Sandro Veronesi, il Giornale 14/12/2011, 14 dicembre 2011
L’italiano dei romanzi? Barbaro - Caro Luca Doninelli, non è per puntiglio difensivo che rispondo alla lettera che mi indirizzi sulle pagine del Giornale , ma per amicizia
L’italiano dei romanzi? Barbaro - Caro Luca Doninelli, non è per puntiglio difensivo che rispondo alla lettera che mi indirizzi sulle pagine del Giornale , ma per amicizia. È mio costume lasciare in pace critici e lettori con le proprie opinioni - anche le meno benevole - , senza dover necessariamente rispondere a tutto, replicare, difendere. Solo che la stima che ci lega mi farebbe sembrare piuttosto sgarbato non risponderti, quando magari tu per primo ti aspetti che lo faccia. Ecco perciò la mia risposta alle tue osservazioni. In linea di principio, caro Luca, sono d’accordo con te.L’imbarbarimento della lingua italiana è sotto gli occhi di tutti, e dare la colpa alla televisione non basta proprio: c’è responsabilità anche nella letteratura, che va progressivamente smottando verso un pidgin italian (non si può tradurre, questa espressione, bisogna tenerla in inglese) che solo nei casi migliori proviene dalla letteratura americana; nei peggiori ormai proviene dai social network, dalla pubblicità, dai film e dalla musica. Del resto si tratta di un problema non nuovo,se ne lamentava già Moravia più di vent’anni fa. Il problema non è tanto chiedere elasticità alla propria lingua - la lingua è elastica: il problema è lasciare che essa si deformi in maniera plastica, magari senza nemmeno rendersene conto. Perciò capisco brandire Carducci è anche a parer mio molto opportuno- se non altro per fugare dubbi di «intelligenza con il nemico». In tutta onestà, sono costretto ad ammettere che anche riguardo al mio scrivere, per esempio in romanzi come Caos calmo o La forza del passato , le influenze stilistiche dei miei amati autori americano sono forse talvolta un po’ troppo vistose. Del resto, io considero veramente David Foster Wallace un maestro, e con lui Don DeLillo, Thomas Pynchon, Russell Banks e Richard Ford: ed è molto difficile avvicinarsi al magistero degli autori prediletti senza venirne influenzati. Però convengo con te che quelle influenze, se vistose, non rappresentano dei punti di forza, bensì di debolezza - nella mia scrittura come in quella di chiunque altro. Si dovrebbe poter godere della grandezza di qualsiasi grande autore, appartenente a qualsiasi tradizione, senza per questo trovarsi a deformare o sacrificare la propria. Qui finisce, caro Luca, la nostra identità di vedute, e comincia la difformità. Perché secondo me nella mia recente raccolta di racconti non è possibile rintracciare, come tu fai, indizi del suddetto smottamento. Tu citi il racconto iniziale, Profezia (sul quale affermi di aver da ridire, e mi è rimasta la curiosità di sapere cosa), dici che fin dalle prime righe, come modello stilistico, «salta subito alla mente» il compianto David Foster Wallace. Be’, ti sbagli. Senti qui:«Conosco le tue opere;ti si crede vivo e invece sei morto. Svegliati e rinvigorisci ciò che rimane e sta per morire, perché non ho trovato le tue opere perfette davanti al mio Dio». Sono certo che riconosci da dove vengono queste parole. Ed è stato proprio lì che sono andato a prendere il calco stilistico che mi ha permesso di scrivere Profezia . Dare semplicemente conto dell’agonia e della morte dei miei genitori, infatti, non aveva per me alcun valore letterario; e non ne ha avuto finché non ho trasformato quell’esperienza in simbolo, finché non vi ho letto la fine del mondo dei figli- di qualsiasi figlio - , e cioè per l’appunto un’apocalisse.Una volta compiuta quella trasfigurazione, proprio nell’Apocalisse di Giovanni sono andato a cercare il timbro e lo stile con cui scrivere il racconto. Gli americani, stavolta, non c’entrano proprio nulla - forse c’entra Melville, ma solo perché ha prodotto il proprio meglio attingendo a piene mani dalla Bibbia. E infine- ti ripeto, non per tigna, ma per amore del vero - eccomi a difendere quelle lettere maiuscole del titolo. È vero, scritto come si è costretti a scriverlo in un articolo, o in una lettera, quel «Baci Scagliati Altrove» con le tre maiuscole di seguito sembra una scimmiottatura dei titoli americani, che per qualche ragione (non ho mai capito quale) mettono sempre tutte le parole in maiuscolo; ma sulla copertina del libro le tre parole sono una sopra l’altra, non di seguito, e sono intese ognuna come verso di una poesia - tanto è vero che il narratore del racconto eponimo è un poeta, e il titolo fa riferimento a una poesia che egli sostiene di avere scritto, e nelle poesie è proprio della tradizione iniziare ogni verso con la maiuscola: «I cipressi che a Bolgheri alti e schietti / Van da San Guido in duplice filar / Quasi in corsa giganti giovinetti / Mi balzarono incontro e mi guardar…». Con questo, caro Luca, nulla intendo togliere alla fondatezza del tuo ragionamento, né intendo sottrarmi al giudizio tuo né di nessun altro riguardo alla qualità dei miei scritti: solo intendo testimoniare che quella battaglia, esattamente quella, contro ciò che tu chiami «svendita sul mercato globale», nel mio piccolo la combatto anch’io, giorno dopo giorno, e l’ho combattuta anche con questi racconti - molti dei quali scritti molti anni fa, quando ancora non avevo letto una riga del compianto fratello David Wallace.