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 2011  dicembre 13 Martedì calendario

NOI FESSI DEL FISCO PRIGIONIERI DELL’ITALIA DEI LADRI


Confesso di non aver pensato agli anarchici venerdì scorso, quando è esploso il pacco bomba all’agenzia romana di Equitalia, l’ente pubblico incaricato di riscuotere le tasse. Pur conoscendo la mania bombarola della Federazione anarchica informale, lì per lì ho sospettato che l’ordigno l’avesse spedito qualche grosso evasore fiscale preso con le mani nel sacco. Soltanto dopo mi sono chiesto il perché del mio immediato riflesso accusatorio.E mi sono dato la risposta. Tutto derivava dal mio fastidio sempre più forte di contribuente fedele. Un vero fesso che, avendo deciso tanti anni fa di dichiarare sempre il proprio reddito, allora sino all’ultima lira e oggi sino all’ultimo euro, ancora oggi si ritrova prigioniero di un’Italia di ladri che vive a sbafo anche sulle mie spalle.
Qualche mese fa, quando stava a Palazzo Chigi, Silvio Berlusconi si lasciò scappare un’imprecazione mai pronunciata da un premier. Secondo le cronache, il Cavaliere esplose in un urlo di rabbia: «L’Italia è un paese di merda!».
Allora in tanti gli diedero sulla voce. E non escludo di averlo fatto anch’io. Ma il tanto vituperato Berlusca aveva ragione. Anzi, se pensava anche ai molti evasori fiscali, di ragioni ne aveva qualche milione.
Adesso,secondo alcuni opinionisti, l’Italia è diventata assai peggio del paese dipinto da Berlusconi con quelle poche parole. Ormai non è più una repubblica fondata sul lavoro, bensì sulla polizia fiscale. La mutazione è avvenuta poiché il governo Monti ha deciso che le banche consegnino all’Agenzia delle entrate gli estratti dei conti correnti di tutti i loro clienti. Affinché sia possibile verificare se chi dichiara un reddito di diecimila euro all’anno sia un bugiardo oppure un onest’uomo con pochi soldi in tasca.

GLASNOST ALL’ITALIANA

A costo di attirarmi le maledizioni di qualche amico, dichiaro di essere ben contento che lo Stato conosca il mio conto in banca. Perché dovrei aver paura di far sapere quanto ho risparmiato in questi anni lavorando tutti i giorni? Soltanto chi ha truffato di proposito il fisco ha motivo di allarmarsi. Non il sottoscritto cresciuto, anche come giornalista, in tempi dove la pubblicità dei redditi era normale. E quando il concetto di privacy fiscale risultava del tutto ignoto.
Negli anni Cinquanta e Sessanta prevaleva un senso della giustizia contributiva realizzato nel modo più spiccio: informare la comunità di quale fosse la condizione economica dei più abbienti attraverso la pubblicazione degli elenchi dell’imposta di famiglia. Era una tassa comunale che le singole amministrazioni decidevano anno per anno, in base a un metro di giudizio che si fondava sulla conoscenza del territorio amministrato e di quanti ci vivevano.
Gli elenchi venivano resi noti con l’affissione nell’albo municipale e subito consegnati ai giornali locali che si affrettavano a pubblicarli. Erano le graduatorie rese note sulla carta stampata ad accendere discussioni incavolate. Il dibattito prendeva di mira i più abbienti: l’industriale, il primario ospedaliero, il commerciante, il proprietario di immobili, il ristoratore di grido, l’agrario forte di terreni e poderi.
I contribuenti minori si infuriavano. Possibile che per questi signori l’imposta di famiglia sia tanto clemente? Ci deve essere sotto qualcosa. Il sindaco o l’assessore ai tributi sono stati di manica larga! Che cosa possano aver ricevuto in cambio?
I sospetti trovavano conferma in un fatto: dopo pochi giorni, gli elenchi dell’imposta di famiglia sparivano. Per non lasciare sotto gli occhi di tutti quella che si riteneva la prova dell’infedeltà fiscale. Un guaio che esisteva anche allora perché i furbastri non li ha inventati l’Italia di oggi.
Nel 1964, quando lasciai il mio primo giornale, La Stampa diretta da Giulio De Benedetti, andai a lavorare al Giorno che mi offriva un contratto da inviato speciale. Il direttore, Italo Pietra, mi chiese: «Dove desideri essere mandato: in Vietnam o a Voghera?». Avevo soltanto 28 anni, ma non ero uno sciocco e risposi: «A Voghera, direttore». Pietra replicò: «Ottima risposta. Vai a Voghera e cercami gli elenchi dell’imposta di famiglia. Poi farai la stessa cosa in altre città della Lombardia».
Pietra era un signore nato nel 1911 e aveva combattuto in tre guerre. Conosceva bene che paese fosse l’Italia. Non gli piacevano i furbi e cercava di contrastarli. Il lavoro che mi affibbiò non era facile. I sindaci non avevano nessuna intenzione di sganciare a un giornale i nomi dei contribuenti più in vista. E di solito mi mandavano a insaccare il fumo, ossia a quel paese. Bisognava aggirarli e scovare l’impiegato giusto che, dietro una mancia, consegnava di nascosto gli elenchi.

LIBRO NERO

All’inizio degli anni Settanta l’imposta comunale di famiglia scomparve, assorbita dalla riforma fiscale. Per qualche tempo il ministero delle Finanze diffuse un Libro Bianco e un Libro nero. Il primo con i nomi dei contribuenti fedeli, il secondo con quelli degli evasori accertati.
Per l’arrivare a tempi più recenti, nel 2008 il ministro delle Finanze decise di pubblicare sul sito dell’Agenzia delle Entrate tutte le dichiarazioni presentate nel 2006 e relative al 2005, provincia per provincia. Si era in aprile e il governo Prodi stava tirando le cuoia. La saggia decisione di Vincenzo Visco rimase in vigore per pochi giorni. Poi intervenne il Garante della privacy e l’agenzia fu costretta a cancellare gli elenchi.
Una decisione identica fu presa dall’ultimo governo Berlusconi in questo 2011. Il ministro dell’Economia, Giulio Tremonti, stabilì che i redditi venissero pubblicati dai comuni sui propri siti internet. Da contribuente onesto, accolsi questa misura con molti applausi. Purtroppo l’iniziativa si perse nel disastro generale del centrodestra.
Adesso, con il governo Monti, la repubblica avrà a disposizione milioni e milioni di estratti conto bancari. Nessuno potrà più nascondersi. Mi auguro che l’agenzia diretta da Attilio Befera ne faccia l’uso che anch’io aspetto. I controlli non mi hanno mai destato paura dal momento che penso di avere le mutande pulite.
Chi non è d’accordo non tiri in ballo pretesti inutili. Qualcuno ha persino evocato la paura dei ladri. Non facciamo ridere. I delinquenti che vanno a rubare sanno sempre in quali case cercare la refurtiva. E non hanno bisogno di conoscere gli estratti dei conti correnti. Sono i ladri che frodano il fisco e, al tempo stesso, fregano i contribuenti onesti, i tipacci che bisogna stanare. Prima che mandino a carte quarantotto l’intera baracca nazionale.

Giampaolo Pansa