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 2011  dicembre 15 Giovedì calendario

PALLINATO FABIO VOLO


Fabio Volo, all’anagrafe Bonetti. «Quando arrivai a Milano scrissi una canzone che si chiamava Volo. E a Radio Capital ero diventato “Fabio della canzone Volo”. A quel punto Cecchetto mi disse: chiamati Volo, che è meglio di Bonetti». [1]

Volo al cinema: protagonista del film Il giorno in più, uscito nelle sale il 2 dicembre, secondo incasso della settimana dal 5 all’11. Il giorno in più è tratto dal romanzo omonimo di Volo, un milione di copie, il suo libro più venduto all’estero (è stato tradotto in 18 lingue). [2]

Volo in libreria: il suo sesto romanzo, Le prime luci del mattino, uscito il 14 ottobre, 600 mila copie la prima tiratura, in meno di una settimana è salito in vetta alla classifica dei libri più venduti. «Come nel 2009 quando, sotto Natale, con Il tempo che vorrei si era preso la soddisfazione di scalzare dalla vetta Dan Brown. O nel 2007, con Il giorno in più, aveva sbaragliato una illustre concorrenza di bestselleristi. Follett, Hosseini, Camilleri: professionisti della scrittura messi in riga da un ex panettiere che, allora, sembrava non avere ancora deciso cosa fare da grande. Indeciso tra il deejay, l’attore, il conduttore televisivo, il doppiatore». [3] (+ Classifiche di sabato)

«Volo non sparisce mai dalle classifiche; i suoi primi cinque romanzi entrano ed escono come clienti abituali di un bar. Finora insieme hanno venduto oltre cinque milioni di copie». [3]

Altri romanzi: Esco a fare due passi (2001), È una vita che ti aspetto (2003), Un posto nel mondo (2006). Racconti (usciti con il Corriere della Sera): Dal’laltra parte del binario (2007), La mela rossa (2008), La mia vita (2011). È stato sceneggiatore dei film Uno su due e Il giorno in più.

Fabio Volo è nato a Brescia il 23 giugno 1972. Da piccolo voleva fare il prete: «Poi a 13 anni c’è stata l’esplosione di ormoni e sono impazzito». [4] Figlio di un panettiere, da ragazzo ha lavorato nel forno di famiglia. A 19 anni se n’è andato da casa. «Per disperazione, per impotenza, perché non ne potevo più. Sapevo che uscendo da quel contesto era come se dicessi a loro: sono meglio di voi. (…) Per un po’ sono rimasto a Brescia, cercando lavoro nei bar e nelle discoteche. Poi ho iniziato a cantare e siccome ero anche bravino è arrivato il primo contratto con una casa discografica; poi la radio e a seguire tutto il resto». [1]

Il resto: una crisi («stavo diventando famoso ma mi sentivo infelice. Facevo tutto per piacere agli altri, non per me stesso») e un soggiorno a Londra, a fare lavori manuali. Il rientro in Italia e molta tv: dal 1998 tre edizioni delle Iene, che gli danno la popolarità, Il coyote su Mtv, Smetto quando voglio e Lo spaccanoci su Italia 1, dal 2006 tre programmi estivi, di nuovo su Mtv, da Barcellona, Parigi e New York.

Fabio Volo torna raramente a Brescia, e quando va ci sta poco. Adesso vive cinque o sei mesi l’anno a New York e a Parigi. [1]

Nel 2002 debutta al cinema con Casomai di Alessandro D’Alatri ed è subito candidato al David di Donatello come miglior attore protagonista. Altri film: La febbre, ancora di D’Alatri, Bianco e nero di Cristina Comencini, Figli delle stelle di Lucio Pellegrini ecc. Nel 2003 in teatro con Il mare è tornato tranquillo di Silvano Agosti.

