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 2011  dicembre 11 Domenica calendario

I migliori libri della nostra vita - Sembrava una scommessa marziana nell’Italia del ’75 varare un settimanale di libri, come venivano scritti, animati, venduti, e che finisse nelle edicole, oltreché su mensole di biblioteche, quando c’era un Paese che nella maggioranza leggeva poco e si dibatteva in un’impressionante violenza quotidiana, politica e comune

I migliori libri della nostra vita - Sembrava una scommessa marziana nell’Italia del ’75 varare un settimanale di libri, come venivano scritti, animati, venduti, e che finisse nelle edicole, oltreché su mensole di biblioteche, quando c’era un Paese che nella maggioranza leggeva poco e si dibatteva in un’impressionante violenza quotidiana, politica e comune. Eppure Arrigo Levi, direttore della Stampa , lo fece nascere il 1˚ novembre. E fu una lieta sorpresa. Il primo numero di Tuttolibri , giornalisticamente, era nato sotto una stella propizia, il Nobel a Montale, ebbe 500 mila lettori. Costava duecento lire, come un gettone telefonico, e spesso veniva pagato così perché lo Stato, già allora in difficoltà con l’economia, non riusciva a battere bene moneta. L’«avventura intellettuale» di Tuttolibri dal 1975 al 2011 è ora ricostruita da Anna D’Agostino in Raccontare cultura , un volume in uscita da Donzelli (192 pagine, 25 euro e un refuso, ripetuto, per Stefano «Bartegazzi» invece di Bartezzaghi). La foto di copertina avrebbe dovuto essere un grande Moravia, lasciò invece spazio al bardo degli Ossi di seppia , e il numero zero mai uscito fu a lungo conservato negli armadi come un animale totemico, un graal ingiallito e sbiadito dal tempo. Anche il secondo numero, dal punto di vista della «cronaca», fu scoop. Il giovane Furio Colombo aveva intervistato Pasolini, poco prima che venisse ucciso. Insomma, quel settimanale che viaggiava sulle proprie gambe, sotto l’egida della Stampa , cambiò presto il modo di informare sui libri. Non più gli scarni colonnini nelle terze pagine, o il paginone che alcuni quotidiani dedicavano periodicamente, ma un corposo gazzettino che aveva in mente il supplemento del New York Times , mescolando, attualità, rigore, firme illustri della critica e della letteratura, guizzi. In 35 anni ha ospitato idee forti, da Fruttero & Lucentini a Soldati, da Sciascia a Maraini, da Bobbio a Spadolini, dalla Tornabuoni a Rigoni Stern, da Arpino a Firpo. Ogni numero è stato un ricco diorama sul panorama vastissimo delle stamperie in bulimica attività. Dalla letteratura italiana al fumetto, da Marx a san Tommaso, con almeno una ventina di recensioni corpose, una quarantina di schede e 200 note bibliografiche, più interviste, rubriche, interventi, lettere (molte) di lettori, librai, bibliofili, classifiche (molto scientifiche per avere il polso vero delle vendite). Anche il linguaggio, oltre al contenitore, era nuovo. Tuttolibri parlava a tutti, sparigliando carte ingessate. Una delle prime rubriche fu «Quando l’autore giudica se stesso», un inedito invito all’autoironia rivolto ai grandi autori che recensivano se stessi (le stroncature erano gradite). Oreste del Buono, per anni, oltre a dialogare con i lettori del quotidiano, ha scritto vivi medaglioni sui protagonisti noti e meno noti della cultura italiana, regalando il lato meno noto, che lui aveva conosciuto personalmente. Forse anche per questo, è stato il primo settimanale culturale a convertirsi all’iPad. Tuttolibri è diventato molto presto un inserto del giornale, graficamente fratello degli altri speciali che un giornalista di razza come Franco Pierini aveva creato, dedicati alle mode, ai viaggi, alle scienze. I libri del sabato furono parte organica del quotidiano. Organica, ma sempre fisicamente un po’ a sé, al secondo piano, sopra la redazione. Alla sua nascita, il supplemento dipendeva dal vicedirettore della Stampa , Carlo Casalegno, uomo di coraggio e lucide idee, poi ucciso dalle Br, con caporedattore Mario Bonini; subito dopo gli subentrò Giorgio Calcagno, e dopo 98 numeri il giornale si arricchì di un proprio direttore responsabile, Lorenzo Mondo, curatore della Terza Pagina, intransigente critico, biografo di Pavese, in seguito vicedirettore del quotidiano. Vari capi si sono alternati, l’infinitamente prezioso Calcagno, Nico Orengo, Luciano Genta. Tutti cresciuti nella stanza della redazione, perché Tuttolibri , fisicamente, si è sempre composto di due stanze (e migliaia di volumi accatastati su ogni superficie piana, e magari persino angolo, dagli scaffali al cestino della carta straccia), e poi traslocati fisicamente in quella del capo. Nella stanza della redazione, un origami di scrivanie e disordine variabile nel tempo, a seconda delle nuove lune del redattore, sono invece passati 35 anni di giornalisti, variegatissimi per indole, fisicità, letture. Alberto Sinigaglia, Mario Varca, Vittorio Messori, Alessandro Rosa, Osvaldo Guerrieri, Ernesto Gagliano, Michele Neri, Bruno Quaranta. Ma qualcosa si è mantenuto costante nel tempo, come il feticcio della pagina zero. Forse è complice l’arredo, al secondo piano di via Marenco, che s’è però modificato negli anni. I vecchi armadi metallici, rumorosi, coperti da una moquette fané, se ne sono andati, insieme ai tavoli, agli scaffali, alle carte. Persino le stanze sono smottate di una decina di metri. Sono rimasti solo i timbri, le scatole in découpage , e una boccetta di profumo della segretaria d’un tempo, Raffaella Spezzani, premurosa wikipedia di tutti i collaboratori; e poi, vecchie enciclopedie, vecchi lessici, ormai inutili per il web, che resistono impolverati, come ussari tenaci. Ma c’è qualcosa di più. Nico, un giorno scrisse: «Ma è poi così matematico che un libro che ha successo sia un “brutto libro”? Non c’è il rischio di farsi prendere da un atteggiamento snobistico, da rimpianto del ciclostile, delle microtirature? Salvo poi applaudire il trash americano, il serial-killer canadese, il muratore-scrittore lucano, lo scrittore-piantatore di asparagi d’Albissola…». Lo diceva a proposito di una polemica sulla Tamaro, amata dal pubblico ma non dai critici. E lo diceva a suo modo. Ma quello è lo spirito di Tuttolibri . Per chi ci ha lavorato, sfogliare annusare scoprire, e giudicare «tutti i libri» (è tautologico) che escono dai gonfi pacchi di cartone, senza attenzione al marchio dell’editore, o alla tiratura nel bene e nel male, senza snobismi, solo curiosità, è sempre stata una strana bibliofagia, un piacere quasi fisico verso i libri che escono dagli scatoloni di cartone. Sapendo che la cultura non si deve raccontare in modo noioso. Magari, speziata di colori, grafica, belle immagini. L’autore di questo articolo è dalla scorsa estate il nuovo responsabile di «Tuttolibri»