Jacco Pertanto, Corriere della Sera 16/12/2011, 16 dicembre 2011
All’indomani dell’ultimo vertice europeo di Bruxelles, la notizia su tutte le prime pagine dei giornali al di qua della Manica era che Londra aveva spaccato l’Unione in due rischiando di gettare l’euro in una crisi istituzionale
All’indomani dell’ultimo vertice europeo di Bruxelles, la notizia su tutte le prime pagine dei giornali al di qua della Manica era che Londra aveva spaccato l’Unione in due rischiando di gettare l’euro in una crisi istituzionale. In realtà si è trattato di una non-notizia. La novità, sicuramente molto più preoccupante della splendida isolation britannica, consiste nel sopravvento accordato al metodo intergovernativo rispetto a quello comunitario. Significa che le diverse misure ormai improcrastinabili per fronteggiare i disavanzi eccessivi di taluni Stati membri e rilanciare il loro sviluppo attraverso un miglior coordinamento europeo delle loro politiche economiche non vengono decise dalle istituzioni della Ue, quali autorità super partes che hanno come unico obiettivo l’interesse generale dell’Unione e della sua moneta unica, bensì di comune accordo dai governi della zona euro, cioè con il metodo intergovernativo. Un metodo con il quale quegli Stati della zona euro che sono — o si ritengono — economicamente e finanziariamente i più virtuosi, come Germania e Francia, finiscono per dettare legge sugli altri. Ebbene, nelle conclusioni del vertice di Bruxelles, si legge che i capi di Stato e di governo si sono impegnati ad adottare «un nuovo patto di bilancio» che prevede quella che il presidente Sarkozy ha chiamato la «regola d’oro», in virtù della quale i bilanci nazionali degli Stati membri «devono essere in pareggio o in avanzo». Detta regola dovrebbe essere inserita in ciascun ordinamento nazionale «a livello costituzionale o equivalente». E fin qui, diciamo, nulla di male. I problemi cominciano quando in dette conclusioni si indicano le diverse misure idonee a garantire, ad ogni costo, la puntuale osservanza di detto dogma del pareggio di bilancio. Tra queste misure spicca quella che impone agli Stati membri in disavanzo eccessivo — e l’Italia è tra questi — l’obbligo di presentare alla Commissione e al Consiglio, «per approvazione, un programma di partenariato economico che indica in dettaglio le riforme strutturali necessarie per assicurare una correzione realmente duratura dei disavanzi eccessivi». I capi di Stato e di governo hanno deciso di adottare tale patto di bilancio «mediante un accordo internazionale che dovrà essere firmato a marzo o prima di tale data». Ecco il punto: nel momento più grave della crisi dell’euro si decide di abbandonare il metodo comunitario e si passa invece a quello intergovernativo concluso fuori dal quadro giuridico dell’Unione e senza il coinvolgimento delle sue istituzioni. Da troppi mesi, e ancora oggi, i mercati finanziari ci dicono invece che non vogliono che la stabilità dell’euro sia assicurata da decisioni prese dai governi del momento, e comunque alle condizioni fissate dai governi più virtuosi. Invero, nella mutevole dinamica politico economica dei nostri tempi, nulla è più instabile e influenzabile di un governo nazionale. Le proposte di Merkel e Sarkozy per la stabilità dell’euro non sono forse dettate da ragioni di politica interna e anche dall’approssimarsi della fine del loro mandato elettorale e quindi dalla corsa al suo rinnovo? E poi comunque perché un accordo internazionale a 17, esterno al quadro istituzionale dell’Unione, quando il Trattato di Lisbona contiene già, in larga parte, tutte le disposizioni e le clausole (vedi ad esempio quella di «flessibilità» di cui all’art. 352) per poter fronteggiare le attuali difficoltà, senza che sia neppure necessario procedere ad una revisione dello stesso? Da tempo, il Parlamento europeo