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 2011  dicembre 13 Martedì calendario

SENZA STATALISTI E IMMIGRATI AVREMMO GIÀ PAGATO IL DEBITO


I lavoratori socialmente utili (Lsu) sono “piezz’e core”, e in talune latitudini, dove allignano al 90%, sono anche importanti sostegni elettorali delle cause più degne e patriottiche. Però costano alla comunità, come i forestali calabri e l’esercito di dipendenti e vitaliziati regionali siciliani, e come l’immensa folla di tutti i beneficiati dall’unità. A pagare il conto sono chiamati i contribuenti che invece sono quasi all’80% un endemismo a nord del Fosso del Chiarone, un rigagnolo che per secoli ha diviso il Granducato di Toscana dallo Stato della Chiesa, e che oggi è la muraglia statistica che vale triple A, quadruple B e un intero alfabeto nelle classifiche di Moody’s.
Ogni anno una cinquantina di miliardi di euro di “residuo fiscale” prende la strada del Sud, e non solo per effetto della legge di gravità. Lo ripetono Ricolfi, la Fondazione Agnelli, il vecchio Pagliarini, la Cgia di Mestre e tutti quelli che se ne intendono, e tutti peccano di prudenza perché non mettono in conto voci meno “politica - mente corrette”, come l’evasione, la malavita organizzata, i falsi invalidi, le spese militari e il peso reale della burocrazia meridionale e dei ministeri romani, oltre a tutta una serie di voci “minori”, come quella dei Lsu, appunto.
In ogni caso si tratta di un esborso che in vent’anni è stato da 1.000 a 1.500 miliardi.
A questo primo Meridione si aggiunge – sempre nell’ultimo ventennio – un secondo Meridione, costituito dall’immigrazione che costa oggi, con 6 milioni di ospiti, dai 30 ai 40 miliardi l’anno, che fanno – tenendo conto dei numeri del fenomeno – circa 400 miliardi dal 1991: 300-350 dei quali tirati fuori dagli aborigeni padani e dagli immigrati meridionali che hanno nel frattempo incautamente scelto di condividerne luoghi e destini.
Insomma, negli ultimi 20 anni i cittadini padani – xenofobi, razzisti, egoisti, ignoranti, polentoni, e magari anche leghisti – hanno tirato fuori da 1.400 a 1.850 miliardi di scassatissimi euro: roba che somiglia in maniera inquietante all’intero debito pubblico della Repubblica italiana, che ci sta rendendo più poveri e disgraziati.
Oggi c’è chi torna a parlare di secessione sollevando l’indignazione dei più sobri benpensanti. È però inevitabile fare due conti anche rudimentali: da sole le regioni padane potrebbero – a pressione fiscale invariata - pagarsi il debito nel giro di pochi anni, oppure estinguerlo con più calma migliorando molto qualità e numero di servizi, oppure – ancora meglio – potrebbero tagliarsi le tasse, pagarsi i debiti, vivere bene e tornare a essere uno dei posti più ricchi al mondo.
Non è patriottico, fa soffrire il ministro di Sant’Egidio, fa piangere il Bobby Solo del governo, turba il grande cuore di Giorgio Napolitano, è un vulnus alla Costituzione?
In questi giorni autorevolissimi commentatori si stanno occupando dello strame che sempre più spesso si fa della Carta fondamentale in tema di perdita di sovranità nazionale, di acrobazie presidenzialiste e di umiliazione del potere (non d’acquisto) dei parlamentari. Quasi nessuno però si lamenta dell’ingiuria che si fa alla volontà popolare, al sacrosanto diritto che ogni comunità ha di decidere il proprio destino e di usare le proprie risorse come preferisce. Più di 700 anni fa gli svizzeri si sono ribellati per “conservare in buono stato sé, i loro beni e i loro diritti”, quasi 140 anni fa gli americani se ne sono andati per gli stessi motivi. I padani sono i figli della serva?

Gilberto Oneto