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 2011  dicembre 11 Domenica calendario

L’elisir di lunga vita? Fare il presidente - Secondo l’antico, volgare ma espli­cito detto napoletano, «è meglio co­mandare che fottere »

L’elisir di lunga vita? Fare il presidente - Secondo l’antico, volgare ma espli­cito detto napoletano, «è meglio co­mandare che fottere ». In termi­ni più civili e sociologici: me­glio avere una leadership sul­la specie che riprodurre la specie. Di che stiamo parlando? Di una curiosità, almeno in apparenza. Ma se si indaga si scopre che poi non si tratta di una co­sa così superficiale. Negli Stati Uniti è uscito uno studio da cui si dimostra che i presidenti americani hanno avuto una vita molto più lunga di quella dei lo­ro concittadini, a parità di epoca e di aspettativa. Una coincidenza? Può essere. Ma potrebbe trattarsi di qual­­cos’altro: della naturale vo­cazione, specialmente nei maschi (ma non sol­tanto e non in tutti) ad es­sere capi. In natura i capi, i maschi Alfa, non soltanto dispongono di una vita miglio­re e più gratificante, ma svolgono un ruolo che mette in moto nel loro corpo tutte quelle sostanze - en­dorfine e ormoni - che agiscono da ponte fra corpo e anima, sicché alla fine il corpo trae i maggior vantaggi. La controprova è la depres­sione: chi è depresso per un sentimento, o una condizione naturale frustrante, rifiuta la vita o la logora accorciandola. Il recente e amarissimo caso di Lucio Magri - un uomo benedetto da grandiose qualità fisi­che e mentali, ma irrimediabilmente depres­so- mostra con senso di pena quanto labile sia il confine interno fra sopravvivenza e longevi­tà a prescindere dalle malattie. Scuole di pensiero medico sostengono da anni una relazione profonda fra varie forme di cancro e depressione, come anche di relazio­n­e stretta fra vittoriose difese immunitarie e re­alizzazione personale. In inglese esiste una contrapposizione di termini particolarmente crudele che noi in genere non usiamo, fra lo­sers e winners . I losers sono non soltanto i per­denti, ma quelli che non vinceranno mai e in una società competitiva la lunga vita non si ad­dice a loro. I winners , i vincitori, al contrario, si nutrono di gratificazioni anche se presiedono le riunioni di condominio, un piccolo circolo, una comunità. E in Italia? Siamo andati a curiosare fra le da­te dei nostri presidenti della Repubblica. Tutti longevi.D’accordo,da noi non si diventa presi­denti a quarant’anni e dunque si sale al Quiri­nale già con i capelli bianchi e le maggiori pro­babilità di campare a lungo, perché si è già su­perata la prima grande scrematura. Ma i dati sono impressionanti. Il primo presidente, benché provvisorio ca­po dello Stato, Enrico de Nicola, visse 82 anni nonostante fosse nato in un’epoca-la fine del­l’Ottocento­ in cui l’aspettativa di vita era di so­lo 35 anni. E così gli altri: Luigi Einaudi è morto a 87 anni, Giovanni Gronchi a 91, Antonio Se­gni a 81, Giuseppe Saragat a 90, Giovanni Leo­ne a 93, Sandro Pertini a 94, Francesco Cossiga a 82, Oscar Luigi Scalfaro (auguri) è vivo e vege­to ed ha 93 anni, Carlo Azeglio Ciampi (augu­ri) ha 91 anni e sta benone,l’attuale nostro pre­sidente Giorgio Napolitano ha 86 anni ed è co­me tutti vediamo un vulcano di vitalità. Se fate la somma e dividete per il numero di presidenti, vedrete che l’età media per ora è di 88 anni e non è quella finale per­ché sono in corsa verso il cen­tenario sia l’attuale presiden­te che due suoi predecessori. Se ci azzardiamo a dire che vi­vere al Quirinale allunga la vita, non forziamo dunque la realtà. E allora? Ripetiamo la domanda: pura coincidenza? Suvvia. Se consideria­mo lo studio americano di partenza, si vede che anche lì l’età media alla Casa Bianca è un trionfo e dunque fare l’ape regina, sia pure al maschile (ma avremo presto una casistica del genere anche per le donne, di loro natura più longeve dei maschi), porta molto bene, è mol­to meglio che prendere molte vitamine, anda­re in palestra e votarsi a una vita sana e igieni­ca. Quando Winston Churchill, il primo mini­s­tro britannico che guidò e vinse la guerra con­tro Hitler e l’Asse, compì 90 anni, un reporter gli disse: «Lei beve una bottiglia di whisky al giorno e fuma quattro sigari cubani. Qual è dunque il segreto della sua longevità?». «Lo sport», rispose Churchill scuotendo mezz’etto di cenere compatta dal suo cubano. «Ah, immaginavo- disse il cronista- e qual è stato lo sport che ha praticato?» «Nessuno», rispose Churchill. Ma, come dice Andreotti, 92 anni compiuti, il politico italiano più longevo e meno sporti­vo del mondo, anche se messo a confronto con cariatidi del secolo scorso come l’albane­se Enver Hoxa, Fidel Castro e Mao Zedong, «il potere logora chi non ce l’ha». E questo spiega anche, da un punto di vista puramente biologico, perché sia una vocazio­ne pressoché universale quella di arrivare ad avere potere, qualsiasi potere piccolo o gran­de, magari fra detenuti in una prigione, in una amicizia fra due persone, nella vita di coppia, in famiglia tra fratelli, sulla barca, in una gita, in classe, in qualsiasi posto di lavoro. E del re­sto, banale ricordarlo ma anche doveroso, le lotte di potere scatenano guerre e genera­no stragi in un regolamento di conti continuo la cui epitome è il tifo cal­cistico, l’investimento emotivo ed esistenziale che travolge ge­nerazioni di maschi (in preva­lenza) che si scannano alme­no verbalmente per la leader­ship nel campionato. Il cam­pionato mondiale di calcio è co­sì diventato la rappresentazione simbolica di una guerra mondiale so­stenuta da regole che la rendono incruenta, ma le devastanti violenze negli stadi e intorno agli stadi mostrano con eloquenza il rapporto diretto fra voglia di vincere e voglia di battere gli avversari, distruggerli, eliminarli. Tutto ciò è politicamente poco corretto per­ché mette in mostra anche aspetti poco nobili della natura umana e animale, ma sarebbe un male nascondere o negare la realtà perché questo impedirebbe di esercitare il controllo su tutto ciò che spinge verso la distruttività an­ziché verso la costruzione e il progresso. Co­struzione e progresso sembrano vocazioni an­ch’esse di leader che hanno molto combattu­to per raggiungere il potere ( Alessandro, Cesa­re, Augusto, Carlo Magno, Napoleone) ma che una volta vinta la guerra hanno tentato di produrre progresso. Gli antichi leader rara­mente morivano nel loro letto ma oggi chi sa usare una sana leadership può vedersi premia­to da una longevità­che secondo Calvino sareb­be una prova della benevolenza di Dio, ma for­se ai tempi nostri piuttosto di quella degli elet­tori.