«Non sono specialista di niente. Faccio tante cose insieme perché non so farne una in particolare, e mi dico che imparerò strada facendo. Ma soprattutto se ne va male una mi restano le altre». [5]

Aldo Grasso: «L’aspetto più simpatico di Volo è che vive nell’indeterminatezza temporale. È un ex a tutti gli effetti (ex panettiere, ex iena, ex cantante, ex giovane) che non si rassegna a un nuovo stato professionale. Fa l’intrattenitore radiofonico, l’attore, lo scrittore, il cazzaro. Senza mai scegliere, sempre sapientemente sospeso fra la genialità e l’improntitudine, fra la curiosità e la paraculaggine». [6]

«Quando presento un libro dico che sono un attore. E quando vado a presentare un film dico che scrivo libri. Mi trovo uscite di sicurezza. Non frequento, non appaio, però non sono nemmeno quello che legge il Manifesto davanti a tutti per darsi un tono. Posso andare in un centro sociale o in un albergo a cinque stelle. Forse sono un individualista. Guadagno molti soldi ma non mi compro la villa con piscina».

«Il suo successo è l’elogio della normalità furba, dell’ex iena mai stato carogna, del prestigiatore che promulga un’idea vaga – e quindi rassicurante – di amore globalizzato. Non è brutto e non è bello, ma in lui anche l’alopecia diventa chioma. (…) Il suo profilo Facebook ha quasi 300 mila fan. Molti lo odiano, ma anche la disistima è funzionale. Chi muove critiche è snob: lo scacco matto (già esplorato da Moccia) atto a elevare la mediocrità a florilegio generazionale». [7]

Come scrittore «non ambisce né al Campiello né allo Strega, e nei suoi romanzi mantiene le promesse. Storie in cui ritrovarsi, lingua in cui riconoscersi, ragazzi confusi ma simpatici, ragazze in cerca del grande amore». [8]

Paola Jacobbi: «Le ragazze di Milano, per dire – belle, meno belle, magre, meno magre –, io le vedo in metrò tutti i giorni, hanno quasi sempre un Fabio Volo tra le mani. Uno dei suoi libri, intendo». [.....] «Quando lavoravo al forno di mio padre facevo i panini a forma di cuore per le ragazze e qualche volta funzionava». [9]

Single per 18 anni, recentemente si è fidanzato. «Mi è stato riferito che è una ragazza bionda, straniera. Vi hanno sentiti parlare in inglese. “Non le rispondo”. Allora è italiana. “Non insista, non dico altro”». [9]

«Nei miei libri mi sono sempre occupato della vita di coppia perché è qualcosa che al tempo stesso mi attrae e mi seduce, un combattimento tra forze opposte, tra l’idea di stare in un loft a New York con mille donne o in campagna con una sola a metter su famiglia». Ama il gioco erotico, gli piacciono certi gadget. Un giorno «è entrato a una riunione di Rai Cinema con il pacchetto di un sex shop e ha mostrato orgoglioso tutti i suoi acquisti». [9]

Contrario al matrimonio: «Non capisco perché la gente abbia bisogno di sentirsi rassicurata quando qualcuno dice: “Sì, è per sempre” Niente è per sempre». Però è favorevole ai matrimoni gay. [11]

«Gira la voce che lei sia gay. “Dunque, le storie che girano su di me sono: che sono gay, che non scrivo io i miei libri, che sono parente di Giorgio Gori ed è per questo che faccio televisione, che due lesbiche in aereo hanno dovuto chiamare una hostess perché le importunavo. Ah, e dicono anche che sono molto malato”». [11]

«Non so niente di calcio né di automobili. Mi piace cucinare, e di fronte alla vetrina di un negozio di casalinghi comprerei tutto: ogni pentola, ogni scodella». [9]

Fabio Volo ha passato un’infanzia in mezzo alle donne, somigliando lui stesso - per fattezze e corporatura - più a una femmina che a un maschio, «al punto che ho iniziato a fare la pipì in piedi a 13 anni». [12]

Due-tre anni fa ha cominciato l’analisi, ma poi ha rinunciato. «Se davvero ho delle zone d’ombra, com’è possibile che io non provi alcun malessere? Non bevo, non fumo, non mi mangio le unghie, non ho attacchi di panico». [9]

