GIANLUCA PAOLUCCI, La Stampa 14/12/2011, 14 dicembre 2011
Seat, il “gioiellino” rovinato dalla finanza - Oggi potrebbe arrivare la parola fine alla storia di Seat Pagine Gialle, società ex pubblica, poi «gioiellino» della new economy all’italiana, infine caso più emblematico di come malafinanza e avidità possano trasformare una società sana e redditizia in un mezzo bidone sull’orlo del crac
Seat, il “gioiellino” rovinato dalla finanza - Oggi potrebbe arrivare la parola fine alla storia di Seat Pagine Gialle, società ex pubblica, poi «gioiellino» della new economy all’italiana, infine caso più emblematico di come malafinanza e avidità possano trasformare una società sana e redditizia in un mezzo bidone sull’orlo del crac. Un fallimento, sia chiaro, non conviene a nessuno. Così è probabile che la scadenza della mezzanotte di oggi per aderire all’accordo di ristrutturazione del debito si risolva in una nuova proroga. La storia «moderna» di Seat Pg inizia nel 1997 quando il Tesoro, dell’ambito della privatizzazione della Stet, vende a Investitori Associati, Bc Partners, Comit, De Agostini e altri il 61% del capitale per 1580 miliardi di lire. I compratori ci mettono 450 miliardi, mentre il resto è debito. Un ottimo affare, anche perché nel 1999 gli azionisti incassano un dividendo straordinario di oltre 2 mila miliardi di lire e lo stesso anno vendono sul mercato l’11% per altri 450 miliardi. Nel 2000, altro cedolone da 1,1 miliardi. Sono gli anni della new economy e Seat Pg, con un solido business di carta e mirabolanti prospettive su internet, vola in Borsa a quotazioni stratosferiche. La società fa gola a molti piccoli azionisti che comprano a piene mani, ma anche a qualche pesce grosso. La Telecom di Colaninno lancia un’opa da 13 mila miliardi di lire per fonderla con Tin.it. Gli azionisti che avevano comprato dallo Stato tre anni prima per un valore inferiore di circa cinque volte - più le cedole incassate nel frattempo, più il collocamento sul mercato - ringraziano e se ne vanno. Passano tre anni e Telecom rivende per 3,7 miliardi di euro. Nel frattempo è scoppiata la bolla della new economy e le quotazioni di Seat non rivedranno più i valori «stellari» del 2000. A comprare sono ancora Investitori, ancora Bc, più Permira e Cvc. La società nel frattempo si trova con circa 3,5 miliardi di debiti, dei quali oltre la metà frutto della acquisizione fatta a debito nel 1997 e «riversata» sulla società. Però i soci di controllo decidono di distribuire un nuovo cedolone, questa volta da 3,6 mmiliardi di euro. Poi collocano sul mercato il 12% della società e incassano altri 800 milioni. A fine anno i debiti sono diventati 4 miliardi. Mentre si alternano i vari soci di controllo, Seat continua a fare soldi. Li fa con la carta, le pagine gialle che arrivano in tutte le cae italiane. Il margine operativo è sempre intorno al 50%. Significa che ogni euro incassato, più di 50 centesimi sono di guadagno. Lordo, perché prima di arrivare al netto c’è da pagare gli interessi sui debiti finanziari e il discorso cambia. L’ad dell’epoca, Luca Majocchi, presenta tre piani industriali tra il 2004 e il 2007. Piani ambiziosi e non sempre centrati. L’ultimo in particolare sembrava prodromico a una vendita. C’era anche una trattativa avviata con Blackstone, che però, complice lo scoppio della crisi dei mutui subprime, non va in porto. Passano solo pochi mesi e la società, che nel frattempo è cresciuta anche all’estero, a marzo 2008 annuncia che gli obiettivi per l’anno precedente non sono stati centrati, rivede al ribasso le stime per l’anno in corso e annuncia che non darà dividendi. S&P mette sotto esame il debito, mentre a fine anno, quando viene lanciato un aumento di capitale da 200 milioni, Cvc ne approfitta per uscire. Nel 2009 Majocchi viene accompagnato all’uscita e al suo posto arriva Alberto Cappellini. Il peso del debito è diventato intanto insostenibile, anche se la società continua a essere una «mucca da soldi». Nel bilancio 2010 su 1,1 miliardi di fatturato il margine è di 483 milioni. I conti però sono in rosso per 667 milioni, schiacciati dagli ammortamenti e dagli oneri finaziari. La ciliegina sulla torta della malafinanza è arrivata poche settimanefa, con la dichiarazione di «default tecnico» per il congelamento del pagamento di una cedola del bond. Gli obbligazionisti, che avevano comprato Cds per proteggersi dal default, hanno incassato le «polizze» di protezione. Se la trattativa andrà in porto la cedola saltata verrà pagata, mentre le banche incasseranno la «consent fee», una specie di premio per aver permesso di ristrutturare il debito.