Attilio Bolzoni, la Repubblica 16/12/2011, 16 dicembre 2011
In prima pagina è finita solo negli ultimi tempi, quando abbiamo scoperto che dietro «clamorose operazioni» poliziesche si nascondeva qualcosa di losco
In prima pagina è finita solo negli ultimi tempi, quando abbiamo scoperto che dietro «clamorose operazioni» poliziesche si nascondeva qualcosa di losco. Eppure, pronunciare quella parola ci fa ancora paura. Se ne dibatte e se ne scrive, ma con molto riguardo - o prima o dopo - ci sistemiamo sempre un aggettivo che la presenta come improbabile se non addirittura inverosimile. Una volta diciamo che è "presunta", un´altra che è "ipotetica". È un´ipocrisia tutta italiana per non voler credere a ciò che abbiamo avuto sotto gli occhi per almeno centocinquanta anni. Una trattativa dopo l´altra. Trattativa: è un vocabolo che spiega molto della storia del nostro Paese. Oggi conosciamo quella fra Totò Riina e alcuni pezzi dello Stato per fermare le stragi del 1992 e del 1993. E la raccontiamo come unica, conseguenza di una drammatica stagione politica iniziata con Tangentopoli e finita con la morte di Falcone e Borsellino. Ma c´è un bellissimo saggio (Attentato alla giustizia - Magistrati, mafie e impunità, Rubbettino Editore, pagg 286, euro 15,00) che da domani è in libreria e che ci ricorda come, in Italia, la voglia di scendere a patti con le mafie c´è sempre stata. L´ha scritto Piergiorgio Morosini, giudice per le indagini preliminari a Palermo e segretario generale di Magistratura Democratica. Dentro un paio di capitoli del suo libro si rintraccia un catalogo di "papelli", uno sterminato elenco di inconfessabili accordi, di negoziati e scambi che risalgono all´Unità d´Italia. E anche a prima. Se è vero - ed è così, purtroppo - che la mafia esiste ufficialmente da un secolo e mezzo, è altrettanto vero che da un secolo e mezzo lo Stato ha sempre trafficato con boss di ogni risma e rango. Il libro di Morosini è sostenuto da una robusta documentazione e, pagina dopo pagina, ricostruisce vicende estratte da archivi storici e giudiziari. Ne affiora un´Italia occulta dove la «trattativa» non si è fermata mai. Da Palermo a Napoli, dai Borboni alla Prima Repubblica, passando per il Duce e fino ai giorni nostri. «Nello Stato liberale post-unitario, nel periodo fascista, nell´epoca repubblicana, in ogni momento critico della vita del paese…», scrive il giudice riportando esempi e riproducendo atti di un "dialogo" infinito fra due poteri: Stato e crimine. L´Italia non era ancora nata e già qualcuno era lì, a intrattenersi con il nemico. Garibaldi era appena sbarcato a Marsala e in quel maggio del 1860 un certo prefetto Liborio Romano, inviato nell´isola da Ferdinando II di Borbone, signore delle Due Sicilie, aveva convinto il re che bisognava firmare decreti di amnistia per alcuni mafiosi di Palermo e camorristi di Napoli. Così sarebbero finiti i disordini in tutto il Regno. Un secolo e passa dopo, il capo dei capi di Corleone voleva la revisione dei processi e l´abolizione del carcere duro per non mettere più bombe. Cosa era cambiato? Niente. Dopo quel prefetto, fu il questore di Palermo Giuseppe Albanese che strinse un patto con i capicosca - era proprio il 1861, l´anno dell´Unità - «per mantenere in città l´ordine pubblico» (Albanese diventa questore di Palermo nel 1866, lo scandalo è del 1868-1871 - ndr). Il questore fu mandante dell´omicidio di un «facinoroso», si servì dei mafiosi per far fuori chi turbava equilibri, fu denunciato e poi da latitante incontrò il Presidente del Consiglio Giovanni Lanza. Un magistrato (era il procuratore generale Diego Tajani) avviò un´indagine su quella «trattativa», riuscì a portare a giudizio Albanese e un paio di boss, poi al processo vennero tutti assolti. Qualche anno dopo ancora - siamo già nel 1898 - un altro questore di Palermo, Ermanno Sangiorgi, mandò una relazione al ministro degli Interni: «Sgraziatamente i caporioni della mafia stanno sotto la salvaguardia di senatori, deputati, ed altri influenti personaggi che li proteggono e li difendono per essere poi, a lor volta, da essi protetti e difesi». Era già tutto scritto. Ieri come oggi, un doppio Stato. Con latitanti nelle pubbliche vie, covi protetti, depistaggi, complicità fra alti funzionari e assassini. Il destino dell´Italia. L´amaro finale del giudice Morosini: «La partita si gioca tutta sul terreno del potere: monarchico, repubblicano, liberale o conservatore che sia.. Quando il potere è in difficoltà, si serve sempre dei "professionisti della violenza"...».