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 2011  dicembre 15 Giovedì calendario

IL NARCO-CALCIO DA PADOVANO A BERGAMINI

Nel fango del dio pallone si prega di fare silenzio. Coprendo i rumori di fondo che disturbano il quadro. Tagliando i fili con i portatori sani. “Mi trattano da lebbroso” dice oggi Michele Padovano e sembra un bambino. Ora che gli anni sono 45, le maglie impolverano in un cassetto e i ricordi (Juve, Napoli, Nazionale) sono una condanna quasi peggiore degli 8 anni e 8 mesi di solitudine per associazione a delinquere finalizzata al traffico di stupefacenti. L’infanzia, l’amicizia con un trafficante, i panetti di hascisc, le fumate a casa dell’erede Grande Stevens, la maledizione del padre di un suo ex compagno, Mark Iuliano, solo l’ultima luce di una galleria di altarini spenti sotto la “neve” da Maradona a Pagotto, da Bachini a Flachi. Iuliano senior sostiene che Padovano fosse il diavolo. “Un cancro da estirpare” che passava la droga al figlio e riforniva mezza Juventus. Ha rotto con Mark, che lo smentisce chiamandolo “il signor Alfredo” e senza sorprendere nega le ricostruzioni pubblicate su Facebook. Alfredo Iuliano tira in ballo anche Vialli. L’ex campione che correva sull’erba e la consumava sporadicamente “fin dai tempi del Chelsea”. Il “Luc Besson” intercettato nel 2004 mentre intima a Padovano “abbondante, eh”.
LO STESSO che in un cortocircuito virtuale minimizza su Twitter e più che il “ Luc Besson” delle telefonate preferisce recitare da comparsa vanziniana: “Con Padovano, ma già si sapeva, solo qualche canna da ragazzi. Sbalordito dalla sentenza e dalle parole di Iuliano padre. Abbasso la droga viva la gnocca!!”. Su Padovano si dicono tante cose. Basta fare due passi a Reggio Emilia, dove ha giocato ed è stato dirigente, per sentire nere storie sul suo conto. Forse vere, magari false. Padovano, ora, giura di essere “un ingenuo”, lamenta l’emarginazione e rigetta l’allusione più violenta di Alfredo Iuliano. Quella su Donato “Denis” Bergamini, il “calciatore suicidato”, del libro meritorio (e censurato) di Carlo Petrini, l’ex calciatore che più che dribblare la verità l’ha inseguita. Non si può capire la parabola di Padovano senza affrontare il mistero Bergamini. Morì sabato 18 novembre 1989 a Roseto Capo Spulico (Cosenza). Il suo cadavere venne rinvenuto all’altezza del km 401 della statale Ionica ai bordi di una piazzola fangosa da dove si vede il mare. Travolto da un camion per decine di metri, mentre pioveva, a dar retta alla versione ufficiale. Portato in zona solo in seguito secondo la ragionevolezza e le limpide ruote della sua Maserati trovata a pochi metri. Aveva 27 anni ed era compagno di squadra, stanza d’albergo e appartamento di Padovano al Cosenza. Padovano vide Bergamini ricevere la telefonata che forse ne accelerò la fine. Nella stanza non c’era nessun altro. Ha sempre raccontato di averlo visto sconvolto dopo quel colloquio, senza però aggiungere altro. Limitandosi ad affermare che non ha mai creduto al suicidio e alle troppe versioni fornite dall’ex fidanzata di Denis (altra figura chiave), ancora viva, in zona e sposata con un poliziotto. Si è detto che quando Bergamini abbandonò di nascosto il Cinema Garden di Rende, l’allenatore Gigi Simoni e i compagni per andare incontro alla morte, Padovano fosse il solo a intuire dove era diretto. O forse no. Venne ucciso. Da chi? Non si sa. Il caso Bergamini è un domino infinito, “Chi l’ha visto?” gli ha dedicato una puntata anche ieri sera (erano presenti i familiari e Gallerani, il legale dei Bergamini) confutando gli orari del decesso. Denis fu vittima di un delitto d’onore?
OPPURE venne assassinato perché aveva scoperto di essere coinvolto in un traffico di stupefacenti e ne voleva uscire? La trasmissione che ha già dedicato molte puntate (incasellando querele) alla vicenda ha mostrato le incongruenze sull’orario della morte, la posizione della Maserati e gli “errori” grossolani del brigadiere Barbuscio (il primo ad occuparsene). Nei giorni scorsi, grazie al lavoro da pistard di Francesco Mollo del Quotidiano della Calabria si è scoperto che il camionista considerato in principio responsabile dell’uccisione involontaria di Bergamini, Raffaele Pisano, due volte assolto per omicidio colposo, non era morto come si supponeva. È vivo, ha 73 anni e un figlio, Bruno, pesantemente coinvolto nella più recente e importante operazione antimafia della locale Dda e il suo legale – Domenico Malvaso – fa sapere che non c’è nulla da aggiungere: “La famiglia non vuole più tornare sul tema e desidera dimenticare perché la ferita è troppo dolorosa”. Malvaso è subentrato da poco. Non ha conosciuto il padre di Donato, Domizio Bergamini. La sua ostinazione. Non ha seguito il caso dall’inizio. Non vede collegamenti con Padovano che in onore di Bergamini chiamò Denis il figlio, pianse ai funerali calabresi (10.000 persone) e indossò la numero 8 del Cosenza (quella di Bergamini) dedicandogli il gol, il giorno dopo la morte violenta di Denis, contro il Messina. Malvaso era altrove. Difende padre e figlio con atona professionalità: “Il mio cliente non si è mai finto morto. Fu un errore della stampa e suo figlio, pur coinvolto in storie non edificanti, all’epoca della tragedia Bergamini aveva solo sei anni”. Se insisti o adombri mafiosità ereditarie e contro deduzioni, Malvaso le bolla come ‘congetture’. Oppone un garbato rifiuto su qualunque altra ipotesi pur specificando che le atroci foto pubblicate dalla Gazzetta dello Sport nel ventennale della morte di Bergamini (il corpo, pasoliniano, deturpato su un solo lato ma non sfigurato) lui non le ha mai viste: “Non capisco perché vi stupiate. Io sono abituato a lavorare sugli atti e non sui giornali sportivi. Per ora non siamo stati convocati, ma se riapriranno il caso, il mio assistito deporrà ancora una volta. La sua posizione? È cristallizzata nelle dichiarazioni di allora”. Ventidue anni fa. Oggi.