Diego Gabutti, Italia Oggi 15/12/2011, 15 dicembre 2011
CHE VALE SUCCEDERE AL PUZZONE SE POI SI RESTA AL GUINZAGLIO?
«R.L. Stevenson osserva che i personaggi d’un libro sono sfilze di parole. A questo, per quanto blasfemo ci possa sembrare, si riducono Achille e Peer Gynt, Robinson Crusoe e Don Chisciotte. A questo anche i potenti che ressero la terra: una serie di parole è Alessandro, Attila un’altra» (Jorge Luis Borges, Saggi danteschi, in Tutte le opere, vol. II, Mondadori 1985).
«A un amico che mi domandava perché io scrivo rettorica e non retorica, risposi che retorica è la forma più giusta ma è anche forma dannunziana, allo stesso modo che “dramma” noi lo scriviamo con due emme e i dannunziani con una emme sola. La rettorica, ossia la sproporzione tra apparenza e realtà con squilibrio per ipertrofia dell’apparenza, è il vizio peggiore degli italiani e il più nefasto. Dico rettorica di parole e rettorica di fatti. Perché rettorica non è soltanto nelle concioni del tribuno, nell’articolo del giornalista, nella trombonata del conferenziere della radio: rettorica è anche nell’architettura, nei servizi pubblici, nella grandezza dei biglietti da mille; rettorica è nel modo di guidare il popolo, di organizzare la vita della nazione; rettorica è nel fatto stesso di fare la guerra, ossia nel fare la guerra per pompa, per ambizione, per rettorica» (Alberto Savinio, Nuova Enciclopedia, Adelphi 1977).