Questo sito utilizza cookies tecnici (propri e di terze parti) come anche cookie di profilazione (di terze parti) sia per proprie necessità funzionali, sia per inviarti messaggi pubblicitari in linea con tue preferenze. Per saperne di più o per negare il consenso all'uso dei cookie di profilazione clicca qui. Scorrendo questa pagina, cliccando su un link o proseguendo la navigazione in altra maniera, acconsenti all'uso dei cookie Ok, accetto

 2011  dicembre 15 Giovedì calendario

CHE VALE SUCCEDERE AL PUZZONE SE POI SI RESTA AL GUINZAGLIO?


«R.L. Stevenson osserva che i personaggi d’un libro sono sfilze di parole. A questo, per quanto blasfemo ci possa sembrare, si riducono Achille e Peer Gynt, Robinson Crusoe e Don Chisciotte. A questo anche i potenti che ressero la terra: una serie di parole è Alessandro, Attila un’altra» (Jorge Luis Borges, Saggi danteschi, in Tutte le opere, vol. II, Mondadori 1985).



«A un amico che mi domandava perché io scrivo rettorica e non retorica, risposi che retorica è la forma più giusta ma è anche forma dannunziana, allo stesso modo che “dramma” noi lo scriviamo con due emme e i dannunziani con una emme sola. La rettorica, ossia la sproporzione tra apparenza e realtà con squilibrio per ipertrofia dell’apparenza, è il vizio peggiore degli italiani e il più nefasto. Dico rettorica di parole e rettorica di fatti. Perché rettorica non è soltanto nelle concioni del tribuno, nell’articolo del giornalista, nella trombonata del conferenziere della radio: rettorica è anche nell’architettura, nei servizi pubblici, nella grandezza dei biglietti da mille; rettorica è nel modo di guidare il popolo, di organizzare la vita della nazione; rettorica è nel fatto stesso di fare la guerra, ossia nel fare la guerra per pompa, per ambizione, per rettorica» (Alberto Savinio, Nuova Enciclopedia, Adelphi 1977).