Vittorio Feltri, il Giornale 12/12/2011, 12 dicembre 2011
CADE IL SEGRETO BANCARIO
C’era una volta il segreto bancario. C’è ancora dappertutto in Europa, tranne che in Grecia e in Italia. In Uganda e nel Burundi, non sappiamo. Perché solo noi e i nostri fratelli di sventura ellenici facciamo eccezione? Non abbiamo risposte certe, ma constatiamo una cosa: siamo pecore nere, nel senso che deteniamo il record dell’evasione fiscale, siamo ladri. Sembra un controsenso e forse lo è. Com’è possibile che dove il segreto bancario è rigorosamente rispettato i contribuenti onesti siano in percentuale elevata, mentre dove è stato abolito trionfino i disonesti?
Probabilmente non è ficcando il naso nei conti correnti e nei depositi che si identificano i furbi (sinonimo di ladri) e non è mantenendo la riservatezza sul denaro custodito negli istituti di credito che si agevolano gli imbrogli. Semmai, stando almeno alla realtà sotto esame, è il contrario. Uno Stato democratico e serio, con cittadini perbene, non ha bisogno di violare la privacy del denaro per beccare chi sgarra, mentre uno Stato inaffidabile, con cittadini inclini a rubare, anche se impone l’accessibilità al risparmio, non ce la fa a scovare i malfattori, ammesso e non concesso che gli evasori siano tali.
E allora? Forse conviene allargare il discorso alla corruzione, al pressappochismo dei controlli e all’inettitudine di chi li esegue, alla proverbiale sciatteria della burocrazia nostrana, alla farraginosità del contenzioso tributario, alla lungaggine delle procedure, alla parzialità di chi è incaricato di emettere giudizi (sentenze) in materia fiscale. Viene in mente un famoso campione di motociclismo che fu preso con le mani nella marmellata. Sembrava che dovesse pagare fino all’ultimo centesimo sulle somme che aveva portato via di sfroso, e invece alla fine se la cavò con una benevola transazione: scucì una minima parte di quanto sarebbe stato obbligato a versare (e sorvoliamo sulle sanzioni). Pietra tombale sul suo passato di birbone.
Poi viene in mente quanto accaduto all’epoca del condono all’inizio del millennio. Molti chiesero di usufruirne e pagarono pegno. Ma non tutti. Un considerevole numero di persone, specialmente al Sud, pur avendo ottenuto i benefici della sanatoria, non sanò un bel niente. Rimangono ancora oltre 4 miliardi in sospeso. L’Agenzia delle entrate non li ha incassati. Perché? Quale agente del fisco ha il coraggio di andare a battere cassa da un mafioso? Meglio lasciare la pratica in fondo a un cassetto e fingere di dimenticarsene. Non si sa mai.
La casistica è ricca e non vale neanche la pena di elencare gli episodi più clamorosi. Ci vorrebbe un mese. Sta di fatto che, nonostante gli sforzi di Equitalia, nonostante l’impegno assunto da vari governi, nonostante gli accertamenti della Guardia di finanza eccetera, nonostante tutto l’evasione in Italia (per non parlare della Grecia) continua a essere mostruosamente alta: 275 miliardi l’anno, 120 dei quali sottratti alle casse pubbliche.
Il quesito dunque è semplice: a che è servita l’abolizione del segreto bancario - un tempo sacro - se non per consentire agli esattori delle tasse di impicciarsi degli affari di chi non ha violato la legge? A che servirà la tracciabilità dei pagamenti? A che servono gli studi di settore e stupidaggini simili se il fenomeno dei redditi non denunciati non accenna a ridursi?
Questo è il punto. Il nostro fisco, sulla carta, divora il 50 per cento circa di quanto guadagniamo. Un’enormità. Poiché però c’è chi è in grado di far sparire 275 miliardi, sui quali non sgancia allo Stato un euro, è evidente che il meccanismo tributario non funziona. Forse i ladri si avvalgono della collaborazione di chi li dovrebbe snidare. Forse le aliquote fissate per i lavoratori (d’ogni tipo e genere) sono troppo elevate e qualcuno non si può permettere di pagarle.
Sia come sia, qui non si viene a capo di nulla. E ci tocca leggere statistiche che sono una burla. Gli italiani- stima approssimativa - sono 60 milioni. Solo 72mila di essi l’anno scorso hanno dichiarato un reddito superiore a 200mila euro, però sono state vendute 206mila auto di lusso il cui prezzo unitario oltrepassa i 100mila euro. D’accordo, parecchie le avranno acquistate i ministeri, la Casta, le aziende. Ma basta guardarsi in giro per constatare che circolano supercar in grande quantità; mica saranno tutte vetture aziendali e dei politici... Tanto più che sfrecciano per le strade anche di domenica, quando le ditte sono chiuse. Mistero.
Verificare per non credere: i ristoratori, in media, denunciano 13mila euro, una miseria; i bar, 16mila; le gioiellerie, idem. Sono soltanto alcune cifre, le riportiamo a titolo esemplificativo; sono più che sufficienti a far venire l’orticaria al lettore, supponiamo. Tuttavia non ce la prendiamo con le categorie i cui introiti ufficiali sono per lo più ridicoli. Piuttosto, poiché la situazione in questo campo è sempre la stessa da anni ( e da anni ci si chiede stupiti perché non muti) benché ogni governo proclami immancabilmente di impegnarsi nella lotta all’evasione, osiamo dare un consiglio ai professori e a coloro che in futuro ne prenderanno il posto: cari tecnici, assodato che non siamo capaci di far pagare le tasse in misura accettabile, è chiaro che il nostro sistema fiscale è sbagliato. Su questo non si discute. Allora converrà adottarne uno sperimentato con successo nei Paesi in cui l’evasione è a livelli fisiologici. Uno qualsiasi: svizzero, tedesco, inglese, olandese, svedese, danese. Fate voi. Purché vi sbrighiate. Altrimenti seguiteranno a soffrire i soliti dipendenti a reddito fisso. E gli autonomi faranno sempre la figura dei morti di fame. Non c’è polemica da parte nostra.
Aggiungiamo una considerazione che è poi un timore: copiamo pure un sistema fiscale europeo efficiente, poi però affidiamolo a funzionari altrettanto efficienti.
Già, perché il sospetto è che delle guardie ci si possa fidare quanto dei ladri.
Comunque, il segreto bancario sarà bene reintrodurlo, come segno di civiltà e di buona volontà.