ANNA ZAFESOVA, La Stampa 11/12/2011, 11 dicembre 2011
L’enigma di Medvedev il presidente inesistente che contraddice lo zar - Medvedev chi? Da qualche giorno sembra che la Russia non abbia più un Presidente
L’enigma di Medvedev il presidente inesistente che contraddice lo zar - Medvedev chi? Da qualche giorno sembra che la Russia non abbia più un Presidente. La piazza che ieri ha scandito «Putin in Cecenia» ha ricordato l’uomo che formalmente resta, fino a marzo, il capo di Stato, con qualche piccolo ironico cartello. Lo scontro è tra il premier e il suo popolo ribelle, è lui che accusa gli oppositori di essere al soldo di Washington, ed è la piazza con Internet a rispondergli «Vai via». I pochi commentatori che si sono ricordati dell’esistenza di un inquilino del Cremlino l’hanno liquidato con disprezzo: «Non ha le qualità né il carisma del leader», dice il giornalista liberale Leonid Radzikhovsky. Sembra la conclusione, a soli 46 anni, di una carriera politica da controfigura: scelto nel 2007 come «delfino» da un Putin impedito dalla Costituzione a un terzo mandato consecutivo, ha passato quasi quattro anni al Cremlino accompagnato dalle barzellette sui fili da marionetta che spuntavano dalla sua giacca ed è stato rimesso nell’armadio quando, il 24 settembre scorso, il premier ha annunciato la sua candidatura alla presidenza nel 2012, regalando all’uomo che gli ha tenuto calda la poltrona la promessa di fargli guidare il governo. Con un commento umiliante: «Abbiamo deciso tutto questo anni fa». Come a dire: chi aveva creduto che Medvedev fosse un Presidente vero, preso sul serio le sue piccole fronde - incontrare le ong, dare interviste a media d’opposizione, cercare di riformare la giustizia o di cacciare i falchi putiniani dai grandi consorzi statali - e addirittura sperato che avrebbe rotto con il suo patrono, era un ingenuo. Circondato da questa sprezzante indifferenza, il Presidente russo però in questi giorni si è permesso una serie di ironie degne di un blogger liberale. Agli atterriti militanti di Russia Unita ha detto «complimenti, siete entrati nella Duma», e poi ha aggiunto con un’allegria che contrastava drammaticamente con la faccia da funerale di Putin al suo fianco: «Avete avuto quello che vi meritate, è la democrazia». Il giorno dopo, mentre Putin insisteva a parlare di vittoria del suo partito, è tornato a gioire per un «Parlamento più divertente» con l’opposizione, meritandosi la sgridata del premier: «A forza di ridere si finirà per piangere». E all’ormai leggendario presidente della Commissione elettorale Vladimir Churov ha detto con un gentile sorriso: «Ma come ha fatto a indovinare i numeri dell’affluenza? Lei è proprio un mago». Dare davanti alle telecamere del mago all’uomo che si è distinto, tra l’altro, per aver affermato che i video con le prove dei brogli erano stati girati in «seggi falsi allestiti apposta», è sicuramente una prova di senso dell’umorismo. Ma non solo. Nella notte elettorale i russi hanno visto uno spettacolo avvincente: il tabellone della Cec, sul quale i numeri di Russia Unita alla Duma oscillavano in continuazione: 49,99%, poi 50,02, poi di nuovo 49,98, poi 50,20, ancora sotto la soglia della metà. La battaglia mozzafiato sui centesimi di percentuale, durata ore, è stata, probabilmente, il riflesso di un braccio di ferro che accadeva altrove, e che ha impedito al «mago» Churov di risolvere il problema della maggioranza alla Duma con i suoi metodi. E come ha scritto nel suo blog un anonimo funzionario del governo, «l’impressione è che qualcuno qui remi contro Russia Unita». Secondo fonti di Gazeta.ru, ieri è stato proprio Medvedev a ordinare ai tg delle tv russe di aprire con i reportage dalla piazza, censurata per giorni, e a intimare alla polizia di essere «morbida». Il «tandem» non esiste più, il potere monolitico si è spaccato. I media, gli imprenditori, i politici, i burocrati più moderni hanno visto la possibilità, seppure esigua, di giocare sulle differenze, sempre più marcate con gli anni, tra lo zar Putin e il più moderato Medvedev, tra il kalashnikov e l’iPad, tra l’uomo dei servizi e il figlio dell’intellighenzia. Per la borghesia liberale della capitale che ieri è scesa in piazza come per il ceto medio e i dipendenti pubblici della provincia che hanno votato contro Russia Unita, Medvedev non era un eroe, ma era una speranza. La sua liquidazione sbrigativa ha innescato l’inizio della fine di Putin. Ma il giovane Presidente - e, non ultimo, comandante in capo - è ancora al suo posto fino a marzo, e finora non ha detto nulla che lo potesse compromettere. Anzi, è stato il «poliziotto buono». E gli rimane un’arma mortale: con la quasi monarchica Costituzione russa, può licenziare il premier, quando vuole, senza giustificazioni. Con un premier superpopolare come Putin non era possibile. Ma con un premier di cui mezzo Paese chiede le dimissioni, cosa mai vista, potrebbe diventare un’opzione.