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 2011  dicembre 15 Giovedì calendario

Amato: “La Merkel sta facendo dell’Europa un Frankenstein” - Se anche riuscisse ad andare in porto tutto quello che si è deciso con il Consiglio di Bruxelles del 9, ne nascerebbe un Frankenstein

Amato: “La Merkel sta facendo dell’Europa un Frankenstein” - Se anche riuscisse ad andare in porto tutto quello che si è deciso con il Consiglio di Bruxelles del 9, ne nascerebbe un Frankenstein. Un’Unione affidata a burocrati e ad automatismi da computer, non proprio un passo avanti verso l’integrazione. Nessuno aveva mai immaginato l’Europa come un robot...». Giuliano Amato dice che un’Unione nata sulla sola moneta non può progredire unificando le politiche di bilancio, e sommare pezzi come se l’Europa fosse un robot non è nemmeno una soluzione per la crisi. Come mostra bene anche l’andamento dei mercati, l’euro non è ancora in sicurezza. Lei ha governato l’unica altra crisi che ha visto l’Italia sull’orlo del default: ci sono davvero ancora pericoli, per noi e per l’eurozona? «Certo che vi sono ancora dei rischi. Rischi che la Germania corre e ci fa correre consapevolmente. Angela Merkel ha raccontato di sapere benissimo che ogni suo ritardo nel dare il via libera a provvedimenti comporta costi aggiuntivi, non solo economici, ma ha spiegato che il metodo ha il vantaggio di assicurare la disciplina degli altri Paesi, e oltretutto la Germania, finché non dà il via libera, mantiene intatto il proprio potere. E lo perde, invece, non appena dice di sì. Non è una bella cosa, vedere improntati alla forza i rapporti tra nazioni europee, ma soprattutto ora quel metodo è diventato troppo pericoloso, perché non ci può essere solo il rigore quando è della crescita che c’è bisogno. E credo anche che Angela Merkel dovrebbe dare maggior fiducia all’opinione pubblica tedesca». Sarkozy mette già le mani avanti: dice che se le agenzie di rating gli tolgono la tripla A per la Francia non è un gran problema. «Non abbiamo molto tempo davanti a noi. Dobbiamo puntare tutti insieme la barra su ciò che può concorrere a ridare vigore alle nostre economie, sapendo che le certezze sul nostro futuro verranno più dalla crescita e dallo sviluppo che non dalle regole che tanto appassionano Angela Merkel. Questo, è un punto ormai ineludibile». E invece, rigore senza crescita sembra essere l’esito non solo del Consiglio europeo, ma anche l’ispirazione del governo Monti. «Non critico un esecutivo che ha fatto una manovra di quella portata in una settimana, e che tra due affronterà la crescita. Confido nell’impegno del governo Monti che per ora sta, come il resto d’Europa, al diktat del rigore». Come spiega questa ossessione tedesca? Con la crisi del debito pubblico che portò al tramonto della Repubblica di Weimar, spianando la strada al nazismo? «C’è qualcosa di molto più recente da notare. Nei primi anni 2000 la Germania ha pagato un prezzo alto per rendersi più competitiva: è stata a stecchetto, e ora ci dice se l’ho fatto io non potete voi pretendere il mio aiuto. Ma l’Italia sta facendo adesso la stessa cosa, e lo sta facendo in termini di interesse comune, dato che servirà all’Europa e alla stessa Germania. Non dimentichiamo che nell’ultimo mese c’è stato un calo del 4 per cento nelle esportazioni tedesche in Europa». Germania che ha rifiutato gli eurobond, e continua a opporsi anche agli stability bond. Come si fa a rilanciare la crescita senza gli investimenti, senza emissione di titoli europei che possano finanziarli? «Qualche volta mi viene da pensare che avesse ragione Steinmeier, che qualche tempo fa alla Merkel, in pieno Bundenstag, ha detto “Signora, ma a lei non piacciono gli eurobond, non piacciono gli stability bond, non le piace neppure James Bond?”. Almeno, aggiungerei, le piacessero i project bond! Dovrebbero essere una priorità». Cosa occorrerebbe per la crescita, in Italia e in Europa? «Investire, e a questo servono i project bond. Per l’Italia, occorre anche ridurre la tassazione sulle imprese, favorire le esportazioni, trovare congegni finanziari che liberino il loro finanziamento estero dall’incubo dello spread». Quali sono i veri limiti delle decisioni del Consiglio Europeo, inizialmente interpretate con ottimismo? «Sono decisioni inadeguate nel breve, come dimostrano i mercati, e a dir poco confuse per quel che riguarda il futuro, reso ancora più incerto dalle più recenti e disarmanti dichiarazioni della Merkel e di Sarkozy. Andranno ratificate dai parlamenti, e forse la Danimarca farà un referendum. Le golden rules non sono una grande novità, dato che già facevano parte dell’accordo Europlus, e trattandosi di modifiche costituzionali saranno operative in un futuro di là da venire. La novità sono le sanzioni automatiche, affermate con forza, anche se curiosamente non molto prima, nel vertice di Deauville, proprio Merkel e Sarkozy vi si erano opposti. E sugli strumenti di stabilizzazione a breve il documento finale del Consiglio europeo allude, più che determinare. C’è un’apertura verso il Fondo salvaStati, e la cosa più positiva è che a gestirlo sarà la Bce. Continuo a pensare che ormai, in termini di misure di risanamento, i Paesi che ne avevano bisogno hanno fatto molto. E che è invece sul terreno della governance, oltre che della crescita, che occorrono concreti passi avanti. Occorre, soprattutto, che la responsabilità comune prevalga sulle differenze reciproche». Lei e Prodi, per una vera Unione politica, avete proposto una Convenzione. Ma quanto tempo occorrerebbe? E basterebbe, per recuperare ai 27 la Gran Bretagna? «Forse basterebbe un anno, e forse lavorando insieme si smusserebbero gli angoli della questione inglese. Ma il punto è quello di evitare l’Europa Frankenstein, che in comune ha solo le burocrazie e gli automatismi. Insomma, non si può stringere più di tanto l’unione fiscale senza procedere anche verso un’Unione più politica. E bisognerebbe intanto che i leader dell’Unione smettessero di dire ogni giorno che l’Europa è sul letto di morte. Più lo dicono e più ce la legano, aggravando una malattia che non è mortale».