La volta che intervistò nudo Alessia Marcuzzi. «Infuriavano i calendari di nudo. Avevamo pensato di fare una parodia del genere. Non ho il culto del mio corpo, né ambizioni da palestrato, ma nemmeno pudori: il nudo integrale non mi costò nessun sacrificio». [13]

«Mediamente carino, mediamente cialtrone, mediamente sincero, mediamente seduttore (…). Ammette di “non svegliarsi di cattivo umore dal 1990”». [9] Ama scrivere nel tepore del risveglio dopo essersi lavato solo la faccia. «Se faccio la doccia scrivo meno. È successo che non mi sia lavato per alcuni giorni, ovviamente non sono uscito di casa. Lo so, fa abbastanza orrore, è come quando hai la febbre e ti lavi lo stretto necessario». [14]

«Il primo libro è stato più che altro un mettere insieme pensieri che avevo scritto nel corso degli anni. Non usavo il computer, usavo carta e penna, mi sembrava più romantico, mi sembrava più da scrittore. (…) Anche se avevo molti appunti in giro, non sapevo da che parte cominciare. Stavo ore a fissare il foglio: scrivevo e cancellavo, scrivevo e strappavo, come Woody Allen all’inizio di Manhattan. Succede ancora oggi e non solo con l’incipit ma anche nel bel mezzo della storia» (Fabio Volo). [14]

L’ultimo libro, Le prime luci del mattino: «Per non sbagliare, la copertina è semplice ma d’effetto, col latte sul fondo rosso. La quarta riporta una sola frase del genere “intrigante-romanzesco” (“Continuo a ripetermi che va tutto bene. Allora perché mi tremano le mani?”). L’aletta dice: “È un libro sincero e intenso” (era già tutto in copertina: sincero, per il latte; intenso, per il rosso). Poi: “Capace di affrontare i sentimenti senza trucchi o giri di parole”». [15]

Il libro precedente, Il tempo che vorrei. «Il luogo comune spiega il successo di Volo con la sua indubbia capacità di farsi capire da tutti (scrive come parla e parla come mangia). E certo è vero. (…) Ma può darsi che il lettore, specie quello più giovane, sia attirato da un altro aspetto, spesso involontariamente comico, della prosa di Volo. Cioè la tendenza a farcire la narrazione di aforismi, frasi fatte, sentenze sui grandi quesiti della vita. Non c’è aspetto dell’esistenza che lo lasci senza parole o lo colga impreparato. Fabio ha la risposta, anzi: ha le risposte. Tutte quante. Nell’amore, Volo non teme rivali, fa mangiare la polvere a Moccia e si pone come alter ego di Francesco Alberoni. La qualità di una storia d’amore «non può essere misurata dalla durata. Non conta il quanto, ma il come». A volte succede che «amiamo una persona più per il bene che le abbiamo fatto che per quello che ha fatto a noi». (…) Non mancano affondi filosofici: «L’amore è come la morte: non si sa quando ci colpirà» o «L’odio non si può fingere, l’amore sì». [16]

www.fabiovolofrasi.it, sito realizzato da Silvia Profeti che raccoglie «le migliori citazioni dei libri di Fabio». Nel presentarlo, lei scrive che nella scrittura di lui ha scoperto una sensibilità molto simile alla sua, un modo di pensare e sentire comune. In home page il 15 dicembre, da Le prime luci del mattino: «Forse c’è qualcosa di peggio dei sogni svaniti: la non voglia di sognare ancora (pag. 14)». «Mi è esplosa una gran voglia di viaggiare, ridere, divertirmi. La voglia di vivere un mondo nuovo, diverso dal mio. Ho bisogno di poter sperare. Ho bisogno di amare. Non voglio più trovare scuse per non amare (pag. 15)».

