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 2011  dicembre 15 Giovedì calendario

«Credo profondamente nel matrimonio, e nella sua indissolubilità. Appartengo a una generazione che non aveva paura di dire "per sempre"

«Credo profondamente nel matrimonio, e nella sua indissolubilità. Appartengo a una generazione che non aveva paura di dire "per sempre". Per me espressioni come "la donna della mia vita" e "finché morte non vi separi" hanno un valore. Per questo votai contro il divorzio, al referendum del ’74, e non ho cambiato idea. A volte l’amore deve passare attraverso il tradimento, per rafforzarsi. È accaduto a mio nonno, proprio la prima notte di nozze, come racconto nell’ultimo film, Il grande cuore delle ragazze. Ed è accaduto anche a me, come racconterò nella serie che sto preparando per la Rai: sei puntate che si intitolano appunto Il matrimonio. Attraverso la storia di una coppia dalla guerra ai giorni nostri racconterò due vicende: quella dei miei genitori, e la mia». Pupi Avati è nella sua bella casa romana, in via del Babuino. «Qui vicino c’era la locanda di mia madre. Dopo la morte di papà, che era antiquario e mercante d’arte, la mamma vendette tutti i suoi quadri per comprare una pensione a Roma, in modo che io potessi dare ai produttori un indirizzo romano, visto che volevo fare il regista. In realtà, vivevo a Bologna e lavoravo alla Findus: vendevo i bastoncini di pesce surgelati. Senza di lei, senza mio fratello Antonio, non ce l’avrei mai fatta. Quando entrai nel mondo del cinema, la mia vita cambiò all’improvviso. Prima avevo un appeal pari a zero. D’un colpo diventai seducente. Ero totalmente impreparato a tutto questo. Le turbolenze nel rapporto con mia moglie furono difficili da controllare. Il nostro matrimonio subì forti sbandamenti. Alla fine, grazie al buonsenso di tutti e due, ce l’abbiamo fatta a ricomporre la nostra unione: ed è la cosa di cui sono più orgoglioso nella vita. Avevamo già una figlia, Maria Antonia, nata prima che facessi il regista, e un figlio, Tommaso, arrivato tra il primo e il secondo film. Non oso pensare a quanto avrebbero sofferto, se i genitori si fossero lasciati. Poi abbiamo avuto anche il terzo, Alvise. Ma il meglio dei matrimoni arriva in età matura, quando i figli se ne sono andati, e ti godi finalmente il partner. Oggi mia moglie è la persona al mondo che mi conosce di più». «Mia moglie, che si chiama Nicola come suo nonno, l’ho vista per la prima volta alla fermata del bus, a Bologna. Io ero in macchina con quello che è ancora oggi il mio migliore amico, anche se vive a Malindi. Lei era esattamente la donna che sognavo: mora, esile, occhi bellissimi; una nuova Ava Gardner. Non avevo il coraggio di dichiararmi, lo fece il mio amico per me. La corteggiai per quattro anni. Lei non mi voleva, del resto era bellissima e io decisamente no. Era anche fidanzata con un principe. La presi per sfinimento». «Il matrimonio dei miei genitori invece durò poco. Fin da bambina, mia madre era funestata da un presagio: ogni volta che sentiva "La cavallina storna", la poesia di Pascoli su "colui che non ritorna", scoppiava a piangere. Mio fratello Antonio e io lo sapevamo e ci giocavamo su, inseguivamo mia madre per casa ripetendo quei versi, e lei fuggiva in lacrime, ogni volta. Mio padre è morto in un incidente stradale, insieme con mia nonna, a Sant’Arcangelo di Romagna, il 10 di agosto, nello stesso giorno e nella stessa curva dov’era stato assassinato il padre di Pascoli. La mamma aveva sempre avuto quella premonizione, per tutta la vita». «Da allora ho imparato a non stupirmi per le coincidenze, o per le bizzarrie. Non tutte negative. Anche se la mia condanna è non essere creduto. Nessuno mi crede quando racconto che i soldi per i primi due film me li portò un nano, per conto di un mecenate, che voleva essere chiamato "Mister X". Invece è andata esattamente così». Fu un successo? «Fu un disastro. Tra il ’68 e il ’69 Mister X perse 270 milioni di lire dell’epoca. Insistetti. Girai Bordella: sequestrato e condannato per oscenità. Quando avevano censurato Bertolucci e Pasolini, ero andato anch’io con la fiaccola in mano a manifestare. Chiamai l’associazione degli autori: stasera tutti con la fiaccola! Mi ritrovai da solo. Da allora non faccio parte delle associazioni degli autori. Frequentavo il salotto della mia amica Laura Betti, il più ambito di Roma: oltre a Bertolucci e Pasolini, con cui scrissi Le 120 giornate di Sodoma, c’erano Moravia, Bellocchio, Siciliano: tutti decisamente orientati a sinistra. Mia moglie e io ce ne stavamo in un angolo, intimiditi ma sedotti. Fino a quando non mi resi conto che mi stavo spogliando della mia identità. Così una sera mi rivelai, e dissi che votavo Dc. Mi guardarono con disgusto. Non fui più invitato, ed è stata la mia fortuna. Io ho bisogno di essere solo. Sono troppo plagiabile. Un po’ Zelig: tendo a diventare come chi mi circonda». Ora la storia del matrimonio di Pupi Avati arriva sulla Rai. Con Christian De Sica e Micaela Ramazzotti, «che considero la nuova Monica Vitti. Una grande attrice. E per essere grandi non basta la passione, come molti credono in Italia; occorre il talento. Io ad esempio avevo una grande passione per il jazz: studiavo, mi esercitavo, sceglievo il clarinetto migliore. Poi una sera arriva un ragazzino che non aveva studiato, non si esercitava, aveva un clarinetto scassato, ma suonava da Dio: era Lucio Dalla. Ora siamo amici, ma all’epoca Dalla mi rovinò la vita. Un giorno, a Barcellona, lo portai in cima alla Sagrada Familia, e dovetti vincere la tentazione di buttarlo di sotto». «Il successo arrivò, ovviamente, per caso. Mi ero accordato con Villaggio perché recitasse in un mio film. Ero andato a Torvaianica, al circolo dove Paolo giocava a tennis con Ugo Tognazzi, per fargli firmare il copione. Ma Villaggio recalcitrava. Disse: "Lascialo lì, lo firmo dopo". Non lo fece mai. Ma il copione finì nelle mani di Tognazzi. Che mi chiamò da Parigi, dove girava con Ferreri, per dirmi che il film l’avrebbe fatto lui, gratis». «Quando poi, nell’88, mi venne un infarto, mi ricoverarono al Gemelli di fronte alla camera dove il mio amico Mario Monicelli si stava riprendendo da un’operazione. In quel corridoio passò l’intero cinema italiano, da Antonioni a Sordi. Erano lì per lui, che però diceva a tutti: "Di fronte c’è anche Avati...". Così venivano a salutare anche me. Approfittai biecamente dell’omaggio a Monicelli. Un’ottima occasione per riallacciare rapporti...».