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 2011  dicembre 13 Martedì calendario

Con il fisco «spia-conti» anche le banche dovranno pagare dazio - La lettura del testo del decreto Monti, finalmente disponibile nel­la versione ufficiale, mi convince che non si tratta di un decreto di centro destra liberale, ma di un de­creto di destra illiberale, con con­cessioni alla sinistra paracomuni­sta particolarmente nella sua par­te fiscale, inutilmente vessatoria

Con il fisco «spia-conti» anche le banche dovranno pagare dazio - La lettura del testo del decreto Monti, finalmente disponibile nel­la versione ufficiale, mi convince che non si tratta di un decreto di centro destra liberale, ma di un de­creto di destra illiberale, con con­cessioni alla sinistra paracomuni­sta particolarmente nella sua par­te fiscale, inutilmente vessatoria. Insomma la tecnocrazia del «gran­de fratello» di Orwell. Soprattutto colpisce l’assurdità del combina­to disposto tra l’articolo 11, secon­do comma, riguardante la cosid­detta emersione della base impo­nibile, che obbliga gli operatori fi­nanziari a comunicare periodica­mente all’anagrafe tributaria le movimentazioni dei conti corren­t­i e ogni informazione relativa a es­si utili, e il comma 2 lettera c) del­l’articolo successivo, che per attua­re la modernizzazione degli stru­menti di pagamento della Pubbli­ca amministrazione stabilisce che lo stipendio, la pensione e i com­pensi, comunque corrisposti in via continuativa a prestatori d’ope­ra, e ogni altro emolumento supe­riore a 500 euro, debbono essere erogati con strumenti diversi dal contante. In altre parole, questo «grande fratello» fiscale e banca­rio obbliga tutti i pensionati e di­soccupati con assegni da 500 euro in su (anche se il limite potrebbe salire) a dotarsi di un conto corren­te. E,simultaneamente,c’è l’obbli­go per le banche di inviare al fisco la movimentazione dei conti cor­renti di ogni soggetto. Da un lato le banche avranno qualche milione in più di conti correnti di soggetti a basso reddito,dall’altro perderan­no una rilevante quantità di depo­siti bancari di operatori economi­ci e di privati cittadini che non vo­gliono far sapere al fisco i loro affa­ri. C’è una contraddizione incom­prensibile tra la norma sulla trac­ciabilità che riguarda i pensionati e i disoccupati, e quella generale sulla tracciabilità dei pagamenti, che in linea generale si riferisce a quelli sopra i mille euro. Non si capisce proprio a che co­sa serva obbligare i non abbienti a farsi un conto corrente, in relazio­ne a pensioni di 500-800 euro quando, in generale, è possibile pagare in contanti sino a 1.000 eu­ro. E poi, l’Inps, che incorporerà anche l’Inpdap (l’Ente delle pen­sioni del pubblico impiego) che paga le pensioni, non ha già l’ana­grafe di coloro che le percepisco­no? Che cosa si vuol sapere dai con­ti dei pensionati a basso reddito? E non c’è una violazione palese del­la norma sulla parità di trattamen­to, riguardante la tracciabilità? Sembra di capire che come nella fa­mosa «Fattoria degli animali» di George Orwell,c’è qualcuno che è meno eguale degli altri. Ma, so­prattutto, a me pare completa­mente errata l’impostazione, ri­guardante l’eliminazione del se­greto bancario, per fini fiscali. In­fatti, il fisco con le nuove regole avrà una enorme massa di dati bancari a propria disposizione che non riguardano solo le opera­zioni delle imprese, e dei lavorato­ri autonomi, relative ai loro costi e ricavi, ma qualsiasi loro attività personale privata. E in aggiunta, il fisco potrà guardare, se vuole, an­che tutti i conti correnti dei milioni di cittadini italiani che non svolgo­n­o alcuna attività d’impresa o lavo­ro autonomo, ma che sono operai e impiegati e che, nel loro conto, hanno solo spese di natura privata e personale. Su questa enorme massa d’in­formazioni, il fisco potrà operare con assoluta discrezionalità, ma dubito che riuscirà a fare un lavoro sistematico, perché si tratta di con­ti bancari di natura eterogenea. Sa­rebbe molto più semplice e logico che si stabilisse che i contribuenti con partita Iva debbano tenere un conto fiscale Iva, in cui entrano tut­te le operazioni rilevanti per l’Iva sugli acquisti e sulle vendite, e nes­sun’altra operazione. In questo modo, il fisco potrebbe collegare tra di loro le varie partite Iva. Con i costi degli uni che sono i ricavi de­gli altri, sino alle vendite al consu­mo, per le quali vale la verifica so­pra i 1.000 euro, dovuta all’obbli­g­o di pagamento con strumenti di­versi dal contante. Per il resto, cia­sc­uno dovrebbe essere libero di te­nere il proprio conto corrente, con il diritto al segreto, sui suoi movi­menti. Nella concezione dello Sta­to democratico ispirato ai principi di libertà, in cui esso è conforme al sistema di mercato, i cittadini non sono sottoposti al fisco, ma hanno con essi una sorta di contratto che li mette con esso sul piede di pari­tà. Come ha scritto Cesare Becca­ria, il cittadino cede allo Stato quel tanto di libertà, che è necessaria, per mantenere la propria.Non de­v’essere soggetto alla vessazione inquisitoria. E il fisco non deve ave­re poteri discrezionali. Solo proce­dendo così, lo Stato può pensare che le persone normali sentano il dovere fiscale come un dovere civi­co.