Lauretta Colonnelli, Corriere della Sera 26/11/2011, 26 novembre 2011
LE «CENTO PRIMAVERE» DI TEL AVIV, UNA CAPITALE
Un pugno di uomini e donne, vestiti secondo la moda della borghesia del primo Novecento, in piedi in mezzo al deserto. È la foto d’ apertura della mostra «Cento volte primavera. Fotografie di Tel Aviv dal 1909 ad oggi», aperta fino all’ 8 gennaio presso il Museo di Roma in Trastevere (piazza S. Egidio 1b). Quegli uomini e quelle donne, ritratti di spalle, stanno assistendo al sorteggio che assegnerà a ciascuna delle loro famiglie un lotto di terreno, sul quale potranno costruire la propria casa. È così che nasce la città di Tel Aviv, che significa Collina della primavera, nome biblico ripreso dal libro di Ezechiele. Sono passati cento anni da quel giorno della fondazione e oggi un cittadino di Tel Aviv trapiantato a Roma ha voluto celebrare qui la ricorrenza. Si chiama Roly Kornblit ed è un medico specializzato in laser odontoiatrico. «Quando sono arrivato qui - racconta - pensavo di restarci non più di un paio d’ anni. Ma il destino ha voluto diversamente. Di questa città mi sono innamorato lentamente, fino a quando nel mio cuore si sono uniti e mescolati i sentimenti per queste due storie di vita vissuta. Perciò ho sentito il bisogno di festeggiare il centenario di Tel Aviv a Roma, con cento foto che raccontano le Cento primavere di un sogno sionista, ben diverso da quello socialista, che fu la realizzazione di una società urbana, fatta di immigrati ebrei, artigiani, commercianti, liberi professionisti che volevano insediarsi in un centro urbano e non in paesini e villaggi e agricoli». Nell’ esposizione, curata da Kornblit insieme a Francesca Barbi Marinetti, cinquanta foto sono in bianco e nero e furono scattate da Avraham Soskin al quale nel lontano 1909 fu affidato il compito di documentare la nascita della nuova città a nord di Jaffa. Lo fece con immagini limpide, che raccontano un’ epopea di dune spianate, di case che crescono velocemente mattone su mattone; e in mezzo l’ asilo e le scuole, la sinagoga e il cinema, l’ hotel e i silos per la raccolta e la distribuzione dell’ acqua, le vie asfaltate e il grande boulevard puntato verso il mare e piantumato a cipressi. Sembra di assistere a un trattato di urbanistica in diretta. Quando Albert Einstein visita Tel Aviv, nel 1924, si ritrova a percorrere le vie di una città giardino, con residenze a due piani ispirate a quelle della borghesia polacca alle quali si aggiungeranno, a partire dagli anni Trenta, gli oltre tremila palazzi costruiti in stile Bauhaus. Oggi Tel Aviv conta due milioni e mezzo di abitanti e rappresenta il principale centro economico di Israele. I grattacieli tirati su negli ultimi decenni ne hanno modificato lo skyline, come si può vedere nelle altre cinquanta foto, tutte a colori, scattate da Viviana Tagar. Nata a Roma, cresciuta in Argentina e oggi residente a Tel Aviv, lavora come psicologa presso il reparto di igiene mentale dell’ ospedale a sostegno della popolazione colpita dagli attacchi terroristici. Sessant’ anni, un fascio di capelli neri e il sorriso dirompente, Tagar racconta: «Ho pensato di fare questo reportage fotografico con l’ intenzione di mostrare agli abitanti il volto di una città capace di mantenere vivo uno spirito gioioso, nonostante le difficoltà. La gente passeggia sul lungomare, si incontra piacevolmente nei ristoranti, nei locali notturni, nei teatri, nei piccoli e grandi caffè. Tel Aviv è una città che non dorme mai».
Lauretta Colonnelli