Paola Jacobbi, Vanity Fair 21/12/2011, 21 dicembre 2011
«PERCHÈ MI DICI "BACIAMI STUPIDO"»? - INTERVISTA A FABIO VOLO
A pagina 203 dell’ultimo romanzo di Fabio Volo (Le prime luci del mattino) c’è una frase pronunciata dal protagonista maschile che suona così: «Il problema non sei tu, sono io».
Sarebbe una buona ragione perché tutte le donne d’Italia si mettessero ordinatamente in fila non per comprare i suoi libri o per vedere i suoi film, ma per prenderlo a schiaffoni. Una alla volta, senza pietà.
Invece, niente. Le ragazze di Milano, per dire – belle, meno belle, magre, meno magre –, io le vedo in metrò tutti i giorni, hanno quasi sempre un Fabio Volo tra le mani. Uno dei suoi libri, intendo. E, probabilmente, a casa hanno anche una variante del prototipo di questo esemplare di maschio dei giorni nostri, quello che prima o poi dirà l’inascoltabile frase: «Non sei tu, sono io».
Ce ne sarebbe abbastanza da andare a dirgliene quattro. Ma, poi, come si fa? È come prendersela con uno dei Puffi.
Fabio Volo è mediamente carino, mediamente cialtrone, mediamente sincero, mediamente seduttore. Ma soprattutto, a dispetto di quel che si dice in giro (ricco e dunque avarissimo, invidiato e dunque astioso), è un bravo diavolo che ammette di «non svegliarsi di cattivo umore dal 1990».
D’altronde, perché dovrebbe? I libri hanno successo (sei titoli in dieci anni, tutti best seller), e adesso ha successo anche il film tratto da uno di questi, Il giorno in più, da due settimane in sala.
Inoltre, il 6 dicembre, durante il programma che conduce a Radio Deejay, Il Volo del mattino, ha detto: “Proprio vero che quando si è innamorati, sembra tutto più bello”».
Complimenti, si è saputo che è fidanzato.
«Confermo».
Mi è stato riferito che è una ragazza bionda, straniera. Vi hanno sentiti parlare in inglese.
«Non le rispondo».
Allora è italiana?
«Non insista, non dico altro».
Un cambiamento, comunque, per l’idolo dei single.
«Nei miei libri mi sono sempre occupato della vita di coppia perché è qualcosa che al tempo stesso mi attrae e mi seduce, un combattimento tra forze opposte, tra l’idea di stare in un loft a New York con mille donne o in campagna con una sola a metter su famiglia».
Evidentemente, a un certo punto una delle forze ha prevalso sull’altra.
«È come per i fiori. Arriva il momento in cui si schiudono. Magari questa metafora non la metta, non vorrei sembrare patetico».
Nei giorni scorsi è sembrato rabbioso. Ha chiuso la pagina Facebook con un messaggio che diceva: «Scusate, ragazzi, io non ho tempo di stare a fare la guardia su Facebook. A questo punto fate quello che vi pare. Non mi occuperò più di questa pagina. Ciao». Che brutto carattere.
«La pagina non è chiusa, è la pagina del programma radiofonico, continuerò a scriverci, ma non ci passo la vita. Non ho cancellato critiche al film, ma solo commenti che rivelavano troppo a chi non l’aveva ancora visto. Tutto qui».
Però ha fatto incavolare un sacco di gente.
«La cosa affascinante di questo mestiere è che se sei famoso vieni sempre messo in discussione. Tu sei quello che se la tira, tu sei quello che non si è fermato abbastanza a lungo a firmare un autografo o a fare una foto. Nessuno si domanda mai “magari sono io a essere invadente”. Il personaggio famoso è un parafulmine fantastico, è stronzo per definizione e ti fa sentire migliore».
È vero che un giorno è entrato a una riunione di Rai Cinema con il pacchetto di un sex shop e ha mostrato orgoglioso tutti i suoi acquisti?
«Sì, è vero. A Roma c’è un negozio che ha cose di seta molto carine, raffinate. Mi piacciono certi gadget, amo il gioco erotico».
E alle donne piace sempre?
«Dipende. Piace alle donne che hanno un buon rapporto con il loro corpo, quelle che si toccano, che sanno anche cercarsi il piacere in proprio. Molte altre sono piene di paranoie».
Perché, secondo lei?
«Perché le donne, attraverso il sesso, vogliono dirti chi sono, in senso lato, quindi niente autoreggenti, altrimenti lui pensa che io sia una puttana. È come se io, un giorno, interpretassi l’assassino in un film e sentissi il bisogno di gridare ai quattro venti: “Oh, io non sono un assassino”. È una recita, un gioco, dai!».
Altre tipologie di donne che a letto l’hanno delusa?
«Quelle che pensano che la loro patata sia una specie di rivale».
Prego?
«Tu sei lì a fare sesso orale e loro dopo un po’ si scocciano e ti dicono: vieni su e baciami. E allora mi viene da dire: perché, scusa, che cosa stavo facendo?».
Non lo sa che per le donne un bacio sulla bocca è l’apostrofo rosa, il gesto sentimentale per eccellenza?
«Eh, ho capito. Ma non è che io là sotto sto affettando la bresaola per fare panini!».
