ROBERTO GIOVANNINI, La Stampa 11/12/2011, 11 dicembre 2011
Una “muraglia verde” per fermare il Sahara L’Africa adesso ci crede - Il nome - Grande Muraglia Verde - senz’altro è suggestivo
Una “muraglia verde” per fermare il Sahara L’Africa adesso ci crede - Il nome - Grande Muraglia Verde - senz’altro è suggestivo. Più che a un «muro» dobbiamo però pensare a una articolata fascia larga quindici chilometri fatta di boschi, piante a basso fusto, aree verdi e altre strutture di protezione del terreno che alla fine attraverserà l’Africa sul versante meridionale del Sahara per 7700 chilometri dall’Oceano Atlantico a quello Indiano. Al progetto, ideato per la prima volta negli anni 1980 dal grande presidente del Burkina Faso Thomas Sankara, partecipano 11 Paesi minacciati dalla desertificazione: Senegal, Mauritania, Mali, Burkina Faso, Niger, Nigeria, Mali, Sudan, Eritrea, Etiopia, Gibuti. La sua realizzazione è stata approvata in diversi summit internazionali. Qui alla Conferenza sul Clima il Global Environment Facility (un’agenzia internazionale gestita dalla Banca Mondiale per progetti di lotta al cambiamento del clima con base a Washington) ha confermato la sua volontà di destinare al progetto 119 milioni di dollari, mentre altre istituzioni internazionali si sono impegnate a investire nella realizzazione della Muraglia fino a tre miliardi di dollari, per coprire l’intera opera. La zona interessata è quella del Sahel, che attraversa tutto il continente e costituisce la transizione tra il Sahara vero e proprio e le savane. Rappresenta solo il 5% della superficie del Continente Nero, ma si tratta di un’area chiave se si vuole fermare la desertificazione e garantire la sicurezza alimentare in una regione flagellata da siccità ricorrente e dagli effetti del cambiamento del clima, che si traducono in un continuo degrado del territorio. Basti pensare alla terribile trasformazione che sta subendo il grande (una volta) Lago Ciad, la seconda più grande zone umida d’Africa, fonte di biodiversità e sopravvivenza di 20 milioni di persone. Il lago, le cui risorse sono usate da Camerun, Ciad, Niger e Nigeria in 45 anni ha visto ridurre la sua superficie da 25.000 chilometri quadrati a soli 2.500. A sentire alcuni dei Capi di Stato dei Paesi coinvolti, a dire il vero, il progetto della Grande Muraglia Verde pare rischiare di diventare il solito megapiano fatto di paroloni costruito soprattutto per creare opportunità di drenare contributi internazionali, produrre laute prebende, molta carta e pochi alberi. Tanto per fare un esempio, il discusso (per corruzione e scarsa apertura democratica) presidente del Senegal Abdoulaye Wade lo ha già etichettato come «il più grande cantiere dell’umanità della storia contemporanea». Monique Barbut, la francese che dirige il Gef, preferisce chiarire che la «Muraglia» sarà un sistema più o meno integrato e gestito autonomamente dai diversi Paesi partecipanti, fatto di foreste capaci di crescere in ambienti aridi, di parchi agroforestali, di zone agricole vere e proprie, e di altre destinate alla pastorizia. Soldi per la gestione di agenzie e organismi non se ne daranno. E toccherà ai singoli stati mettere a punto i progetti nazionali, coinvolgendo e mobilitando le comunità locali. Insomma, non una barriera impenetrabile per il deserto, ma una sua paziente riconquista e ricolonizzazione.