GABRIELE BECCARIA, La Stampa 14/12/2011, 14 dicembre 2011
La prima parola? Solo un “Duh” - Bart de Boer si è messo in testa di scoprire che suoni emettessero i nostri progenitori, quando noi Sapiens ancora non c’eravamo, e l’Africa era la terra di un’altra specie di successo, quella degli australopitechi
La prima parola? Solo un “Duh” - Bart de Boer si è messo in testa di scoprire che suoni emettessero i nostri progenitori, quando noi Sapiens ancora non c’eravamo, e l’Africa era la terra di un’altra specie di successo, quella degli australopitechi. Oltre 3 milioni di anni fa. Alla fine il professore dell’Università di Amsterdam la scoperta l’ha fatta, ma con un effetto collaterale imprevisto che l’ha reso una celebrità controversa. Se una delle prime parole a risuonare nella savana è stato un «Duh» (lo si deduce da una laboriosa ricerca), il verso non è altro che il clone del tormentone di Homer Simpson. Oltre 3 milioni di anni di evoluzione impetuosa e si torna al punto di partenza: sempre la stessa imprecazione, che ora ha trovato un motivo irresistibile per riprodursi su Internet. Rabbiosa e perplessa. Divertente e ottusa. Onore all’intuito di Matt Groening, padre della scombinata famiglia Simpson, e alla sagacia dei cartoni dell’ultimo mezzo secolo, in cui cavernicoli maschi e femmine si urlano addosso sequenze gutturali dal «Duh» fino all’«Ugg». E «Ugg» - guarda caso - è proprio l’altro suono che, secondo de Boer, dev’essere stato al top delle sofferte comunicazioni tra ominini. Sofferte, perché non avevano sviluppato il sofisticato apparato vocale che caratterizza noi simpsoniani: sebbene il versaccio sembri quasi identico, una differenza - e sostanziale - esiste. Gli australopitechi condividevano con i primati la «sacca d’aria» che permette alle scimmie di lanciare urla poderose. E il prezzo da pagare era alto. Quest’organo funziona come un tamburo che amplifica le basse frequenze e «ammucchia» le vocali, costringendole a confondersi. La famosa Lucy (l’antenato portato alla luce da Donald Johanson negli Anni 70) doveva quindi possedere - e qui si impone il serioso sapere di de Boer - un vocabolario ridotto. Se anche si fosse ingegnata a inventare sempre nuove parole, il suo organismo non l’avrebbe aiutata a pronunciarle. Anche perché la cassa armonica di cui era impossibile sbarazzarsi non era d’aiuto nemmeno con le consonanti, che restavano difficili da pronunciare. Solo molto tempo dopo, all’epoca dell’Homo heidelbergensis, 600 mila anni fa, la «sacca» sparì dalla gola e l’innovazione fu così fortunata da trasmettersi da una specie all’altra, fino ai Sapiens, e oggi appartiene alla categoria degli organi «vestigiali», come tonsille, appendice e coccige. Sostiene de Boer che le prove sono nelle metamorfosi dello ioide, l’ossicino a ferro di cavallo che nell’uomo moderno ha la fondamentale funzione di sostenere la laringe e l’attacco del «pavimento» della bocca e della lingua. E a conferma delle sue ricerche ha riprodotto i suoni primordiali con un apparato artigianale, composto di tubi e sacchetti di plastica, e li ha sottoposti a una platea di volenterosi ascoltatori. Un test pionieristico con risultati così cristallini che anche Homer coglierebbe al volo.