Questo sito utilizza cookies tecnici (propri e di terze parti) come anche cookie di profilazione (di terze parti) sia per proprie necessità funzionali, sia per inviarti messaggi pubblicitari in linea con tue preferenze. Per saperne di più o per negare il consenso all'uso dei cookie di profilazione clicca qui. Scorrendo questa pagina, cliccando su un link o proseguendo la navigazione in altra maniera, acconsenti all'uso dei cookie Ok, accetto

 2011  dicembre 14 Mercoledì calendario

Unesco, come sopravvivere senza i soldi dell’America - O la borsa o la Palestina. Il 10 novembre l’Unesco, l’organizzazione dell’Onu per la scienza, la cultura e l’educazione con sede a Parigi, ha ammesso lo Stato palestinese a schiacciante maggioranza: 107 Paesi hanno votato sì, 14 no e 52, tra i quali l’Italia, si sono astenuti

Unesco, come sopravvivere senza i soldi dell’America - O la borsa o la Palestina. Il 10 novembre l’Unesco, l’organizzazione dell’Onu per la scienza, la cultura e l’educazione con sede a Parigi, ha ammesso lo Stato palestinese a schiacciante maggioranza: 107 Paesi hanno votato sì, 14 no e 52, tra i quali l’Italia, si sono astenuti. Ma tra i no ce n’è uno che pesa più degli altri: quello degli Stati Uniti. Due leggi federali impongono all’amministrazione Usa di non finanziare le organizzazioni internazionali che accettino la Palestina come membro. Quindi Washington ha chiuso il portafogli e in quello dell’Unesco si è aperta una voragine di 65 milioni di dollari, pari al 22% del bilancio. L’Unesco, insomma, rischia la morte finanziaria. O almeno la paralisi operativa. La sua direttrice generale, la bulgara Irina Bokova, non ci sta. Signora Bokova, è chiaro che bisogna tagliare. Non è chiaro cosa. «Che l’Unesco sia in difficoltà finanziarie è innegabile. Mancano 65 milioni di dollari per quest’anno e altrettanti per il prossimo. Ho reagito con tagli per 35 milioni e impegnandone altri 30 accantonati come riserve, in pratica tutte. Ma è ovvio che tutti i programmi Unesco saranno colpiti e dovremo rinunciare ad alcuni progetti». Ne citi uno. «Per esempio un progetto da un milione di dollari per l’acqua potabile in Iraq, quindi in un Paese che interessa molto gli Usa, e che tra l’altro sarebbe stato realizzato da esperti americani». I tagli non sono l’occasione per una riforma? Molti accusano l’Unesco di avere una struttura troppo burocratica... «Sulla riforma siamo in piena discussione. Le idee ci sono. Ho già ottenuto molti risparmi, ma non sono abbastanza. Ridurremo molti viaggi, sostituiti da videoconferenze, e molte pubblicazioni. Faremo uno sforzo nella digitalizzazione. E l’Unesco si concentrerà sui temi più tipicamente suoi». Quali? «La cultura, la scienza e soprattutto l’educazione. In passato, siamo stati talvolta troppo dispersivi. Non si può più fare tutto dappertutto. Adesso bisogna selezionare». Lei ha lanciato un appello alle donazioni. Risultati? «Incoraggianti. Abbiamo ricevuto molti contributi da privati. E si sono mossi i Paesi emergenti: l’Indonesia ha donato 10 milioni di dollari, la Cina, per la prima volta, otto. Colpisce l’impegno dei Paesi in via di sviluppo. Abbiamo ricevuto fondi dal Gabon e da Timor Est. Siamo molto riconoscenti e garantisco che i loro soldi saranno spesi lì, non per pagare stipendi a Parigi. In Gabon, per esempio, lanceremo un grande programma per l’educazione». Lei ha detto di aspettarsi un maggior supporto dall’Europa. Con la crisi, non crede che sia improbabile? «Me ne rendo conto e non parlo certo di un trasferimento di fondi, anche perché la Ue è già il maggior donatore. Però credo che si possa lavorare insieme su alcuni progetti, mettendo in comune le risorse». L’Unesco ha ammesso la Palestina prima dell’Onu. È un nuovo laboratorio per la politica mondiale? «Il mondo vive cambiamenti epocali e l’Unesco è in sintonia con il mondo. Proprio perché il mondo è sempre più globalizzato, serve ancora di più l’impegno dell’Unesco per tutelare il patrimonio mondiale e le identità». Lei è sempre stata appoggiata dall’amministrazione americana. Non è paradossale che la peggior crisi tra l’Unesco e gli Usa dopo il loro rientro nel 2002 si verifichi proprio sotto la sua direzione? «Nel 2009 sono stata votata da 31 Paesi, non solo dagli Stati Uniti. Credo che i rapporti tra Unesco e amministrazione Obama siano tuttora buoni, tanto che gli Usa sono stati eletti al Consiglio esecutivo dopo la crisi per la Palestina». E tuttavia non pagano più. «C’è il problema delle due leggi che risalgono agli Anni Novanta, quando gli Usa erano usciti dall’organizzazione. Ho lanciato un appello al Congresso perché le cambi. Il messaggio è che quel che fa l’Unesco non è in contrasto con gli interessi americani, anzi. Basti pensare alla nostra attività in Afghanistan o in Iraq». Ultima domanda sull’Italia: Pompei rischia ancora di finire nell’elenco del patrimonio in pericolo? «Abbiamo appena firmato un nuovo accordo per sostenere e proteggere Pompei. L’Unesco ci crede, bisogna che ci credano anche il governo italiano e le amministrazioni locali. Posso promettere che il nostro impegno non verrà meno. Perché Pompei non è un sito come gli altri: è unico al mondo».