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 2011  dicembre 13 Martedì calendario

La concertazione? Fabbrica di danni - Ieri i cittadini hanno potuto sperimentare le gioie dello sciope­rino di tre ore finalmente procla­mato da tutte le principali sigle sin­dacali per la «mancata concerta­zione » con il governo sulle misure economiche da inserire in mano­vra

La concertazione? Fabbrica di danni - Ieri i cittadini hanno potuto sperimentare le gioie dello sciope­rino di tre ore finalmente procla­mato da tutte le principali sigle sin­dacali per la «mancata concerta­zione » con il governo sulle misure economiche da inserire in mano­vra. Lesa maestà e pia illusione. Davvero pensavano i sindacati che un governo che sente cortese­mente tutti, partiti compresi e poi fa quello che vuole (o, più probabil­mente quello che dall’Europa gli dicono di fare) avrebbe perso tem­p­o a farsi scrivere la manovra da lo­ro? Da un certo punto di vista, disa­gi dello sciopero a parte, è meglio così, perché dalla «concertazio­ne » sono nati alcuni dei più grossi fardelli della recente storia econo­mica, in molti casi vere e proprie ra­dici del perenne deficit di bilancio con conseguente creazione di de­bito pubblico. Per ricordarne qual­cuno bisogna distinguere la «con­certazione » propriamente detta, vale a dire degli accordi tra gover­no, imprenditori e sindacati che ta­gliavano in pratica fuori il Parla­mento costringendolo di fatto a ra­tificare semplicemente decisioni prese altrove, dalla semplice fitta dialettica, non necessariamente comprendente Confindustria, che ha sempre portato ogni provve­dimento governativo a passare dal rito della mediazione sfiancante del tavolo di confronto con i sinda­cati. Basti ricordare che uno degli sto­rici­frutti della concertazione trila­terale fu la non rimpianta «scala mobile»che,adeguando continua­tivamente i s­alari all’inflazione die­de impulso a un periodo micidiale di salite dei prezzi a doppia cifra, con uno stato connivente che pote­va permettersi di aumentare il de­bito e la spesa confidando nella li­matura inflattiva e gettando i semi per la cronica sfiducia di capitali e investimenti esteri verso l’Italia. Dopo quello che venne considera­to uno dei fiori all’occhiello della concertazione, il cosiddetto lodo Scotti del 1983 ci volle poi l’autori­tà di un referendum ( giugno 1985) per mettere una pietra sopra alla folle rincorsa dei prezzi e dei salari. Sempre dalla concertazione vengono altri piani che hanno por­tato r­isultati che possono essere ve­rificati toccando con mano: ricor­diamo ad esempio il cosiddetto «Patto di Natale»siglatocol gover­no D’Alema nel 1998 che aveva co­me scopo principale il rilancio in grande stile dell’economia del Sud. Gli esiti sono sotto gli occhi di tutti, solite infornate di assunzioni clientelari e solito fiume di denaro che si disperde in nulla. Oppure le battaglie per la contrattazione col­lettiva nazionale che hanno dato vita a uno mercato del lavoro con massima rigidità e minimi salari nel confronto europeo. Dall’influenza dei sindacati sul­l­e scelte di governo ricordiamo an­che altre imprese come l’abbatti­mento del famoso «scalone» che, imposto a viva forza dalla Cgil al go­verno Prodi, comportò una spesa prospettica di 10 miliardi per con­servare il privilegio (rispetto alle giovani generazioni) di un’uscita anticipata dal lavoro per chi l’im­piego già ce l’aveva, col grande ri­sultato di ritrovarsi dopo pochi an­ni a subire condizioni estrema­mente più dure da parte del gover­no Monti senza avere la possibilità di dire nulla. In tempi recenti ricor­diamo anche l’accordo concerta­t­o per varare i fondi pensione com­plementari, graditi ai sindacati per­ché con essi si apriva la possibilità di gestire in prima persona ingenti somme di denaro e il cui successo, sia in termini di rendimenti sia di vantaggi per i lavoratori, è stato a dir poco dubbio. Quello che però i sindacati sembrano non capire è che per «concertare» le virgole, co­me la soglia di rivalutazione delle pensioni e altri dettagli, si perde d’occhio lo scopo di fondo del go­verno Monti, condiviso e imposto dalla Germania: vale a dire il ritor­no alla competitività dell’Italia tra­mite deflazione, che significa una sola cosa, costante e progressivo ta­glio degli stipendi attraverso uno stato di crisi continuo finché i sala­ri e i­costi italiani non saranno pari­ficati alle «competitive» economie dell’Est Europeo. Su questi temi i sindacati dovrebbero confrontar­si, non invocare la «concertazio­ne » per suggerire ripicche spesso intrise di invidia sociale e masche­rate dalla nuova parola d’ordine dell’equità.