RICCARDO ARENA, La Stampa 15/12/2011, 15 dicembre 2011
La legge del pizzo non risparmia la fiction antimafia - La loro mafia è più immaginata che reale, fra sparatorie, inseguimenti da film americano, omicidi in serie, roba che a Palermo si vedeva trent’anni fa e quasi mai in questi termini spettacolari
La legge del pizzo non risparmia la fiction antimafia - La loro mafia è più immaginata che reale, fra sparatorie, inseguimenti da film americano, omicidi in serie, roba che a Palermo si vedeva trent’anni fa e quasi mai in questi termini spettacolari. La fiction si chiama «Squadra antimafia Palermo oggi», ma la mafia, quella vera, oggi punta al sodo: così le nuove cosche del boss Calogero Lo Presti, detto «Zio Pietro», hanno chiesto il pizzo, cinquemila euro, anche a Taodue, casa di produzione della fiction di Canale 5. Pietro Valsecchi, manager dell’azienda, smentisce qualsiasi rapporto di questo tipo con i veri boss del capoluogo siciliano, ma l’inchiesta dei carabinieri di Palermo, che ieri hanno fermato 28 persone, tra cui un ex poliziotto-talpa, chiama in causa anche alcuni componenti della troupe, che si sarebbero riforniti di cocaina da uno degli arrestati, Giovanni Giammona, anche lui legato alla famiglia di Porta Nuova. Da questo mandamento, capeggiato da Lo Presti prima e da Tommaso Di Giovanni poi, sarebbero partiti gli ordini per imporre, attraverso i rapporti privilegiati con alcuni collaboratori della Taodue, il catering, i trasporti della troupe e le location in cui girare le scene della saga del commissario senza paura, Claudia Mares, e della sua amica-nemica mortale, Rosy Abate, interpretate rispettivamente da Simona Cavallari e Giulia Michelini. Le indagini sono basate su intercettazioni da cui emerge il ruolo di presunto mediatore di Marcello Testa, detto «il Biondo», collaboratore di Taodue e nipote di Filippo Teriaca, personaggio border line convocato da «Zio Pietro» perché intervenisse sul parente. Testa divenne poi socio della cooperativa Europalermo, «controllata a fondo», spiega Valsecchi, prima di affidarle servizi di qualsiasi tipo. Rimane lo sfondo di una fiction sulla mafia che per i boss veri era una gallina dalle uova d’oro, dato che la serie sarebbe durata cinque anni «e se il Signore ci lascia qui vivi - avrebbe detto Lo Presti quale minchia di problema abbiamo?». C’è poi l’affare della droga, che emerge anch’esso dalle intercettazioni: dopo che aveva parlato con Giovanni Giammona di «cinque fotocopie» e di «documenti», Roberto Masotti, un altro collaboratore della Squadra antimafia, fu beccato con cinque grammi di cocaina sotto la sella dello scooter. A chi era destinata? Un contributo notevole all’ indagine è arrivato da una nuova pentita, Monica Vitale, compagna di Gaspare Parisi, uomo di fiducia del boss Tommaso Di Giovanni, tutti e due fermati ieri mattina dai carabinieri. La donna ha parlato fra l’altro dell’omicidio dell’avvocato Enzo Fragalà, ferito a morte a bastonate da uno sconosciuto, la sera del 23 febbraio 2010, e morto tre giorni dopo in ospedale. La Vitale sostiene di avere ascoltato un dialogo tra Parisi e Di Giovanni, in cui il successore di Calogero «Zio Pietro» Lo Presti al vertice di Porta Nuova avrebbe spiegato che a fare uccidere il penalista sarebbe stato lui, per tutelare l’«onore» della moglie di un detenuto, impossibilitata a pagare la parcella e che si sarebbe sentita fare una richiesta alternativa «irricevibile» da Fragalà. Ipotesi che gli inquirenti considerano però poco plausibile. Nella rete dei militari, ieri, anche Matteo Rovetto, un traditore in divisa (da alcuni mesi è in pensione) che avrebbe fornito informazioni su pedinamenti e attività antimafia dei suoi ex colleghi della Squadra mobile di Palermo.