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 2011  dicembre 14 Mercoledì calendario

IL SAN RAFFAELE: “UNA GIGANTESCA MACCHINA CHE DAL 1983 CREA FONDI NERI”

Una gigantesca macchina per creare fondi neri. Questo era diventato il San Raffaele di don Luigi Verzé a partire almeno dal 1983. Lo afferma il giudice per le indagini preliminari di Milano Vincenzo Tutinelli nell’ordinanza di custodia cautelare che ieri ha portato in carcere l’ex direttore finanziario dell’ospedale, Mario Valsecchi. A gestire il sistema era Mario Cal, il braccio destro di don Verzé morto suicida nel luglio scorso. E il fiume di denaro che usciva dalle casse del San Raffaele per affluire in un gran numero di società all’estero era amministrato da Piero Daccò, arrestato poco meno di un mese fa e raggiunto ieri da un nuovo ordine di custodia in carcere. Proprio Daccò, l’uomo d’affari molto vicino a Comunione e liberazione nonché amico ventennale di Roberto Formigoni, secondo la procura di Milano era diventato una sorta di manager ombra della Fondazione San Raffaele per le operazioni molto riservate.
Le richieste di arresto sono state firmate dai pm Luigi Orsi, Laura Pedio e Gaetano Ruta che indagano, coordinati dal procuratore aggiunto, Francesco Greco, sul buco da oltre un miliardo e 700 milioni dell’ospedale milanese. Nell’ordinanza si legge che il dominus dell’associazione a delinquere era Cal. Secondo il gip, “attraverso una collaudata organizzazione interna ed una precisa ripartizione di funzioni, coordinati dall’alto da Cal”, gli indagati “ponevano in essere plurime operazioni finalizzate ad assicurarsi cospicui profitti illeciti”.
DELL’ASSOCIAZIONE a delinquere, secondo l’accusa, oltre a Cal, Valsecchi e Daccò, facevano parte gli imprenditori Pierino e Gianluca Zammarchi, Andrea Bezziccheri (già indagati), il fiduciario in Svizzera di Daccò, Giancarlo Grenci, l’imprenditore Fernando Lora, titolare della Progetti di Vicenza e il responsabile amministrativo dell’azienda veneta Carlo Freschi.
Secondo il gip, dalle indagini sul San Raffaele emerge quello che viene definito un “contesto criminale non episodico né individuato in isolate iniziative”. Peggio ancora: “un vero e proprio meccanismo finalizzato a creare disponibilità di denaro occulte a vantaggio di Cal e dei suoi favoriti, innanzitutto Daccò”.
Il sistema, più che collaudato nel corso degli anni, funzionava sempre allo stesso modo. I lavori svolti dalle imprese (quelle di Zammarchi e di Lora) venivano fatturati all’ospedale per un valore più alto di quello reale e la differenza veniva poi restituita in nero ai vertici del San Raffaele. Scrive il gip Tutinelli: "Zammarchi, sin dagli anni Ottanta, ha restituito in contante alla dirigenza della Fondazione una quota fissa dei ricavi (5% dal 1983 al 1992, 3% dal 2002 al 2006) mentre in seguito ha versato somme su richiesta di Cal per complessivi 800 mila euro”. A conti fatti Zammarchi, secondo quanto egli stesso sostiene, avrebbe retrocesso ai vertici della Fondazione circa 4,5 milioni di euro dal 2003, ovvero il 3 per cento circa dei 135 milioni fatturati con l’ospedale da quell’anno fino ad oggi. Zammarchie Lora potrebbero essere solo i primi imprenditori accusati di aver contribuito ad alimentare questo sistema ”criminale”.
I PM INSIEME alla polizia giudiziaria della Guardia di finanza stanno esaminando i rapporti finanziari tra fornitori di diversi settori e il San Raffaele. I movimenti di denaro avvenivano in contanti, ma anche con bonifici. La polizia giudiziaria della Gdf ha ricostruito decine di versamenti di Zammarchi e Freschi a favore di Cal e del fiduciario Grenci a Lugano. Alla fine i soldi andavano a Daccò. Il quale, sospettano gli inquirenti, non tratteneva solo per sè quel tesoro approdato nella rete di società off shore (in Svizzera, Madeira, Lussemburgo, Austria, USA, Olanda e Gran Bretagna), allestita per lui da Grenci. Sulla destinazione finale dei soldi le indagini sono in corso, anche con rogatorie in alcuni Paesi stranieri. A questo proposito, però, l’ex direttore finanziario Valsecchi ha già fatto dei riferimenti precisi in una sua deposizione davanti ai pm: “Ero a conoscenza del fatto che Daccò fosse il principale tramite tra Cal e i politici e i funzionari pubblici, nello specifico quelli della Regione Lombardia”. I magistrati insistono e chiedono perché quei soldi finivano a Daccò. La riposta del manager non compare, i pm l’hanno coperta con gli omissis.
In un interrogatorio, Zammarchi chiama in causa direttamente anche don Verzé, il prete manager, indagato per concorso in bancarotta, grande amico di Silvio Berlusconi. “Cal non faceva nulla di importante che Verzè ignorasse”, sostiene Zammarchi. Il quale dal 1983 ha ricevuto decine di appalti dal San Raffaele, tra cui, per esempio quello per la gigantesca cupola che sovrasta l’ospedale milanese. Informare Verzé, dice ancora Zammarchi, “era una regola generale, tanto più con riferimento a questi soldi in nero, giacché Verzé nel decennio precedente era stato il mio diretto interlocutore nella richiesta di soldi”.