«Si potrebbe facilmente parlare di trash letterario o di grado zero della scrittura, se non fosse che invece funziona alla perfezione un "effetto specchio" verso il pubblico: qualsiasi lettore, completato il romanzo di Fabio Volo, si convince che quel libro avrebbe potuto scriverlo lui, provando le stesse sensazioni, avendo letto gli stessi libri, visti gli stessi film, amate più o meno le stesse donne, combattuto battaglie maschili con gli stessi amici della sera». [17]

Le critiche: «C’è una fascia di persone, di critici, di blog che continuano ad attaccarmi. A dirmi non sei dei nostri, non dovevi permetterti di scrivere, tu sei e sarai sempre il panettiere di Brescia. È una condanna. Giusto o sbagliato, bello o brutto, banale o eccitante, io racconto il mio mondo». [1]

Fabio Volo a sedici anni si è «innamorato perdutamente della lettura». [9] «(…) Chiedi alla polvere di John Fante; i libri di Bukowski; Fiesta di Hemingway; L’educazione sentimentale di Flaubert; Opinioni di un clown di Böll; Dostoevskij. Tutti mi insegnavano qualcosa. Forse senza aver letto Moby Dick non me ne sarei mai andato di casa così presto per inseguire i miei sogni. (…) Crescendo sono stati tanti gli innamoramenti: Camus, Kafka, Cechov, Carver, Chatwin, Conrad, Kureishi, London. Per anni il primo della lista è stato Philip Roth, un amore che poi è andato un po’ scemando soprattutto dopo aver letto Romain Gary». [14]

Ha due tatuaggi. «Quello sul polso non era premeditato. Stavo aspettando una ragazza e siccome ero in anticipo di due ore e c’era un negozio di tatuaggi vicino al luogo dell’appuntamento, sono entrato e l’ho fatto. L’altro è un ricordo per il mio migliore amico che è morto in un incidente di moto». (1)

Fabio Volo e la politica, nel 2003: «Non ho votato Berlusconi, non mi piace quella linea, non mi interessa, ma a volte mi offende anche Rutelli, pur essendo di sinistra. A me non piace Mc Donald’s, ma non vado a tirare sassi alle vetrine. Credo che con il mio lavoro l’unica cosa rivoluzionaria è fare bene quello che faccio». [Fusco] Nel 2006: «Io non sto né con Prodi né con Berlusconi, preferisco mi dicano che sono qualunquista, ma non mi faccio soldato di guerre non mie. (…) Lavoro con Mondadori, il gruppo Espresso, Mediaset. Ma quando sento parlare di destra e di sinistra non mi sento coinvolto, tanto quelli candidati nel centrodestra poi tra cinque anni si candideranno nel centrosinistra». [18]

«Ecco forse il segreto. Fabio Volo, da pronunciare e scrivere sempre con nome e cognome: uno qualunque. Il volto, di uno qualunque. Il talento, di uno qualunque. Lo stile, idem. E il suo libro, il manifesto inesorabile dell’Italia qualunque». [17]

Note

1 Antonio Gnoli, la Repubblica 12/12
2 Valerio Cappelli, Corriere della Sera 29/11
3 Severino Colombo, Corriere della Sera 20/10
4 Alessandra Di Pietro, Gioia 3/9
5 Raffaella Silipo, La Stampa 14/6/2003
6 Aldo Grasso, Corriere della Sera, 5/4/2007
7 Andrea Scanzi, Malcom Pagani, il Fatto Quotidiano 23/10
8 Mariarosa Mancuso, Il Foglio 3/12
9 Paola Jacobbi, Vanity Fair 21/12
10 Maria Pia Fusco, la Repubblica 20/9/2003
11 Silvia Fumarola, la Repubblica 21/4/2010
12 Vanity Fair 6/4/2005
13 Luca Telese, First 6/2010
14 Fabio Volo, Sette 1/12
15 Antonio Monda, la Repubblica 30/10
16 Alessandro Gnocchi, il Giornale 9/12
17 Edmondo Berselli, la Repubblica 3/12/2009
18 Silvia Fumarola, la Repubblica 3/4/2006