensieri e le cose che mi succedono durante la giornata».
Allora è rimasto solo da raccontare il suo sogno.
«Voglio la salute per la mia famiglia, per mio figlio e mia moglie».
Sì, ma il sogno vero.
«Va bene. Voglio vincere la Coppa del Mondo con l’Uruguay. In Sudafrica siamo arrivati in semifinale, ci siamo andati vicino, ma non vicino abbastanza».