Non volevo parlare del suo passato di panettiere, ma mi ci ha portato lei. Grazie al successo e al denaro è entrato in ambienti ben diversi da quello da cui proviene. Prova mai insofferenza o disagio?
«Disagio, no. Sono io che ho invaso il loro territorio, e ogni tanto incontro qualcuno che vorrei prendere a schiaffoni».
Tipo?
«Una volta a New York c’era una ragazza di 22 anni che viveva in una casa fichissima, pagata da papà, e pontificava contro i suoi coetanei che stanno in Italia, che sono dei coglioni perché non hanno coraggio di mettersi in gioco, cose così. Mi veniva da dirle che anche lei, senza il paparino ricco, non sarebbe andata da nessuna parte».
E nei salotti dell’editoria come va?
«Non sono laureato, ma non sono incolto. Ho letto e leggo moltissimo. Non frequento gli studiosi che parlano tra loro in latino, ammesso che esistano, ma parlo inglese meglio di tanti miei conoscenti con la laurea. Certo, capitano cose che mi colpiscono. Una volta, a Zurigo, ero a cena con il mio editore tedesco. Un signore anziano, un pozzo di scienza e molto elegante. Indossava una sciarpa stupenda, gli ho fatto i complimenti, mi ha risposto: “Me l’ha regalata Thomas Mann”».
È mai stato dall’analista?
«Due volte. Abbiamo smesso perché la dottoressa diceva che la facevo ridere».
Seriamente?
«Due o tre anni fa, un amico mi ha detto che ne abbiamo bisogno tutti; mi sono convinto che era il momento di affrontare questa mia difficoltà di stare nelle relazioni. Però poi ho rinunciato. Se davvero ho delle zone d’ombra, com’è possibile che io non provi alcun malessere? Non bevo, non fumo, non mi mangio le unghie, non ho attacchi di panico».
Che tipo è la dottoressa? E che le ha detto?
«Una signora sui 70. La prima frase è stata: “Lei è un gran seduttore, ma io non ci casco”».
E l’ultima?
«Gran complimenti sul fatto che la scrittura è stata la mia analisi: secondo lei mi sarei già psicoanalizzato benissimo da solo. Penso che sia vero».
Sempre che i libri li abbia scritti davvero lei. L’idea che abbia un ghost writer è dura a morire.
«Lo so. L’ultimo è scritto in prima persona femminile, adesso diranno che il ghost writer è cambiato, è una donna».
Tutta invidia?
«Una buona fetta di chi mi critica ha ragione. Lo so che i miei libri mancano di struttura, e che non ho un ampio vocabolario letterario. Però ci sono anche quelli che criticano solo per rendersi interessanti, per sembrare acuti e intelligenti».
Lo sa che nell’ultimo romanzo di Andrea De Carlo, Lei e lui, c’è il personaggio di un idolo dei giovani, autore di best seller, che si chiama Pino Noce e viene descritto come un imbecille?
«Non lo sapevo, non ho mai letto De Carlo. Ovvio, però, che si riferisce a me».
Conosce De Carlo?
«L’ho intervistato una volta, in una trasmissione televisiva. Simpatico, ha un sacco di capelli, beato lui».
L’anno prossimo prenderà il posto di Serena Dandini e condurrà un programma su Raitre. Perché vuol fare tutto? Scatta pure le foto delle copertine dei suoi libri.
«Mania di controllo, lo ammetto. Sono un po’ ossessivo. Le mie foto non sono migliori di quelle che farebbe un fotografo professionista, ma sono mie. Io non sono bravo, però sono autentico».
Come attore, come si giudica?
«Non sono un attore».
Il film avrebbe potuto interpretarlo anche qualcun altro?
«Certo! Rin Tin Tin, visto come recito».
Io ci avrei visto bene un belloccio, scusi. Uno alla Jude Law.
«Infatti avrebbe voluto farlo lui: quando ha saputo che l’avrei fatto io, c’è rimasto malissimo».
I film, le sceneggiature, i libri, la radio, la Tv. Si è mai chiesto da dove le venga tutta questa foga, tutto questo fare e strafare?
«Credo che per molto tempo la mia incapacità di gestire le relazioni di coppia mi abbia spinto in un altro emisfero, così potevo sempre dire: “Non ho tempo per te perché sto lavorando”. Una grande armatura difensiva».
Che timido pulcino. Chi l’ha vista in azione dice che, se c’è una tavolata di sole donne, lei si diverte di più e fa il gallo nel pollaio. Mentre se ci sono solo uomini si mette in competizione.
«Più che altro, con gli uomini ho meno argomenti. Non so niente di calcio né di automobili. Mi piace cucinare, e di fronte alla vetrina di un negozio di casalinghi comprerei tutto: ogni pentola, ogni scodella».
Una volta, molti anni fa, a una cena al Festival di Tavolara, si mise a fare il filo a Valeria Golino.
«Me lo ricordo. Ero stato veramente molesto. Povera Valeria. Io non bevo mai, ma quella sera continuavano a servirmi vino bianco molto freddo, e un po’ soprappensiero buttavo giù bicchieri come fossero d’acqua. Mi sono ubriacato e ho dato il peggio. Altri tempi».