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 2011  dicembre 13 Martedì calendario

Se Ibra e Agassi scrivono meglio dei bestselleristi - «D opo una ripar­tenza fulminan­te, avevo il pro­blema di girar­mi ma con uno stop a seguire mi li­berai del diretto marcatore e, do­po aver inquadrato lo specchio della porta, tirai una rasoiata che fece la barba al palo entrando in re­te­alle spalle dell’incolpevole por­tiere »

Se Ibra e Agassi scrivono meglio dei bestselleristi - «D opo una ripar­tenza fulminan­te, avevo il pro­blema di girar­mi ma con uno stop a seguire mi li­berai del diretto marcatore e, do­po aver inquadrato lo specchio della porta, tirai una rasoiata che fece la barba al palo entrando in re­te­alle spalle dell’incolpevole por­tiere ». Ecco, se pensate che i cal­ciatori, e gli sportivi in generale, scrivano e parlino sempre come un telecronista, vi sbagliate. Alme­no nel caso di Zlatan Ibrahimovic e Andre Agassi, incoronati dalla critica e dal pubblico mondiale co­me scrittori di razza. E in effetti, a essere onesti, di fronte a Io, Ibra (Rizzoli) o Open ( Einaudi), anche il lettore disinteressato alle rove­scia­te o al serve and volley non sen­te la mancanza dei vari Erri De Lu­ca o Andrea Camilleri o Gianrico Carofiglio o anche il 90 per cento degli autori d’alta classifica. Del resto, non saranno tutti milanisti i quasi 200mila italiani che hanno letto l’autobiografia della svede­se; e per allontanare il sospetto di partigianeria aggiungo: sono tifo­so della Cremonese. Però il libro di Zlatan me lo sono bevuto con enorme piacere e crescente stupo­re. Saranno forse quelle prime cento pagine, in cui lo svedese fa­moso non solo per i suoi goal ma anche per certi colpetti proibiti, racconta nell’ordine: come il suo individualismo abbia fatto saltare in aria l’insopportabile spogliato­io del-Bar­cellona di Pep Guardiola, una squadra dove, no­nostante i numerosi fuoriclasse, il collet­tivo è tutto, e diventa addirittura collettivi­smo; come diventare una star partendo da un quartiere su­burbano di Malmoe in cui è me­glio non fare troppo i furbi, soprat­tutto se si è figli di immigrati dei balcani e inseriti in una famiglia con qualche problema in più ri­spetto alla media; come imparare a giocare puntando sulla tecnica per riscattarsi e lasciare tutti a boc­ca aperta al campetto dietro casa; come infischiarsene di ogni gerar­chia che non sia quella della bra­vura, per cui non c’è vecchia glo­ria che tenga, tutti si devono sottomette­re al carisma di Ibra; come farsi fregare inge­nuamente dei soldi nel cor­so del pri­mo trasfe­rimento importan­te (al­l’Ajax di Amsterdam) e quindi im­parare, grazie a un agente italia­no, a «infinocchiare» i successivi clienti. E mi fermo qui. A questo punto, resistere è impossibile: bi­sogna arrivare fino in fondo. Chi prosegue, viene premiato in continuazione. A esempio da una serie di ritratti mera­vigliosi. Ecco Fabio Capel­lo, riservatissimo e incazzo­sissimo ma anche rispetta­tissimo e amatissimo dai suoi giocatori più talentuosi. E poi Luciano Moggi. Un uo­mo di potere, di cui non è faci­le fidarsi. Un uomo che negli spogliatoi, dopo lo scoppio di Cal­ciopoli, non ha paura di mostrarsi vulnerabile, piangendo di fronte a tutti, e guadagnandosi per que­sto l’appoggio «a prescindere» di Zlatan. E ancora José Mourinho, uno smargiasso con i media, uno zuccherino con i suoi campioni, con i quali cerca anche un con­fronto personale. Dell’autobiografia di Agassi, bellissima, già si è molto parlato. Come quella di Ibrahimovic si è af­facciata in classifica e ovunque ha avuto ottime recensioni. Di recen­te se ne è occupato anche la se­riosa rivista Nuovi Argomenti , con un articolo di Arnaldo Greco che misura proprio la distanza siderale tra Open e altri «classici» del genere, di solito ritenuti, con snobismo ma con qualche ragione, la serie C dell’editoria (per dire, lo scaffale dello sport in libreria è accanto all’astrologia, ai trattati sui massoni e alle profezie dei Ma­ya). Gli altri tennisti, dopo aver vin­to un torneo del Grande Slam, si sentono«elettrizzati».Agassi inve­ce racconta un’altra storia: «Io non credo che Wimbledon mi ab­bia cambiato. Anzi, ho la sen­sazione di essere stato messo a parte di u n piccolo, ignobile segreto- vincere non cambia niente. Adesso che ho vinto uno slam, so qualcosa che a pochissimi al mondo è con­cesso sapere. Una vittoria non è così piacevole quant’è dolorosa una sconfitta». Naturalmente, Ibra e Andre hanno chiesto una mano, anzi: una penna, agli amici. Il tennista si è fatto aiutare da un premio Puli­­tzer, J.R. Moehringer, corrispon­dente del Los Angeles Times e auto­re del romanzo Il bar delle grandi speranze (Piemme). Ibra ha inve­ce arruolato David Lagercrantz, sconosciuto da noi ma ben noto in Svezia: è autore di biografie di per­sonaggi fuori dagli schemi siano essi alpinisti o matematici. Ha scritto anche un romanzo. Va be­ne. Ibrahimovic e Agassi hanno usato il ghost writer, ma cosa im­porta? C’è comunque più vita tra queste pagine che in tutta la ro­manzeria italiana media.