Paola Jacobbi, Vanity Fair 21/12/2011, 21 dicembre 2011
SOTTO I 33 CARATI È VERO AMORE?
Una quindicina di anni fa, allo Chateau Marmont di Los Angeles, durante una cena organizzata da Ingrid Sischy e Sandra Brant – oggi nostre International Editors – in onore di Donatella Versace, Courtney Love mostra a Donatella il suo nuovo anello, un brillantone impegnativo. Donatella allunga il braccio e mostra il suo, un anello ancora più grande e luminoso. A quel punto, con il sorriso di chi è rassegnata a stravincere, Elizabeth Taylor – ammiratissima ospite della serata – posa la sua mano sulle altre due, nel gesto dei Tre Moschettieri, e mette in mostra il suo anello: 33.19 carati. Imbattibile.
Elizabeth chiamava «Baby» l’anello di questo episodio, raccontato da Ingrid Sischy nel libro Cartier I Love You: Celebrating 100 Years Of Cartier In America (Te Neues Pub Group). Richard Burton gliel’aveva regalato un certo giorno del 1968 senza nessun motivo speciale, solo «perché era martedì».
Volendo, potendo, ora quel «cecio» ve lo potete comprare. La base d’asta è tra i 2 e i 3 milioni e mezzo di dollari e il suo nome ufficiale oggi è The Elizabeth Taylor Diamond. È parte della vendita in corso da Christie’s a New York, dove sono presenti 269 pezzi della collezione di gioielli appartenuti alla diva, per un valore di base stimato di oltre 30 milioni di dollari.
Tra questi anche il collier Taj Mahal, un altro regalo di Burton, in questo caso in occasione del quarantesimo compleanno dell’attrice. «Avrei voluto regalarle il Taj Mahal inteso come monumento, ma il costo del trasporto era troppo elevato, così ho comprato il diamante che porta questo nome», disse Richard. Quel diamante – appartenuto al maragià della dinastia Mughal che fece costruire, appunto, il Taj Mahal in ricordo della donna amata – è al centro di una collana di Cartier d’oro e rubini.
Elizabeth è scomparsa nel marzo scorso a 79 anni; in questi giorni le più luminose tracce della sua scia (oltre ai gioielli ci sono gli abiti, le borsette e altri inestimabili ricordi) vanno all’asta dopo essere state esposte in una mostra per la quale la gente ha fatto la coda. In onore di un personaggio amatissimo e unico, di una donna che ha avuto una vita in technicolor, di una donna che fece dell’esagerazione la sua cifra. In tutto. Attrice precoce, sposa seriale, amica generosa e intelligente attivista umanitaria. Se ancora oggi si tengono in tutto il mondo i gala dell’amfAR per raccogliere fondi per la ricerca sull’Aids, si deve a lei che, per prima, se ne occupò.
Aveva gli occhi viola, il suo colore preferito era il giallo. Al primo matrimonio con Richard Burton indossava un miniabito color limone maturo, disegnato da Irene Sharaff, la costumista di Cleopatra, il film girato a Roma sul cui set nacque la loro storia d’amore. Al secondo matrimonio con Burton, che si svolse in Botswana, in una specie di giungla fiorita, nascose la linea che già si appesantiva con una tunica hippy effetto arcobaleno. Lui, Richard, diceva che era una donna che si dischiudeva al sole e che le uniche parole che conosceva in italiano erano «ti amo» e «Bulgari». Lei diceva di sé che, senza gioielli, non si sentiva abbastanza bella e sexy.
In un certo senso, l’asta di New York sancisce la fine di un’epoca. Oggi nemmeno la diva più famosa e più pagata possiede gioielli come quelli di Elizabeth.
Oggi le star indossano abiti in prestito, gioielli in prestito, e vengono messe sotto contratto per indossarli. Il red carpet è diventato una specie di banco dei pegni ad altissimo livello. Più sei in alto nella gerarchia della celebrità, più gioielli ti presteranno, in cambio della pubblicità indotta. Il che rende sempre più difficile distinguere i veri gusti di un’attrice, il suo stile. Invece il debole di Elizabeth per i gioielli non era product placement, era una passione vera. E, come riconoscono gli esperti di Christie’s, rivelava un talento da collezionista.
