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 2011  dicembre 12 Lunedì calendario

Lavorare da McDonald’s? Non è così male- Partiamo da un presupposto innegabile: friggere patatine non è come lavorare in banca

Lavorare da McDonald’s? Non è così male- Partiamo da un presupposto innegabile: friggere patatine non è come lavorare in banca. E il lavo­ro da McDonald’s, in gergo «McJob», forse non è il massimo cui aspirare. Ma non è neppure quell’inferno di sfruttamento che siamo abituati a credere. Almeno è la tesi di Filippo Di Nardo, giorna­lista che si occupa di politiche del lavoro e che ha raccolto dati e in­formazioni sul campo. In McJob-Il lavoro da McDonald’s Italia (edizioni Rubbettino) descrive la propria «conversione» da convin­to detrattore della multinaziona­le dell’hamburger a sostenitore dell’organizzazione del lavoro nei fast food con la «M» maiuscola nel nostro Paese. Fino a dire che dovrebbe diventare «un modello positivo da imitare». Il libro mette in discussione molti pregiudizi e stereotipi nega­tivi sul McJob. E lo fa con esempi concreti e numeri, che se parago­nati a un bel po’ di realtà aziendali italiane fanno apparire il nostro si­stema arretrato e ricco di ingiusti­zie. Punto primo: la meritocrazia. «Sapete cosa faceva - si legge nel saggio - un po’ di anni fa l’attuale amministratore delegato mondia­le di McDonald’s, Jim Skinner? Friggeva le patatine in un ristoran­te della catena, aveva 17 anni. E il suo predecessore, Charlie Bell? Lo stesso, preparava Big Mac. Chissà se un giorno anche il presi­dente della Fiat sarà un operaio dello stabilimento di Mirafiori o Pomigliano d’Arco».Un parados­so per spiegare come funziona la valorizzazione delle risorse nei fast food della catena dell’Illinois. Da noi il 90 per cento dei direttori dei ristoranti Mc ha iniziato come «crew», cioè dal gradino più bas­so, e il 39 per cento degli impiegati della sede centrale proviene dalle cucine. Le prospettive di carriera sono agevolate da un efficiente for­mazione interna, che segue il di­pendente dal primo giorno fino ai ruoli più importanti.Il fiore all’o­c­chiello è la Hamburger University dell’Illinois e in Italia c’è un gemel­laggio tra l’azienda e l’Università di Parma. Secondo punto: le opportunità di lavoro per donne e stranieri. An­che qui bastano i numeri. Il 18 per cento dei 14.500 dipendenti di McDonald’s Italia è rappresenta­to da lavoratori immigrati, che so­no anche il 14 per cento dei quadri e dei dirigenti. Le donne sono il 50,8 per cento dello staff, ricopro­no il 30 per cento dei ruoli di re­sponsabilità della sede centrale e il 55 per cento dei posti di mana­ger. Secondo Di Nardo, il McJob è tra l’altro uno dei pochi esempi in Italia di flessibilità «sana», quella che permette di conciliare lavoro e vita privata, famiglia, studio. È da dimostrare, ma è vero che il 75 per cento del personale ha un con­­tratto part time, con le garanzie previste per legge. Altro falso mito: il lavoro nel fast food come simbolo di precarietà e di mancanza di tutele. In realtà pa­re che il McJob sia stabile come po­chi altri. L’83 per cento dei dipen­denti della catena ha un contratto a tempo indeterminato, il restan­te 17 ne ha uno di apprendistato, che nel 99 per cento dei casi diven­ta senza scadenza. Tutti sono in­quadrati nel contratto collettivo nazionale del turismo, quello ap­plicato alla ristorazione, settore in cui in genere il lavoro nero im­perversa. Ecco perché lavorare dietro il Mc bancone è una delle principali porte d’ingresso (in re­gola) nel mondo del lavoro per i giovani. L’età media è di 28 anni tra i crew e di 30 tra i manager, quando molti ragazzi italiani so­no disoccupati o alle prese con il far west dei cosiddetti «contratti atipici». Certo, è un impiego scel­to da studenti o giovani mamme, in attesa di qualcosa di meglio. Le retribuzioni non sono invidiabili, 500 euro netti per lo staff per 20 ore settimanali e 1.100 per i mana­ger di ristorante, più notturni, fe­stivi e integrativi. Inoltre 7 Mc ita­liani su 10 sono in franchising, va­le a dire che la qualità del lavoro può non essere sempre garantita. Esistono però impieghi tempora­nei peggiori e per chi vuole restare le occasioni di scalare le gerarchie non mancano.