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 2011  dicembre 12 Lunedì calendario

CADE IL SEGRETO BANCARIO

C’era una volta il segreto bancario. C’è ancora dappertutto in Europa, tranne che in Grecia e in Italia. In Uganda e nel Burundi, non sappiamo. Perché solo noi e i nostri fratelli di sventura ellenici facciamo eccezione? Non abbiamo risposte certe, ma consta­tiamo una cosa: siamo pecore nere, nel senso che de­teniamo il record dell’evasione fiscale, siamo ladri. Sembra un controsenso e forse lo è. Com’è possibile che dove il segreto bancario è rigorosamente rispet­tato i contribuenti onesti siano in percentuale eleva­ta, mentre dove è stato abolito trionfino i disonesti?
Probabilmente non è ficcando il naso nei conti cor­renti e nei depositi che si identificano i furbi (sinoni­mo di ladri) e non è mantenendo la riservatezza sul denaro custodito negli istituti di credito che si agevo­lano gli imbrogli. Semmai, stando almeno alla realtà sotto esame, è il contrario. Uno Stato democratico e serio, con cittadini perbene, non ha bisogno di viola­re la privacy del denaro per beccare chi sgarra, men­tre uno Stato inaffidabile, con cittadini inclini a ruba­re, anche se impone l’accessibilità al risparmio, non ce la fa a scovare i malfattori, ammesso e non conces­so che gli evasori siano tali.
E allora? Forse conviene allargare il discorso alla corruzione, al pressappochismo dei controlli e al­l’inettitudine di chi li esegue, alla proverbiale sciatte­ria della burocrazia nostrana, alla farraginosità del contenzioso tributario, alla lungaggine delle proce­dure, alla parzialità di chi è incaricato di emettere giu­dizi (sentenze) in materia fiscale. Viene in mente un famoso campione di motociclismo che fu preso con le mani nella marmellata. Sembrava che dovesse pa­gare fino all’ultimo centesimo sulle somme che ave­va portato via di sfroso, e invece alla fine se la cavò con una benevola transazione: scucì una minima parte di quanto sarebbe stato obbligato a versare (e sorvoliamo sulle sanzioni). Pietra tombale sul suo passato di birbone.
Poi viene in mente quanto accaduto all’epoca del condono all’inizio del millennio. Molti chiesero di usu­fruirne e pagarono pegno. Ma non tutti. Un considerevole numero di persone, specialmente al Sud, pur avendo ottenu­to i benefici della sanatoria, non sanò un bel niente. Rimangono ancora oltre 4 mi­liardi in sospeso. L’Agenzia delle entrate non li ha incassati. Perché? Quale agen­te del fisco ha il coraggio di andare a bat­tere cassa da un mafioso? Meglio lascia­re la pratica in fondo a un cassetto e finge­re di dimenticarsene. Non si sa mai.
La casistica è ricca e non vale neanche la pena di elencare gli episodi più clamo­rosi. Ci vorrebbe un mese. Sta di fatto che, nonostante gli sforzi di Equitalia, nonostante l’impegno assunto da vari governi, nonostante gli accertamenti della Guardia di finanza eccetera, nono­stante tutto l’evasione in Italia (per non parlare della Grecia) continua a essere mostruosamente alta: 275 miliardi l’an­no, 120 dei quali sottratti alle casse pub­bliche.
Il quesito dunque è semplice: a che è servita l’abolizione del segreto bancario - un tempo sacro - se non per consentire agli esattori delle tasse di impicciarsi de­gli affari di chi non ha violato la legge? A che servirà la tracciabilità dei pagamen­ti? A che servono gli studi di settore e stu­pidaggi­ni simili se il fenomeno dei reddi­ti non denunciati non accenna a ridursi?
Questo è il punto. Il nostro fisco, sulla car­ta, divora il 50 per cento circa di quanto guadagniamo. Un’enormità. Poiché pe­rò c’è chi è in grado di far sparire 275 mi­­liardi, sui quali non sgancia allo Stato un euro, è evidente che il meccanismo tribu­tario non funziona. Forse i ladri si avval­gono della collaborazione di chi li do­vrebbe snidare. Forse le aliquote fissate per i lavoratori (d’ogni tipo e genere) so­no troppo elevate e qualcuno non si può permettere di pagarle.
Sia come sia, qui non si viene a capo di nulla. E ci tocca leggere statistiche che so­no una burla. Gli italiani- stima approssi­mativa - sono 60 milioni. Solo 72mila di essi l’anno scorso hanno dichiarato un reddito superiore a 200mila euro, però sono state vendute 206mila auto di lusso il cui prezzo unitario oltrepassa i 100mi­la euro. D’accordo, parecchie le avran­no acquistate i ministeri, la Casta, le aziende. Ma basta guardarsi in giro per constatare che circolano supercar in grande quantità; mica saranno tutte vet­ture aziendali e dei politici... Tanto più che sfrecciano per le strade anche di do­menica, quando le ditte sono chiuse. Mi­stero.
Verificare per non credere: i ristorato­ri, in media, denunciano 13mila euro, una miseria; i bar, 16mila; le gioiellerie, idem. Sono soltanto alcune cifre, le ripor­tiamo a titolo esemplificativo; sono più che sufficienti a far venire l’orticaria al lettore, supponiamo. Tuttavia non ce la prendiamo con le categorie i cui introiti ufficiali sono per lo più ridicoli. Piutto­sto, poiché la situazione in questo cam­po è sempre la stessa da anni ( e da anni ci si chiede stupiti perché non muti) ben­ché ogni governo proclami immancabil­mente di impegnarsi nella lotta all’eva­sione, osiamo dare un consiglio ai profes­sori e a coloro che in futuro ne prende­ranno il posto: cari tecnici, assodato che non siamo capaci di far pagare le tasse in misura accettabile, è chiaro che il nostro sistema fiscale è sbagliato. Su questo non si discute. Allora converrà adottar­ne uno sperimentato con successo nei Paesi in cui l’evasione è a livelli fisiologi­ci. Uno qualsiasi: svizzero, tedesco, in­glese, olandese, svedese, danese. Fate voi. Purché vi sbrighiate. Altrimenti se­guiteranno a soffrire i soliti dipendenti a reddito fisso. E gli autonomi faranno sempre la figura dei morti di fame. Non c’è polemica da parte nostra.
Aggiungiamo una considerazione che è poi un timore: copiamo pure un si­stema fiscale europeo efficiente, poi pe­rò affidiamolo a funzionari altrettanto ef­ficienti.
Già, perché il sospetto è che del­l­e guardie ci si possa fidare quanto dei la­dri.
Comunque, il segreto bancario sarà bene reintrodurlo, come segno di civiltà e di buona volontà.