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 2011  dicembre 13 Martedì calendario

BOSSI SCARICA IL CAV «STA COI COMUNISTI»


Mafioso, ladro, dittatore, pedofilo. Tutte gliele avevano dette. Tutte tranne una. E ieri Umberto Bossi ha colmato la lacuna. «Berlusconi sta con i comunisti». E pertanto «adesso l’asse non c’è, ognuno per la sua strada». Niente di irreparabile («L’incontro con Silvio è stato sospeso perché non sono tempi questi per fare incontri. Sono tempi per aspettare»), ma la rottura non è mai stata così vicina.
Il Senatur, a margine di un convegno a Milano, spara ad alzo zero. E il Cav socio dei bolscevichi è solo l’antipasto. Dopo una punzecchiatura all’(ex?) amico Tremonti («Da che parte sta? In carrozzella perché si è rotto una gamba») si passa al bersaglio grosso: Mario Monti: «La manovra», afferma il capo della Lega, «divide già chi l’ha fatta e porterà casino». Questo in quanto «chi l’ha fatta è cattivo perché ha toccato i vecchietti e le pensioni ». Lo scenario, per Bossi, è uno: «Questo governo andrà a picco e va bene... lo ha messo in piedi il presidente della Repubblica che dovrà prendersi la responsabilità di aver sciolto un governo legittimamente eletto».
Non tutto il male viene per nuocere, però: «Ha perso l’Italia e ha vinto la Padania», sentenzia il Senatur. Il quale ha già pronto il piano B: «L’euro è kaputt: ora in Europa nessuno vuole mettere i soldi in un fondo salva-Stati, i tedeschi giustamente non vogliono pagare i debiti dell’Italia e della Grecia, quindi non se ne farà niente». E quando sarà andato tutto per aria? «Una volta finita», vaticina Bossi, «la Padania si farà la sua moneta, mica può continuare a mantenere tutti questi farabutti». E, a proposito di farabutti da mantenere, va registrata l’apertura del Senatur al taglio dei vitalizi dei parlamentari: «Entro certi limiti si possono fare, perché tagliare i costi della politica va bene, ma bisogna fare le cose seriamente».
Nel Pdl, che appoggia il governo Monti con entusiasmo prossimo allo zero, le parole dell’ex alleato aumentano i mal di pancia. Che però vengono sapientemente tenuti sottotraccia. Meglio concentrarsi sulla partita delle modifiche alla manovra. Laddove per modifiche si intende riduzione del danno. Così, il partitone azzurro si mobilita per scongiurare la liberalizzazione delle farmacie (anche in sede comunitaria, mediante interrogazione all’Europarlamento), per trasferire le funzioni dell’Agenzia per il nucleare all’Ispra e per mettere un tetto agli stipendi dei super manager pubblici (provvedimento quest’ultimo oggetto di un emendamento della deputata Gabriella Giammanco, sempre più incarnazione della nouvelle vague dell’eterodossia berlusconiana).
Il problema è che nel Pdl si inizia a fare strada la convinzione che mettere le mani nella manovra sarà più difficile di quanto preventivato. «La rigidità con cui il governo affronta il problema di urgenti modifiche della manovra in direzione di una maggiore equità», afferma il vicepresidente della Camera Antonio Leone, «non può non preoccupare». Ma l’atteggiamento del governo non è la sola cosa a preoccupare il Pdl. Per Antonio Martino «la pressione fiscale aumenta sempre di più e la gente comincia a reagire. Bisogna stare attenti: le rivolte fiscali si sa quando cominciano ma non si sa come finiscono: lo sa benissimo Luigi XVI che ci perse la testa». Secondo Giuliano Cazzola, infine, la polemica anti-Casta rischia di scappare di mano: «Quando sentiremo», si chiede, «dai banchi del governo un professore o un magistrato o un giornalista o un banchiere pronunciare la fatidica frase: “Avrei potuto fare di quest’Aula sorda e grigia un bivacco per i miei manipoli”?».

Marco Gorra