Franco Bechis, Libero 15/12/2011, 15 dicembre 2011
IN FUGA 400 PM: NON VOGLIONO ESSER PAGATI IN BOT
No, i Bot proprio no. Mentre migliaia di volenterosi italiani fanno la fila a comprare titoli di Stato senza commissioni nella speranza di salvare il loro Paese, i magistrati italiani fuggono in pensione per paura di ricevere la loro liquidazione in Bot. D’accordo che se uno il senso dello Stato non ce l’ha, mica glielo puoi dare, ma che la grande fuga dal pubblico impiego sia iniziata proprio dai magistrati che avevano paura di perdere la pensione o di essere costretti a ricevere Bot e Btp, fa una certa impressione. A rivelarlo è stato per altro il procuratore nazionale antimafia, Piero Grasso, in diretta tv martedì sera a Ballarò. «La manovra», ha spiegato l’alto magistrato, «ha già prodotto i suoi effetti senza bisogno di essere approvata o meno dal Parlamento, perché circa 400 magistrati hanno deciso di andare in pensione. Forse perché era stata ventilata l’idea di una tranche della liquidazione in Bot, oppure perché si parlava di passare dal sistema retributivo a quello contributivo».
Il procuratore Grasso non deve essere grande esperto di questioni previdenziali, perché il passaggio dal retributivo al contributivo non è argomento di chiacchiere, ma il contenuto stesso della riforma previdenziale di Elsa Fornero già in vigore per decreto legge dallo scorso 6 dicembre. I magistrati spesso non hanno grandi orizzonti: vedono solo dalla porta del loro ufficio. Soffrono di manie di persecuzione, talvolta non immotivate. Si sono sentiti l’obiettivo principale anche della manovra di Mario Monti. Il procuratore Grasso, che deve avere tempo libero anche per fare il sindacalista della categoria, martedì sera in tv ha fatto capire che il vaso è colmo per loro. «Il precedente governo», ha detto, «ha messo una tassa sui magistrati perché pagano un contributo di solidarietà del 5% sopra i 90 mila euro lordi e del 10% sopra i 150 mila euro. Questo l’ha fatto il precedente governo, che evidentemente aveva qualcosa contro i magistrati». Come Grasso per altro la pensano centinaia di magistrati, travolti dalla stessa mania di persecuzione. Forse servirebbe il lettino dello psicologo, perché il governo precedente non ha messo nessuna tassa ad hoc sui magistrati: quel contributo di solidarietà è stato deciso con decreto legge il 31 maggio 2010 per tutti i dipendenti pubblici (i magistrati lo sono come i ministeriali) e anche per i parlamentari. La scorsa estate il contributo di solidarietà è stato raddoppiato proprio per deputati e senatori, quelli che dovrebbero perseguitare i magistrati: pagheranno il 10% sopra i 90 mila euro e il 20% sopra i 150 mila euro. I magistrati di tutte le correnti da tempo sono in rivolta contro quel contributo di solidarietà alle finanze pubbliche: non hanno alcuna intenzione di dare una mano al loro Paese, né con le tasse, né con i Bot. Da mesi si sono coordinati e hanno organizzato la presentazione di ricorsi multipli (non una class action, ma qualcosa di simile) ai Tar di tutta Italia per impugnare la costituzionalità di quel contributo di solidarietà. Per altro a coordinare le azioni giudiziarie contro la misura di finanza pubblica erano il presidente dell’Anm, Luca Palamara, e l’attuale ministro della Funzione pubblica, Filippo Patroni Griffi, allora in rappresentanza dei consiglieri di Stato.
Quanto alla decisione di scappare in pensione, secondo stime ufficiali del ministero della Giustizia sarebbero arrivate domande di collocamento anticipato a riposo da parte di circa 250 magistrati, in genere anziani che vogliono sfruttare i privilegi del loro retributivo attuale prima che scatti la mannaia del contributivo per tutti. È possibile che siano in arrivo anche le altre 150 domande preannunciate da Grasso in tv. Fra loro ci sono anche magistrati che hanno avuto una certa notorietà, come Giuseppe Ayala, che vorrebbe cumulare la pensione massima da magistrato calcolata con il contributivo al già ricco vitalizio che percepisce come ex parlamentare: 8.455 euro al mese.
Per i magistrati pesa non poco il cambio di regime previdenziale, perché oggi erano forse la categoria più privilegiata esistente: grazie a un regolamento di favore dell’Inpdap, il loro contributivo non viene calcolato sulla media degli ultimi dieci anni di stipendi, ma solo su quello dell’ultimo anno. Un pm o un giudice vanno quindi in pensione con un emolumento assai vicino allo stipendio che in quel momento prendono. Per la maggioranza di loro significa potere contare su una pensione di 6.500-7.000 euro netti al mese. Ma qualcuno può andare oltre: gli stipendi dei magistrati arrivano anche sopra i 270 mila euro lordi all’anno.
La grande fuga però alla fine potrebbe rivelarsi una beffa: le domande sono troppe, e bisogna valutare l’esistenza dei requisiti di legge. Anche se le domande sono state presentate, farà fede solo il decreto di accoglimento di ciascuna firmato dal direttore del personale del ministero della Giustizia. Ed è assai probabile che gran parte di quei decreti portino una data successiva al primo gennaio. Se sarà così, addio contributivo, e i magistrati in fuga avranno fatto un meraviglioso hara-kiri.
Franco Bechis