Riccardo Ruggeri, Italia Oggi 15/12/2011, 15 dicembre 2011
L’ULYSSES DI JOYCE RIASSUNTO DA ME IN VENTISEI PAROLE
Registro due notizie uscite contemporaneamente: restyling della piattaforma twitter, nuova traduzione dell’Ulysses. Intellettualmente, mi scopro una certa predisposizione per twitter, in realtà lo rifiuto, mi vergogno, mi pare di essere irriverente verso l’interlocutore. Leggendo Dario Fertilio su James Joyce torno alla mia giovinezza. Interruppi la sua lettura al secondo capitolo, senza sapere della battuta di Derek Attridge “figura nella lista delle opere più frequentemente iniziate e mai finite”. E neppure quella “definitiva” di Fritz Senn “Un copione teatrale, il cui primo discorso è messo in bocca a un irlandese che parla inglese, che intona una messa in latino, il cui testo è la traduzione di un salmo ebraico”. E’ l’unico libro che ho letto senza seguire la successione dei capitoli, saltabellando, lasciando trascorrere tempo fra una lettura e l’altra. Ho letto più volte il lunghissimo monologo di Molly (moglie di Bloom), considerato dai critici un riferimento della letteratura del ’900: quando facevo il manager, e dovevo prendere decisioni sgradevoli, che avrebbero riguardato il destino di molte persone, chissà perché il monologo mi aiutava. Il nuovo traduttore Terrinoni (chapeau) ha avuto l’intuizione di tornare al linguaggio originale di Joyce, che, ricordiamolo, scriveva per il lettore comune, ricuperando così la matrice sboccata e allusiva dello slang dublinese, persa nelle traduzioni via via più auliche, che hanno trasformato l’Ulysses in un monumento letterario (un esempio, “scutter”, finora tradotto “tagliare la corda”, torna a essere “merda”).
Mi son detto, finalmente anch’io, lettore comune, posso riassumere in 140 battute l’Ulysses originale di Joyce: “Bloom si sveglia, caga, va al funerale di un amico, ha un diverbio al club, si masturba sulla spiaggia, va al casino, piscia sotto le stelle”.