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 2011  dicembre 14 Mercoledì calendario

IL PREMIER ARCHIVIA LA CONCERTAZIONE ANNI 90

Il primo scossone c’è stato alla conferenza stampa di presentazione della manovra, quando Mario Monti, con grande nettezza, ha negato ai sindacati la rappresentanza degli interessi generali e rivendicato al governo la titolarità di decidere sulle pensioni. Uno shock per Cgil, Cisl e Uil che sulla previdenza hanno sempre trattato e imposto anche un potere di veto ai governi. E tanto più il premier ha rafforzato questo concetto quando ha aggiunto di voler discutere con i sindacati solo materie di loro stretta pertinenza come la riforma del mercato del lavoro. Come se non bastasse al tavolo di domenica sera non si è arrivati a nessun accordo, strappando l’antico rito del negoziato finale che porta all’intesa. È calato così il sipario sulla concertazione nata negli anni ’90, un metodo che proiettava sul grande tavolo uno scambio: i sindacati acquisivano la titolarità "politica" di rappresentare interessi generali partecipando alle scelte, mentre il governo otteneva moderazione salariale e controllo dell’inflazione. Ma, ora nell’agenda Monti, sembra sia in vigore un altro metodo.
«Monti non ha torto. I sindacati rappresentano solo una fetta di società. Finora le confederazioni si sono assunte il ruolo di trovare una sintesi tra interessi generali proprio con la concertazione ma questo non è un compito loro. La titolarità è della politica». Sergio Chiamparino è stato sindaco di Torino del Pd fino a maggio scorso ed è noto per le sue idee riformiste soprattutto su due fronti: la Fiat e le relazioni sindacali; la Tav. Due trincee per il centrosinistra che ancora si trova allo stesso punto di sempre sulla questione sindacale: è diviso come lo sono Cgil, Cisl e Uil. «Si dice – continua Chiamparino – che la politica viva un momento di sospensione ma in realtà è la concertazione, già dagli anni ’90, ad aver supplito a una assenza della politica. Da allora, ci siamo ritrovati con tutte le etichette sindacali riunite al tavolo con il governo e i partiti sugli spalti a fare gli spettatori tifosi. È ora – e con Monti sarà così – che si inauguri un nuovo metodo in cui ciascuno incarni il proprio ruolo».
Torino è la città di Chiamparino ma è anche la città da dove è partita la prima offensiva al sindacato. A mettere in relazione la Fiat con Monti è Giuseppe Berta, docente di Storia e direttore del centro EntEr sull’imprenditorialità alla Bocconi. «Sia l’ad Fiat che il premier presentano il conto dei cambiamenti: il primo li declina secondo le nuove regole aziendali di un mercato globalizzato; Monti, invece, secondo le crisi finanziarie degli Stati e dell’euro. O il sindacato si rinnova o c’è il declino come è accaduto in Francia». Per Berta la concertazione anni ’90 è durata «fin troppo» visto che tutto il contesto è cambiato: una nuova moneta, un’urgenza che non è più l’inflazione ma il debito, un contesto nazionale a sovranità limitata «che rimescola gli interessi generali in un’ottica Italia/Europa».
Cambia la scena e devono cambiare i comportamenti. «Il sindacato è come un pugile che sta per finire Ko: ha preso un primo colpo da Marchionne, stava per rialzarsi e ne ha preso un altro da Monti proprio sui pensionati che sono la sua base di iscritti. Ora rischia un altro gancio sulla riforma del lavoro. Oggi non c’è più sciopero generale che tenga, le sigle sono divise, il quadro sociale è frammentato». Se adesso è toccato alle pensioni – e appena tre ore di sciopero sono un segno di debolezza – tra poco toccherà all’articolo 18. E allora entrerà in sofferenza la politica, il Pd in particolare e il suo gioco di sponda con la Cgil. «Monti non è una parentesi che si chiuderà e tutto sarà come prima, i partiti devono cambiare schema», dice Chiamparino ma Berta lo dice ai sindacati. «La flessibilità è entrata nel mondo dei giovani: ogni famiglia lo sa e non lo perdona al sindacato. Il Pd entrerà in sofferenza? Ma cos’è il centrosinistra, quali sono i suoi confini?». Domande che Berta mette sul tavolo vuoto della concertazione.