e la Banca centrale auspicano, in materia, misure esclusivamente comunitarie. Ma la signora Merkel non ci sta o non ci vuole sentire. Certo, si deve ammettere che alla testa delle istituzioni politico-economiche dell’Unione, con l’eccezione della Bce, mancano da tempo leader politici che siano davvero all’altezza dei compiti affidati all’Unione. È questo peraltro l’assurdo paradosso che affiora oggi nell’ambito di questa grave crisi: mentre il Trattato di Lisbona ha rafforzato le competenze dell’Unione e dotato le sue istituzioni dei corrispondenti poteri di azione, i capi di Stato e di governo hanno deciso poi di mettere alla guida di queste ultime leader non in grado di imporre con fermezza la supremazia delle iniziative e delle decisioni che l’Unione potrebbe e dovrebbe adottare. Per stabilizzare la moneta unica non c’è assolutamente bisogno di un ulteriore trasferimento di sovranità di bilancio dagli Stati membri verso l’Unione Europea. A questo riguardo va anzi ribadito quanto Merkel e Sarkozy non vogliono sentire e cioè che in forza dell’attuale Trattato di Lisbona (art. 3) l’Unione ha «competenza esclusiva» in materia di «politica monetaria per gli Stati membri la cui moneta è l’euro». A tal fine, il Trattato prevede poi (art. 5) che a detti Stati «si applicano disposizioni specifiche» per il coordinamento delle loro politiche economiche. Per assolvere detti compiti, il Trattato affida alla Commissione europea uno specifico potere di sorveglianza e al Consiglio il potere di «intimare» allo Stato membro interessato di prendere le misure che gli sono state indicate. Perché allora insistere pervicacemente nel voler modificare il Trattato di Lisbona quando non è affatto necessario, o concludere un nuovo accordo intergovernativo a 17, con lo scopo di togliere alle competenti istituzioni europee quello che il Trattato di Lisbona ha ad esse invece affidato? Mario Monti, all’esito del vertice dell’8 dicembre, dirà che non è stato un fallimento. Ha ragione, se al riguardo cita che al punto 16 delle conclusioni si afferma che i capi di Stato e di governo hanno accolto «con favore le misure adottate dall’Italia». Ma poteva Mario Monti fare di più, pronunciare quella «orazion picciola» che avrebbe forse scosso Merkel e Sarkozy dalla loro «ossessione» intergovernativa? A guardar bene, il governo di Mario Monti ha una caratteristica unica nella centocinquantennale Storia unitaria del nostro Paese e in quella molto più breve dell’Unione continentale: è il primo governo nazionale di «salvezza europea», nato dalla necessità — avvertita con grande senso della Storia dal presidente Napolitano — di salvare l’Italia dalla fuoriuscita dall’euro e contribuire allo stesso tempo a far uscire l’Unione dalla crisi del suo euro. È per questo che si può facilmente immaginare il forte conflitto interno del presidente Monti che da europeista di lungo corso sa benissimo che solo le decisioni e i rimedi adottati dall’Unione Europea in quanto tale sono quelli efficaci. Egli lo ha chiaramente ricordato a Merkel e Sarkozy, ma forse non è giunto fino al punto di ricordare ai due colleghi d’Oltralpe i loro improvvidi trascorsi avuti al riguardo, quando i rispettivi ministri delle Finanze bloccarono quasi sul nascere l’iniziativa presa dalla Commissione che intendeva richiamare all’ordine questi due Paesi proprio per il pericolo di disavanzo che stavano correndo. È anche comprensibile che alla sua prima partecipazione ad un Consiglio europeo, il presidente Monti non abbia voluto richiamare ai detti big i veri valori e gli effettivi strumenti dell’Unione Europea. C’è tuttavia da augurarsi che lo faccia al più presto, cominciando col rivolgere alla sua teutonica collega il seguente interrogativo: Warum Frau Merkel? Jacco Pertanto (Dietro lo pseudonimo si nasconde un alto funzionario italiano a Bruxelles)