Comprò il suo primo gioiello, una spilla, per regalarlo a sua madre: era ancora una bambina e lo acquistò con la paghetta settimanale che le veniva passata. «Avevo un certo senso per gli affari già allora. Chiesi alla signora del negozio di tenermelo da parte per quando avessi avuto i soldi, e mi assicurai che mi avrebbe fatto un buon prezzo».
In seguito, le trattative più clamorose le condussero i suoi uomini, Richard Burton in particolare, che aveva imparato a condividere con lei la brama di gioielli, quella smania di bellezza e unicità, con una grinta tutta maschile, da giocatore d’azzardo, come successe nel caso della Pérégrina, una delle perle più famose della storia, al centro di un collier tra quelli all’asta a New York.
Si dice che fosse stata trovata casualmente, nel Cinquecento, da uno schiavo nella Baia di Panama e che, grazie a questo ritrovamento, l’uomo ottenne la libertà. La perla poi finì tra i tesori della corona spagnola e, indossata da gentiluomini di corte, appare in due dipinti di Velázquez. Filippo II di Spagna la regalò come dono di fidanzamento a Mary Tudor e da lì fece alcuni giri secolari intorno a colli diversi finché, nel 1969, apparve a un’asta di Sotheby’s. Qui Burton la acquistò, battendo un aspirante acquirente che aveva buone ragioni, in fondo, per volerla: Alfonso
di Borbone Asturias, che aspirava a farla tornare tra i beni del Regno!
La Pérégrina rischiò di scomparire per sempre, durante un pomeriggio di liti furibonde tra Elizabeth e Richard in una stanza del Caesar’s Palace di Las Vegas. Mentre discutevano, lei stringeva in mano, come un talismano, la perla da poco ricevuta in dono, che però a un certo punto scivolò sulla moquette e scomparve. Senza farsi notare da Richard, per evitare che la situazione già tesa diventasse tragedia, Elizabeth cominciò a perlustrare la stanza, ma niente da fare. La Pérégrina era scomparsa.
Con i Burton c’era anche un cagnolino pechinese. Eh sì, accadde proprio quello che state pensando. La simpatica bestiola aveva messo in bocca una delle perle più preziose della storia. Ma la diva ebbe un colpo d’intuizione e fortuna. Si avvicinò al pechinese, riuscì ad aprirgli la bocca e la perla era ancora lì, intonsa, sulla sua lingua come una pastiglia: Elizabeth riuscì a sottrargliela. Raccontò la verità a Richard solo molte ore dopo, quando l’ira di lui s’era chetata.
Dall’asta manca il mitico Taylor Burton Diamond, uno dei più grandi al mondo (69 carati). L’acquisto della Pérégrina non aveva fatto che aumentare l’appetito di Burton: quando seppe che quel diamante sarebbe stato messo all’asta, se lo fece spedire a Gstaad per vederlo di persona. Scoprì che al diamante era interessato, tra gli altri, il Sultano del Brunei, e la cosa lo eccitò ancora di più. Fece presentare dal suo avvocato, Aaron Frosch, un’offerta di un milione di dollari. Mentre si trovava con Elizabeth nel loro pub preferito di Gstaad, ricevette una telefonata da Frosch: la maison Cartier, offrendo 50 mila dollari in più, si era aggiudicata il diamante. Furioso, Richard chiamò qualcuno che conosceva da Cartier e, prima ancora che la notizia venisse diffusa, lo ricomprò, aggiungendo altri 50 mila dollari.
Inizialmente il diamante fu montato su un anello ma poi, dicendo «è troppo grande persino per me», Elizabeth andò, sempre da Cartier, a farsi disegnare una collana. Dopo il secondo divorzio da Burton, lo vendette e usò parte del ricavato per costruire un ospedale in Africa.
Chissà se Kim Kardashian, diva dei reality e degli eccessi contemporanei, farà altrettanto del suo anello di fidanzamento da 22 carati che testimonia già di un matrimonio finito dopo pochi mesi? Non so perché, ma credo proprio che non succederà.